Le prime cure mediche ad Allah dopo il suo salvataggio al largo della Libia (Proactiva Open Arms)
in foto: Le prime cure mediche ad Allah dopo il suo salvataggio al largo della Libia (Proactiva Open Arms)

“Si chiamava Allah, aveva 14 anni e soffriva di leucemia. Era fuggito con i suoi fratelli in cerca di cure in Europa. Lo abbiamo salvato in alto mare e portato in Italia, poco prima di morire era tornato Libia. Oggi abbiamo saputo della sua morte. Non ti dimenticheremo mai”. E’ questo il ricordo che l'Ong spagnola Proactiva Open Arms ha voluto dedicare ad Allah, il piccolo partito dalla Libia a bordo di un gommone assieme al fratello maggiore e un cugino.

Il viaggio della speranza di Allah inizia lo scorso marzo quando i medici di Tripoli dicono alla famiglia che non sarebbero riusciti a fare più nulla per salvarlo. E così il fratello maggiore decide di cercare una via di salvezza: la traversata del Mediterraneo per raggiungere l’Europa e curare Allah. Insieme al cugino e al fratellino malato si imbarcano da soli a bordo di una piccola imbarcazione. Una navigazione piena di pericoli e insidie. Al largo della Libia, il gommone sul quale viaggiano i tre viene intercettato dall'Ong spagnola Open Arms. La foto dei tre giovani naufraghi che avevano sfidato le insidie del mare con l’unico desiderio di poter trovare delle cure migliori per Allah aveva fatto il giro dei media. “Dei veri eroi” li definì Oscar Camps, il fondatore dell’organizzazione umanitaria di soccorso marittimo.

Una volta a bordo, il medico della nave di Open Arms capisce subito la gravità delle condizioni del piccolo Allah. Appena sbarcati a Pozzallo, il 14enne viene trasportato al Pronto soccorso dove viene predisposto il suo trasferimento all'ospedale pediatrico Gaslini di Genova. Le cure e la lotta di Allah per sopravvivere alla sua terribile malattia è stata raccontata dal quotidiano Avvenire che gli aveva dedicato un reportage pubblicato nel maggio scorso. Una vicenda commovente di amore fraterno. Il fratello maggiore, infatti, non aveva mai abbandonato il letto d’ospedale dove Allah era ricoverato. Lunghi mesi passati ad aspettare la sua guarigione che purtroppo non è arrivata. Una grave infezione provocata da una ferita alla gamba gli è stata fatale. Come riporta Avvenire, il piccolo aveva risposto bene al ciclo di chemioterapia al quale era stata sottoposto. La leucemia era quasi scomparsa, non così quella terribile infezione che ha messo a dura prova il fisico del quattordicenne già provato dalla traversata in mare. “La mancata guarigione di quella ferita ha fatto emergere nuovamente la malattia, questa volta più aggressiva”, ha affermato Concetta Micalizzi, il medico dello staff che segue tutti i protocolli di leucemia. “Ad un certo punto ci siamo accorti che non avremmo più potuto aiutare Allah – continua Micalizzi – e ci sembrava giusto esaudire il suo ultimo desiderio”.

Agli inizi di settembre, l’ospedale pediatrico di Genova comincia a preparare il rientro in Libia di Allah e del fratello. Impresa non semplice visto il caos che ancora regna nel Paese nordafricano. L’aeroporto di Tripoli in quel momento è chiuso e lo staff medico decide di accompagnare il piccolo con un aereo di linea fino a Tunisi. Assieme ai due fratelli ci sono anche un medico e un’infermiera genovesi che in ambulanza raggiungono la capitale libica. “Allah era contento di essere tornato a casa. Ha continuato a fare le trasfusioni e la terapia di supporto che gli abbiamo fornito”, hanno raccontato i sanitari del Gaslini.

Ieri, il finale tragico e Allah si è spento circondato dall'amore della sua famiglia. “Ricordo perfettamente la sua espressione di paura e incertezza quando lo abbiamo salvato nel mezzo della notte assieme ai suoi due fratelli in mezzo al mare – ha scritto su Twitter Kepa Fuentes, fotografo e volontario dell'Ong di Barcellona – e come a poco a poco la sua paura si è trasformata in un grande sorriso quando ha capito che eravamo lì solo per aiutarlo. Grazie Allah”.

La morte del ragazzino ha lasciato l’amaro in bocca anche ai medici italiani che l’hanno curato. “È assurdo che abbia dovuto prendere un gommone e non altri mezzi legali per venire in Europa a curarsi”, ha affermato Carlo Dufour, il primario di ematologia del nosocomio genovese. “Avremmo potuto salvarlo – è il rammarico del medico – perché oltre l’80% dei bambini guarisce solo con la chemioterapia e per le forme più resistenti c’è il trapianto”.