La giornata internazionale del Teatro e dell'annunciata “riapertura del mondo dello Spettacolo”, proclamata dal Ministro Dario Franceschini, è iniziata con l'occupazione del Piccolo Teatro di Milano, in continuità con le precedenti dei Teatri Verdi di Padova e Mercadante di Napoli e con le iniziative tenutesi a Venezia, Roma, Torino, Rimini, Livorno, Palermo, Brescia, Como e in tutto il resto di Italia. Le occupazioni, che tuttora continuano, hanno dato quindi inizio a giornate di lotta per il mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo più che a giornate di riapertura e festa.

A Milano il Coordinamento Spettacolo Lombardia, con il sostegno di gruppi studenteschi, ha occupato il Teatro Piccolo Paolo Grassi, scelto non a caso, perché nella mente dei suoi fondatori, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, nasceva come un "Teatro d'arte per tutti", un luogo di cultura popolare, nel senso più alto del termine, per portare, come diceva Grassi, il teatro alla gente e non la gente a teatro. Ed è proprio da questi presupposti che nascono le proteste di questi giorni: riportare la cultura al centro del dibattito pubblico e non lasciarla come postilla finale di ogni decreto, come elemento "superfluo" della vita del paese, come una categoria che, in fin dei conti, non necessita realmente di riaperture, come tutti, né di sostegni significativi anziché "briciole".

Lavoro atipico?

È essenziale però comprendere una cosa prima di avvicinarsi alle richieste degli operatori e operatrici della cultura e dello spettacolo dal vivo: accettare il fatto che si parla di un lavoro "diverso" dagli altri, per formazione, organizzazione e "stile di vita" ma allo stesso tempo, un lavoro come tutti gli altri. È per sua stessa natura precario, discontinuo, e se accettiamo come consuetudine che un calciatore, o uno sportivo più in generale, venga retribuito per una sola "esibizione" settimanale o comunque saltuaria, a fronte di una continua preparazione nonché di un riconosciuto talento, si dovrebbe fare altrettanto per chi non lavora ogni giorno ma seppur partecipando in varie vesti (artista, organizzatore, maestranze etc) al singolo evento culturale, la sua preparazione perdura per tutta la settimana, per tutta la vita.  Se accettiamo che un medico, un idraulico o un operaio specializzato ricevano uno stipendio anche a fronte della preparazione e delle conoscenze maturate nel corso della vita, degli studi e della propria esperienza, altrettanto si dovrebbe fare per ogni tipo di lavoratore e lavoratrice della cultura. Purtroppo in Italia vige la pessima abitudine di riconoscere il talento solo nelle personalità di alto profilo, ma non è così. La cultura e lo spettacolo dal vivo in Italia sono sostenute da 590.000 persone che ne fanno quotidianamente il proprio lavoro e che rendono vivo e vegeto l'ambiente culturale. Riconoscendo come ovvio tutto quanto appena detto – e vi assicuro che non è una cosa così altrettanto ovvia – le richieste di questi giorni appaiono quindi, per certi aspetti, basilari e semplici se non addirittura banali: diritti, continuità di reddito e dignità.

Dignità, diritti e reddito di continuità

Quando si parla di diritti si intende maternità, malattia, cassa integrazione, disoccupazione, pensione ed altre richieste più specifiche (come ad esempio il riconoscimento dell'insegnamento e della formazione come attività lavorativa utile ai fini pensionistici e per la disoccupazione), tutele quasi completamente assenti nell'intera categoria. Ma altresì richiedono, nell’immediato, di superare il sistema dei bonus, all’evidenza totalmente insufficiente, da sostituire con una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali, nonché l’attuazione di una riforma totale del settore che tuteli non solo grandi enti e aziende – come purtroppo è accaduto in quest'ultimo anno e che accade da sempre – ma anche e soprattutto i singoli lavoratori e lavoratrici, nonché tutte le piccole e piccolissime realtà: un intero comparto danneggiato come pochi altri dalla chiusura, quasi ininterrotta, negli ultimi 13 mesi.

Il reddito di continuità è un'antica lotta che negli anni ha subito varie trasformazioni ma che resta sempre presente nelle richieste di chi protesta, e che, sul modello alla francese, garantisca un reddito continuo, nonostante l'intermittenza del lavoro culturale e che restituisca dignità e stabilità a chi opera in un settore che va riconsiderato, ristrutturato, partendo dall'insegnamento e dalla cultura di base, che riconoscano l'arte come parte fondamentale della crescita di ogni individuo.

Pandemia e Sindemia

La pandemia si è rivelata quindi essere anche "una sindemia: cioè c'è un virus ovviamente ma questa epidemia si incrocia con un elemento fortissimo di povertà, di discriminazione e isolamento, elementi che incidono sullo sviluppo della patologia in persone che non possono vivere in condizioni di vita dignitose" come ha dichiarato Vittorio Agnoletto che davanti al Piccolo Teatro sosteneva la disobbedienza civile di chi manifestava. "È un virus colto, questo covid: colpisce soltanto musei, cinema, teatri" come ha detto ironicamente Antonio Rezza ospite a Propaganda Live, perché a quanto pare non attacca chiese, manifestazioni religiose, negozi o ristoranti, in parte aperti per lunghi periodi, quindi i manifestanti in tutta Italia richiedono a gran voce, pur nel rispetto delle norme di distanziamento sanitario, "che si pensi immediatamente alla progettazione e realizzazione di tutte le misure economiche e non, relative ai protocolli di sicurezza, necessarie a garantire una vera e totale ripartenza del settore".

Che donne e che uomini saremmo senza quella musica, segnata in un ricordo che non si cancella? Senza la scena di quel film che non dimentichiamo perché ci riporta a quando eravamo bambini, senza le parole della pagina di un libro che non abbiamo mai finito, senza qual bacio dato al buio durante uno spettacolo di nascosto, cosa saremmo? Saremo di certo ancora qui tutte e tutti, ma molto molto più poveri, perché alla fine: "io considero il mondo per quello che è: un palco dove ognuno sale per fare la propria parte". William Shakespeare