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Perché non riusciamo a toglierci dalla testa 100 messaggi di Lazza

100 messaggi di Lazza è la canzone più ascoltata della settimana, stando alle classifiche FIMI: qui spieghiamo cos’è che conquista l’ascoltatore.
A cura di Federico Pucci
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Lazza (ph Bogdan @Chilldays Plakov)
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Nella musica pop, come in qualsiasi ambito culturale, esistono pensieri e parole preconfezionati che dovrebbero aiutarci a comunicare più facilmente, e invece talvolta (o molto spesso) finiscono per ottenere un esito del tutto opposto. Ad esempio, oggi si parla ancora molto di ballate, per intendere brani ritmati ma dal tempo piuttosto lento: ma esiste ancora qualcuno che balla i lenti? Oppure, si dice che la musica italiana dominata da artisti maschi è anche fatta per soli maschi: ma è davvero così?

Viste da lontano, le classifiche musicali italiane sembrerebbero confermarlo dal momento che l’hip-hop viene (a torto o a ragione) considerato rivolto a un target principalmente maschile. Eppure, basta andare a un concerto per capire che, in realtà, il pubblico è molto più equamente distribuito fra i generi. Del resto, se proprio vogliamo usare le classifiche come metro, dobbiamo anche considerare una coincidenza curiosa: le canzoni rap più popolari in Italia parlano proprio alle ragazze. O, almeno, a una ragazza, nello specifico: il “love interest” dell’artista in questione, che dedica a questa donna la sua – in assenza di termini migliori – ballata. Ed è questo anche il caso di 100 messaggi, la canzone di Lazza attualmente in testa alla classifica FIMI.

Lazza, ne abbiamo già parlato, è stato indubbiamente l’artista italiano del 2023. Cenere, la canzone più streammata dell’anno scorso, era dedicata a una donna. Sirio, l’album più ascoltato del 2022 (e secondo più ascoltato del 2023) è talmente concentrato sulle relazioni sentimentali che potrebbe quasi essere considerato un concept sull’amore. Ma Lazza non è solo: scorrendo il resto della top 100 annuale FIMI il rap con interlocutrici femminili è di gran lunga quello che raccoglie il maggior numero di ascolti: Come vuoi di Geolier; Vetri neri di AVA con Anna e Capo Plaza; Bon Ton di Drillionaire con Sfera Ebbasta, Blanco e (di nuovo) Lazza; Hoe di Tedua e Sfera. Tutte canzoni che parlano almeno a una donna (talvolta, tre in un sol colpo): insomma, il genere femminile finisce per sembrare quasi sovrarappresentato, se non fosse che – distinzione importantissima – gli è riservato quasi soltanto il ruolo di ascoltatrice, dedicataria, oggetto del desiderio o del disdegno. Ma non siamo qui per risolvere il sessismo sistemico della musica, siamo qui per capire perché 100 messaggi di Lazza funziona così bene. E una prima ragione sembrerebbe proprio questa: è una canzone rap d’amore (o disamore), il vero genere dominante della musica italiana degli anni 2023-24. Il singolo, in questo senso, “arriva” perché è familiare: chi ha ascoltato Alibi o Cinema ci ritrova lo stesso clima triste, amaro. Ma con un accompagnamento davvero ridotto all’osso, dominato dal pianoforte e da un tempo che – una volta, specie nei primi anni ‘60 – si associava alle ballate: il 12/8.

Erroneamente chiamato da alcuni “valzerino”, il 12/8 ha un nome inglese che ne rivela più chiaramente l’essenza: “shuffle”, il verbo che viene usato per trascinare i piedi. Dentro la stessa scatola che conterrebbe un 4/4 (il tempo più comune) il 12/8 racchiude quattro serie di tre crome (o ottavi), dando alla battuta un ritmo insistente e dondolante, tanto da essere considerato un tipo di “swing”, che vuol dire appunto dondolio. Per comprendere il ritmo specifico del 12/8, bisogna immaginare quattro passi per ciascuna battuta, con ciascuno dei passi accompagnato da due piccoli battiti, come di piede – per l’appunto – trascinato per terra. Un valzer, invece, ha un tempo di 3/4: per quanto solo uno dei tre segni il tempo forte, ciascun quarto è un passo a parte. Il feeling di un 12/8 è, paradossalmente, più vicino al modo a un ritmo carissimo alla trap: le terzine, quella figura metrica che “incastra” tre battiti dove normalmente ce ne starebbero soltanto due.

In 100 messaggi, però, c’è un altro elemento ritmico trap che non è la terzina, e per arrivarci bisogna andare più a fondo nel brano e valutarne le influenze classiche. Lazza, il pianista-divenuto-rapper che ha riproposto un intero album (Re Mida) per soli piano e voce, non ha mai nascosto quella che definisce una “venerazione per Chopin”: si sente bene nelle versioni pianistiche di Ouver2ure o 24h. Fin dai primi secondi di 100 messaggi il riferimento classico a cui si pensa è, invece, Beethoven, quello della Sonata per pianoforte n.14, meglio nota come “al chiaro di luna” – una “hit”, si direbbe oggi. In entrambi i brani le note del pianoforte sono arpeggiate tre a tre – per quanto qui su un giro di accordi molto più scarno. E l’effetto finale è molto simile: il passo è lento, 80 bpm, nel caso di Lazza, praticamente immobile secondo gli standard pop odierni; eppure queste forme ternarie generano un’energia cinetica crescente, che si accumula di battuta in battuta, come se il conto dei colpi dispari sui tasti del pianoforte non tornasse mai e si dovesse proseguire finché i battiti non diventano pari. Ad aumentare questo senso di accumulazione ritmica costantemente proiettata in avanti e fuori asse contribuisce il flow di Lazza. Il ritmo del suo cantato (“Ti pre / go non / co-min / cia-re”) non è terzinato, ma segue un disegno metrico ugualmente popolare nel rap dell’ultimo decennio: i cosiddetti “scotch snap”, serie di quattro gruppi di due note, chiamati così perché tipici del folk scozzese ma noti classicamente come “ritmo lombardo” (tà-ta tà-ta tà-ta tà-ta).

Il risultato di questa sovrapposizione è la sensazione di un ritmo sempre più vacillante, paragonabile al senso di smarrimento descritto nelle liriche. Si potrebbe quasi dire che dentro la canzone (e la storia che essa racconta) esistano due tempi paralleli e disuguali che non potranno mai coincidere, per quanto si inseguano a vicenda: il tempo del sentimento, compassato, inevitabile, dinamico, nel piano terzinato; e il tempo della frustrazione, ossessivo e strappato, nel canto a “scotch snaps”. Ma per quanto la tensione monti verso dopo verso, arriva un momento di risoluzione, o sarebbe meglio dire di sfogo. Quando, nel ritornello, entra la batteria, l’energia accumulata nell’incastro ritmico delle strofe viene rilasciata: la cassa batte in un modo apparentemente casuale che ingabbia ogni battuta; i piatti seguono l’andatura binaria del cantato; e così gli arpeggi di pianoforte non si sentono più. Coperte dal deflagrare della drum machine e dalla melodia di Lazza, le terzine scompaiono: come la voce di uno di due litiganti quando l’altro comincia a urlare. Eppure, dopo un altro giro di valzer (cioè, di shuffle!) l’ultima parola nella coda strumentale spetta di nuovo al pianoforte e al suo insistente 12/8: come messaggi che continuano ad arrivare sul telefono, ma che non riceveranno più risposta.

Non credo che gli strilli di due persone che litigano e la promessa di non tornare facciano propriamente parte del repertorio delle ballate in “shuffle”. Ma è anche vero che ormai da molti anni questo particolare tempo musicale non è più quello sul quale ci si strusciava dondolando, con la promessa di un amore, sulle note di Bring It On Home To Me di Sam Cooke o di At Last di Etta James. Forse è il pessimismo, forse è che sono arrivate altre mode. Fatto sta che una ballata – o comunque vogliate chiamarla – non è più un buon modo per innamorarsi, ma almeno nel caso di 100 messaggi è un ottimo modo per giurarsi di non vedersi mai più.

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