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4 Novembre 2021
15:12

“Pensai al suicidio”: Will Smith, dal padre violento al rapporto difficile con la moglie e la fama

Fanpage.it vi propone in esclusiva alcuni stralci dell’autobiografia di Will Smith “Will – il potere della volontà” che sarà pubblicato simultaneamente in 113 paesi (in Italia lo pubblica Longanesi) il 9 novembre 2021. Dal rapporto col padre violento a quello con la moglie Jada Pinkett, passando per il Principe di Bel Air e Gabriele Muccino.
A cura di Redazione Cultura
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La vita di Will Smith non è sempre stata facile. Lo scrive lui stesso raccontandosi nell'autobiografia "Will – Il potere della volontà" che sarà pubblicata simultaneamente in 113 paesi (in Italia lo pubblica Longanesi) il 9 novembre 2021. L'infanzia difficile con un padre violento soprattutto nei confronti della madre, i pensieri suicidi, la svolta con Il Principe di Bel Air, grazie a una festa a casa di Quincy Jones, ma anche il rapporto lungo e non sempre semplice con la moglie Jada Pinkett, fino all'incontro con Gabriele Muccino (che in un'intervista a Fanpage.it ha parlato della loro amicizia) che lo ha diretto ne "La ricerca della felicità" e "Sette anime". Fanpage.it vi propone in anteprima esclusiva alcuni passaggi dell'autobiografia.

Il rapporto col padre violento e il pensiero del suicidio

Più di ogni altra cosa, però, avevo paura di mio padre. Quando avevo nove anni, gli vidi colpire mia madre alla testa con tanta forza da farla svenire e sputare sangue. Più di qualsiasi altro momento della mia vita, probabilmente, fu quel preciso attimo in quella camera da letto a definire la persona che sono oggi. Insita a tutto quello che ho fatto da allora – i premi e i riconoscimenti, i riflettori e l’attenzione, i personaggi e le risate – c’è sempre stata una sottile sequela di scuse a mia madre per l’inerzia mostrata quel giorno. Per averla delusa in quell’istante. Per non aver tenuto testa a mio padre. Per essere stato un codardo. Quello che avete imparato a conoscere come «Will Smith», l’MC capace di fare a polpette gli alieni, la star del cinema sopra le righe, è in gran parte un artificio – un personaggio costruito e affinato con cura – volto a proteggermi. A nascondermi agli occhi del mondo. A nascondere il codardo che è in me (…).

Mio padre mi tormentava. Ma era anche uno degli uomini migliori che io abbia mai conosciuto. Era violento, ma non si perdeva una mia partita, un mio spettacolo o una recita. Era un alcolizzato, ma si presentava sobrio a ogni prima dei miei film. Ha ascoltato ogni mio disco. Ha visitato ogni studio di registrazione. Era il suo ardente perfezionismo con cui terrorizzava la famiglia ad assicurare il cibo in tavola ogni sera della mia vita (…). Quando avevo tredici anni, Papo picchiò Ma’ per l’ultima volta. A quel punto, lei decise che ne aveva abbastanza. La mattina dopo andò al lavoro e la sera non rincasò. Non andò molto lontano, giusto a pochi isolati da lì, a casa di Gigi (la nonna, ndr), ma il messaggio era chiaro: aveva chiuso. Fu la prima delle sole due volte nella mia vita in cui contemplai l’idea del suicidio. Presi in considerazione le pillole; sapevo dove un ragazzo aveva perso le gambe sui binari del treno; avevo visto la gente tagliarsi i polsi in una vasca da bagno in TV. Ma nella mia mente continuava a risuonare un vago ricordo di quando avevo sentito dire a Gigi che uccidersi era peccato (…).

Will Smith pensò di uccidere suo padre per vendicare la madre

Molti anni più tardi, quando a suo padre mancavano ormai poche settimane di vita, un pensiero oscuro passò per la testa di Will Smith.

Una notte, mentre con delicatezza lo stavo accompagnando dalla camera da letto in bagno, un’ombra calò su di me. Per andare dalla stanza al bagno si passava accanto alle scale. Da bambino mi ero sempre detto che un giorno avrei vendicato mia madre. Che quando sarei stato abbastanza grande, quando sarei stato abbastanza forte, quando non sarei stato più un codardo, l’avrei ucciso. Mi fermai in cima alle scale. Potevo spingerlo giù e cavarmela senza troppi problemi. Sono Will Smith. Nessuno avrebbe mai creduto che avessi ucciso mio padre di proposito. Sono uno dei migliori attori al mondo. Avrei fatto una chiamata da Oscar al pronto soccorso. Mentre il ricordo di decenni di dolore, rabbia e risentimento mi attraversava, scossi la testa e continuai a spingere Papo verso il bagno. Grazie a Dio siamo giudicati per le nostre azioni, non per nostri pensieri provocati dai traumi che abbiamo subito.

Come Will Smith diventò il Principe di Bel Air

Will Smith venne invitato al compleanno di Quincy Jones, perché lui e Benny Medina avevano un’idea per una nuova serie tv. Lì gli venne fatto il provino per la serie Willy, il principe di Bel Air.

«Venite tutti a conoscere il Fresh Prince!» disse Quincy. Seguì uno scambio generale di strette di mano. Mi guardavano in un modo che allora non sapevo inquadrare, ma che oggi capisco benissimo: è lo sguardo che hanno i dirigenti dopo aver trascorso decine di ore a parlare di te alle tue spalle. Senza avere ancora deciso se puntare o meno su di te.

«Va bene, okay, posso avere l’attenzione di tutti?» barrì Quincy. «Faremo un provino. Spostate i mobili, mi serve spazio in soggiorno!»

Mi guardai intorno, pensando: oh, wow, un provino a una festa, che figata! Quincy sì che è forte! Ma a chi lo faranno?

«Date a Will una copia della sceneggiatura di Morris Day, quella su cui stavamo lavorando», disse Quincy. Prima piano piano, e poi con una fitta improvvisa, mi ricordai che Will era il mio nome. Mi arrivava dritto da mio padre. E siccome al momento lui non c’era e nessun altro muoveva un muscolo…

[…] Afferrai Quincy per un braccio, probabilmente con più foga di quanto sarebbe stato definito educato.

«Quincy, no, aspetta, no, non posso farlo adesso», gli sussurrai all’orecchio.

Quincy mi guardò con una gioia alticcia e risoluta.

«Continuate a fare spazio!» ordinò ai presenti. «Vado un attimo a parlare con Will in biblioteca.»

Il provino con Quincy Jones

Quincy Jones gli fece capire che si trattava di un’occasione irripetibile e Will Smith accettò di fare il provino lì, subito, davanti a tutti:

Del provino non ricordo granché, solo un collage sfocato di battute, risate e improvvisazioni, prima con Quincy, poi con Brandon e Benny, venti minuti di magia culminati in un’ovazione. L’applauso, come un defibrillatore, riportò la mia consapevolezza al momento presente, ristabilendo la linea temporale nella mia testa.

Quincy si alzò, indicando Brandon Tartikoff con fare aggressivo.

«Ti è piaciuto?» gridò.

«Sì, sì, mi è piaciuto, Q», disse Brandon con aria pacata, tenendo i suoi fogli vicino al corpo.

«Non prendermi per il culo! Sai di cosa sto parlando! TI È PIACIUTO?»

Brandon sapeva esattamente di cosa stava parlando Quincy. «Sì, Quincy, mi è piaciuto», disse con piglio sicuro.

«Sì!» gridò Quincy, battendo le mani e girandosi per indicare un altro tizio, che si rivelò essere il capo del team legale di Brandon Tartikoff, invitato «strategicamente» alla festa.

«Tu!» disse all’uomo che aveva appena addentato una pizzetta. «Sei il legale di Brandon. Hai sentito quello che ha appena detto. Preparami subito una bozza del contratto!».

Mark Manson e Will Smith tengono in mano copie di WILL mentre celebrano l’annuncio del libro di Smith a un Block Party della comunità nel Wynwood Arts District di Miami, FL. Questo libro coraggioso e stimolante è stato scritto con l’aiuto di Manson, autore del bestseller multimilionario The Subtle Art of Not Giving a F*ck. WILL è un evento editoriale globale con pubblicazione simultanea in 113 paesi e a partire dal 9 novembre 2021 (Foto di Josh Sobel / Westbrook Media.
Mark Manson e Will Smith tengono in mano copie di WILL mentre celebrano l’annuncio del libro di Smith a un Block Party della comunità nel Wynwood Arts District di Miami, FL. Questo libro coraggioso e stimolante è stato scritto con l’aiuto di Manson, autore del bestseller multimilionario The Subtle Art of Not Giving a F*ck. WILL è un evento editoriale globale con pubblicazione simultanea in 113 paesi e a partire dal 9 novembre 2021 (Foto di Josh Sobel / Westbrook Media.

Il primo incontro con la futura moglie Jada Pinkett

Jada Pinkett si presentò ai casting di Willy Il principe di Bel Air (Alf citato da Will Smith è Alfonso Ribeiro).

«E quella chi cazzo sarebbe?» sussurrai ad Alf, il quale continuava imperterrito a masticare. «Non è di Los Angeles.» (Quelli della East Coast riconoscono i propri simili.)

Era incazzata. L’agente del casting le aveva appena detto che non era abbastanza alta per interpretare la mia ragazza nello show. E a lei questa regola hollywoodiana per cui la sua altezza (o la sua mancanza di altezza) era artisticamente più importante dei suoi molti talenti proprio non andava giù.

Inconsapevole dell’antefatto, decisi di giocarmela.

«Come va’, piccoletta?» le chiesi, scegliendo di apostrofarla con il peggior appellativo possibile.

«Lascia perdere, negro. Aria!» mi rispose, scansandomi con la mano. E con questo se ne andò.

Quella fu la prima volta che vidi Jada Pinkett. E fu amore a prima vista.

Il divorzio dalla prima moglie Sheree Zampino

Will Smith andò con Alfonso Ribeiro sul set di Tutti al college per rivedere Jada e provare a conquistarla, ma lì conobbe Sheree Zampino, la donna che diventò la sua prima moglie e da cui si separò poco dopo.

Ricevere le carte per il divorzio è uno schifo. È una specie di dichiarazione pubblica che sei uno schifoso pezzo di merda. E indipendentemente da quanto orribile possa essere stata la tua relazione, quando le ricevi è sempre una sorpresa. Voglio dire, sapevi che le cose stavano andando male, ma dannazione… non avresti mai immaginato che andassero così male. Le divinità del divorzio sono spietate: per un caso fortuito del sistema postale di Los Angeles, ricevetti i documenti proprio il 14 febbraio, il fottuto giorno di San Valentino. Sheree non ne poteva più. Io non riuscivo a credere che stesse accadendo. Il punto più basso della mia vita era stata la separazione dei miei genitori, ma questo sembrava peggio. Stavo riproducendo lo stesso schema. Non capivo. Ero in fase di negazione. Ero furibondo. E stavo caricando mio figlio dello stesso peso che una volta mi aveva spinto a prendere in considerazione l’idea del suicidio. Sheree disse che non ero innamorato di lei, ma dell’idea di lei, di quello che credevo dovesse essere una moglie.

«Chiunque altra potrebbe essere al mio posto», mi disse una volta.

Diceva di essere la mia «moglie di comodo», la donna grazie alla quale avrei potuto spuntare la casella di «moglie nella vita perfetta di Will Smith».

La lite con Jada Pinkett nel giorno del 40esimo compleanno della moglie e la separazione

«Non voglio fare niente domani», disse. «Qualsiasi cosa tu abbia programmato la puoi annullare.»

Ero ammutolito.

«Okay», dissi, soffocando la mia crescente delusione. «Ora è tardi, aspettiamo fino a domani e vediamo come ti senti.»

Per il giorno dopo avevo programmato una lezione di gruppo con una delle sue pittrici preferite, Beth Ames Swartz, che avevo fatto venire appositamente.

«Ecco come mi sento: non voglio farlo», replicò Jada.

«Be’, non sai nemmeno cos’è, quindi non puoi sapere se vuoi farlo o no.»

«È il mio compleanno, annulla tutto e basta!» sbottò lei.

«Lo farò domattina. Adesso vai a dormire e vediamo come ti senti domani», ribattei.

«ANNULLA TUTTO ADESSO!» urlò Jada.
«Che cazzo di problema hai?» le chiesi.
«È stata la più disgustosa dimostrazione di ego che abbia mai visto in vita mia!» disse.
«Ego? Ego? Sei la più ingrata… Non farò mai più un cazzo per te, mai più.»
«Bene. Non voglio un cazzo da te comunque!»
A quel punto stavamo entrambi urlando a squarciagola, cosa che ci capitava di rado. Ci eravamo sempre impegnati per evitare quei terribili litigi ai quali avevamo assistito nelle nostre rispettive infanzie. Ma quella notte non fu come nessun’altra, né prima né dopo. La pentola a pressione della nostra perfezione stava esplodendo.

Eravamo talmente presi che ci eravamo dimenticati che anche Willow stava nella nostra suite, in un soppalco sopra la camera da letto. Era rimasta ad ascoltare per tutto il tempo.

Willow emerse lentamente, spaventata, tremante, in lacrime, tappandosi le orecchie con le mani.

«Basta! Basta! Per favore, fermatevi!»

(…)

Non mi ero mai sentito così male come genitore. Mi calmai immediatamente e feci per avvicinarmi a Willow, per consolarla. Lei indietreggiò, rifiutando di farsi toccare.

«Cercate di CAPIRLO! Tutti e due, cercate di capirlo!» Detto questo, Willow se ne andò a dormire con Jaden.

Io e Jada non parlammo più a Santa Fe. Non parlammo durante il volo di ritorno a Los Angeles. Non parlammo nemmeno per alcuni giorni anche dopo essere tornati a casa. Il nostro matrimonio non funzionava. Non potevamo più fingere. Eravamo entrambi infelici e chiaramente qualcosa doveva cambiare. «Mi arrendo», dissi. «Non voglio più cercare di renderti felice. Sei libera. Devi andare e rendere felice te stessa e dimostrarmi che è possibile. Ma io mi arrendo: tu vai per conto tuo e io andrò per conto mio.»

Stavamo vivendo la morte brutale delle nostre fantasie romantiche, la dissoluzione dell’illusione del matrimonio perfetto e della famiglia perfetta.

Nessuno dei due voleva il divorzio. Sapevamo di amarci, e alcuni aspetti della nostra unione erano magici. Ma la struttura di vita che avevamo creato ci stava asfissiando entrambi. Ci eravamo sposati poco più che ventenni; ora eravamo sulla quarantina. I nostri bambini interiori, le cui ferite non si erano ancora rimarginate, si stavano soffocando a vicenda. E questo doveva finire. Dovevamo entrambi lavorare, e concordammo che quella fase non l’avremmo vissuta insieme. La dolorosa realtà era che eravamo due persone separate in due viaggi individuali e indipendenti; avevamo semplicemente scelto di percorrere insieme un pezzo di strada.

Piangendo a dirotto, ci abbracciammo e decidemmo di lasciarci andare.

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro, poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori. E state uniti, ma non troppo vicini, poiché le colonne del tempo si ergono distanti.

Oggi Will Smith e Jada Pinkett sono più uniti che mai

Il tempo trascorso lontani l’uno dall’altra aveva aiutato entrambi a scoprire la forza di amare da persone libere. Eravamo legati al cento per cento e allo stesso tempo liberi al cento per cento. Sapevamo che eravamo entrambi persone imperfette, che facevano del loro meglio per capire come essere felici in questo mondo. Ciò di cui avevamo bisogno l’uno dall’altra era amore incondizionato e sostegno; non giudizio, non punizione, ma una totale e incrollabile devozione volta alla crescita e alla felicità dell’altro.

Abbiamo imparato a vedere il nostro matrimonio come una disciplina spirituale, quella che Bhakti Tirtha Swami chiama «la scuola dell’amore» per eccellenza. La nostra relazione è la nostra aula: stiamo capendo come prenderci cura dell’altro, come preoccuparci per lui e come mostrargli comprensione nelle situazioni più intime e difficili. Ci sono poche cose nella vita più impegnative dell’essere sposati. L’intimità tende a risvegliare e a manifestare le nostre energie interiori più tossiche.

Se riusciamo a imparare ad amare nel matrimonio, possiamo amare ovunque.

L’incontro con Gabriele Muccino

«Posso farlo io, papà». Quando leggevo qualche nuova sceneggiatura, Jaden mi raggiungeva sempre nel lettone, decidendo con me in quale nuovo mondo mi sarei dovuto calare. Amava ascoltare le storie tanto quanto io amavo raccontargliele. Restava a guardarmi e mi fissava mentre la mia mente spaziava cercando di capire quale personaggio avrei potuto impersonare.

«Che cosa potresti fare, tesoro?» gli chiesi. «Ti ho sentito prima che parlavi al telefono con quell’uomo.» «Quell’uomo» era Gabriele Muccino, un regista italiano che aveva appena ricevuto l’incarico di girare La ricerca della felicità. Gabriele non parlava inglese e per il nostro primo incontro abbiamo avuto bisogno di un interprete. Per il film erano stati presi in considerazione i maggiori registi di Hollywood, ma Gabriele era la prima scelta…

Todd Black, un importante produttore di Hollywood, aveva mandato a JL (James Lassiter, ndr) un servizio di una trasmissione televisiva su un tizio di nome Chris Gardner. Chris era passato da vivere come un senzatetto per le strade di San Francisco insieme a suo figlio a essere un ricco agente di borsa. La sceneggiatura era strepitosa: un perfetto viaggio dell’eroe.

Potevamo scegliere fra i più grandi registi, ma a me era piaciuto moltissimo L’ultimo bacio di Muccino, così chiesi a JL di organizzare un incontro. Ero abbastanza sicuro che alla fine non avrebbe diretto il film, ma avevo imparato da tempo l’importanza di esplorare. Ormai era normale per me incontrare artisti di livello internazionale.

L’incontro partì malissimo. Gabriele non voleva usare l’interprete. Cercava di parlare inglese, ma non parlava inglese. Io e JL non provammo nemmeno a parlare italiano, perché non lo parliamo. Ma la passione artistica di Gabriele riuscì a esprimersi in due mosse che si rivelarono vincenti: per prima cosa ci diede un film italiano, Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, che aveva vinto l’Oscar come miglior film straniero nel

1950, e, questa volta usando l’interprete, ci disse: «Questo è il film che voglio fare». Dopodiché riuscì a convincermi dicendo: «Se non scegliete me per dirigere questo film, per favore non scegliete un regista americano, perché gli americani non capiscono la bellezza del sogno americano».

Il film fu suo.

«Cosa ti fa pensare di poterlo fare, tesoro?» chiesi a Jaden. All’epoca Jaden aveva sei anni e, fatta eccezione per qualche filmato casalingo, non aveva mai mostrato alcun interesse per il cinema.

«Quell’uomo continua a dirti che non riesce a trovare un bambino per interpretare tuo figlio. Questo perché sono io tuo figlio, papà.»

«Be’, è vero», dissi, ridendo. «Ma questo sarebbe recitare, fingere.»

«Fingere di essere tuo figlio, papà… Sai che fatica… Io sono tuo figlio tutti i giorni!»

Gabriele Muccino non riusciva a trovare l’attore giusto per interpretare mio figlio. Aveva provinato quasi cinquecento bambini. Gabriele è un artista che crede nell’istinto e nell’intuito, che deve sentire che le cose sono giuste. Io e Jada decidemmo che avremmo fatto fare un provino a Jaden.

«Grazie, grazie, grazie!» esclamò Gabriele. «Volevo Jaden per questo ruolo sin dal primo momento in cui l’ho incontra- to, ma la casa di produzione mi ha impedito di chiedertelo!»

«Cosa? Perché?»

«Credevano che, come mossa di marketing, sarebbe stata una condanna a morte… Pensavano che il pubblico non sarebbe stato capace di sospendere l’incredulità vedendo te e Jaden interpretare un padre e un figlio davanti alla telecamera.»

Secondo la casa di produzione c’era anche il rischio che la decisione di scritturare Jaden potesse essere tacciata di nepotismo e che ci avrebbe dato grattacapi non appena l’avessimo annunciata. Davanti alle suppliche di Gabriele, i dirigenti lo autorizzarono a piazzare me e Jaden insieme davanti a una telecamera per vedere se c’era chimica.

(Selezione a cura di Daniela Seclì)

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