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Perché Male Necessario di Fedez e Masini a Sanremo sta piacendo tanto e rischia di vincere il Festival

Ecco perché Male necessario di Fedez e Marco Masini è riuscita a diventare la canzone del Festival di Sanremo 2026 più ascoltata su Spotify.
A cura di Federico Pucci
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Fedez e Marco Masini – ph Marco Alpozzi
Fedez e Marco Masini – ph Marco Alpozzi

Uno dei mali presenti della musica è che il cinismo regna incontrastato. Per esempio, quando si dice che l’unione fa la forza, i più penseranno alla confluenza di fan quando due o più artisti si accordano per un featuring. Altri, come capita sempre più spesso nei giorni di polemiche sanremesi, penseranno all’accordo tra una popstar/influencer e un qualche brand in cerca di visibilità. Al limite si va cercando la storia di costume, i casi umani che si incontrano, la stranezza, la novelty. Ma molto più banalmente il nostro orecchio si è evoluto apprezzando l’incontro di due voci diverse, e questa è una delle più semplici e ovvie ragioni del successo che sta già ottenendo Male necessario, la canzone di Fedez e Marco Masini in gara al Festival di Sanremo 2026, tra le più probabili candidate alla vittoria finale.

Quando parliamo di armonia, infatti, ci riferiamo prima di tutto a questo: la coesistenza di due o più note, possibilmente provenienti da strumenti differenti. Tipo, due voci diverse. Già soltanto a livello timbrico, il duetto in questione ha qualcosa di prezioso da dare: da una parte la voce fischiante, strozzata, tesa, nasale, nervosa di Marco Masini, dall’altra la voce bassa, allentata, gutturale di Fedez. In entrambi i casi parliamo di vocalist che non conquistano esattamente la maggioranza del pubblico: nessuno dei due è dotato di qualità eccezionali, ma a prescindere dalla proverbiale "bravura", sono i loro stessi timbri vocali a dividere le opinioni: chi li ama, li trova sinceri, genuini, autentici (qualunque cosa significhi "autentico"); chi li odia, ha elaborato da anni dozzine di paragoni impietosi.

Ma quando l’ultimo ritornello di "Male necessario" arriva con la sua similitudine francamente riuscita (“come un latitante a un passo dall’arresto…”), qualcosa nell’incontro di queste due voci orgogliosamente maleducate risulta maggiore della somma delle parti, perché anche se riproducono all’unisono la melodia (cioè anche se suonano la stessa nota), le differenze fonetiche sono tali da dare l’illusione di un’armonia.

Merito anche di un motivo melodico che sa toccare i tasti giusti, letteralmente. Sopra la tonalità di Sol maggiore, gli autori (Cripo, Abbate, La Cava, Iammarino, oltre ai due artisti) asfaltano un’autostrada a quattro corsie con una progressione di accordi ben studiata per risolvere in modo trionfale. "Come un latitante a un" – Do maggiore – "ora non ho più bisogno di scapp.." – Re maggiore – "..aaaare io" – Sol maggiore. Ma la genialità è inserire da subito il tarlo di questa monumentale risoluzione nella melodia, insistendo sulla nota di Fa diesis, il settimo grado della scala, quello più instabile in assoluto. Hai presente la scena di Chi ha incastrato Roger Rabbit in cui il giudice Morton stuzzica il protagonista, provocandolo a uscire dal suo nascondiglio con la tentazione irresistibile di completare il motivetto “ammazza la vecchia…”?

Ecco, l’arpeggio vocale del chorus di Male necessario nei suoi tre movimenti in su e in giù visita continuamente quello spazio minuscolo e affascinante tra Fa diesis e Sol, che fa perdere il controllo al cervello del coniglio come lo fa a noi. La forza di questo inciso, però, non sta nemmeno qui: quando la nostra resistenza è piegata, ecco che arriva l’acuto: sopra il Sol maggiore settima appena disegnato, con tutta la sua tensione, arriva un La (“scappaaaare”) che crea una nona ricchissima di energia potenziale dissonante. L’unione fa la forza, ancora una volta. Detto senza ricorrere a numerali e concetti teorici: la melodia accumula forza di passaggio in passaggio, rilasciandone solo poca alla volta, e nel punto di massima concentrazione aggiunge un altro carico pesante, che avrà tutto il tempo di sparpagliarsi nella seconda spompata metà di ritornello.

Al netto di tutti i performer vocali decisamente più tecnici in gara, come Arisa e Serena Brancale, che pure presentano acuti straordinari in arrangiamenti e composizioni forse più raffinate di questa, è forse questa lunga nota quasi strozzata in gola da Masini e appena accennata da Fedez che arriva a destinazione con più efficacia. Non si tratta solo di un incastro matematico di note: è che lo strappo armonico di quel La rappresenta in modo molto efficace la situazione narrata, cioè la speranza illusoria di trovare una via d’uscita quando si hanno le spalle al muro. Ed è proprio questo, a mio parere, il sentimento principale che l’ascoltatore riceve dal brano, la cosa che coloro che apprezzano questo brano si possono portare a casa.

Male necessario non è l’ennesimo capitolo dell’auto-narrazione di Fedez: in questo caso, peraltro, si può dire senza sembrare polemici che il suo personaggio cresce esattamente di zero gradi, dal momento che si presenta e si congeda con le stesse identiche parole (“so che in fondo non c’è tempo…”). Chi sta tenendo il conto degli episodi di questa serie avrà certamente fatto il collegamento con Battito, ma per tutti gli altri è solo un’altra canzone di Fedez che funziona, a dispetto dei propri pregiudizi sul personaggio.

Non è nemmeno la giustapposizione di due figure dannate ed esiliate: tra le voci tremende che per anni circolarono intorno a Masini rendendolo un paria dell’ambiente e l’impopolarità narcisista da celebrità di Fedez c’è una distanza immensa, oceanica, che solo i più devoti seguaci del secondo potrebbero far finta di non vedere. No, come nelle migliori canzoni pop (ammesso che questa meriti un simile giudizio) il contesto svanisce e i contorni della realtà sfumano di fronte alla vorace empatia dell’ascoltatore che trova all’istante il minimo comun denominatore del brano e lo sottoscrive convintamente.

In questo caso, la paradossale quiete che si ottiene quando ci si sente intrappolati, immobilizzati, impotenti: se neppure l’illusione di "scappaaaare" può esercitare fascino su di noi, il che è comprensibile in tempi difficili come questi, allora non resta che rassegnarsi a crescere.

Non sappiamo se le persone dietro questa canzone siano effettivamente cresciute nel mezzo delle avversità, grazie a un “male necessario”. Nemmeno ci importa, in realtà. Conta solo che questa canzone lo dica in modo efficace a tante persone. E in questo momento, pare proprio che il messaggio sia arrivato.

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