Of Monsters and Men in Italia: “Ripartiti dalle origini. Lo shock? Scoprire che in Islanda a Natale cantiamo italiano”

Gli Of Monsters and Men arrivano in Italia per tre concerti. La band islandese è tornata dopo sei anni di silenzio: autori di hit come "Little Talks" e "Dirty Paws", ha pubblicato il nuovo album "All Is Love and Pain in the Mouse Parade" che li ha riportati alle origini. Dopo un album di transizione come "Fever Dream", in cui esploravano maggiormente la componente elettronica, gli OMAM sono tornati ai suoni che li hanno resi uno dei gruppi più amati al mondo per quanto riguarda le sonorità alt-folk. La band arriva in Italia per tre concerti che cominceranno mercoledì 24 giugno all'Anfiteatro degli Scavi di Pompei, nell'ambito della rassegna B.O.P. – Beats of Pompeii, per poi spostarsi giovedì 25 giugno a Bologna sul palco del Sequoie Music Park e chiudere venerdì 26 giugno all'Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera per il Tener-a-mente Festival. Abbiamo parlato con Ragnar "Raggi" Þórhallsson, chitarra e voce – con Nanna Bryndís Hilmarsdóttir – degli OMAM perché ci raccontasse quest'ultimo album, il ritorno alle origini, il rapporto con i fan e questo arrivo in Italia. E uno shock, scoprire che moltissime delle canzoni natalizie islandesi sono cover di brani italiani.
In "Fever Dream" avevate sperimentato un po’. Credi che la "confusione" o le reazioni contrastanti siano state una tappa necessaria per arrivare alla chiarezza e all'indipendenza che sentiamo oggi in All Is Love and Pain?
Sì, penso sia stato un passo importante per noi. E non si è trattato di una mossa calcolata; era semplicemente qualcosa che in quel momento ci ha entusiasmati. Credo che ogni artista attraversi un certo tipo di percorso evolutivo. Quindi sì, per noi era necessario farlo, e penso che chiunque dovrebbe correre qualche rischio o provare qualcosa a cui non è abituato. Inoltre, quando fai una cosa, per qualche ragione tendi subito dopo a voler fare l'esatto opposto, e credo che con Fever Dream sia andata un po' così. Abbiamo imparato molto ed è stata una fase stimolante del nostro percorso.
E cosa è successo in questi sei anni di assenza?
Ovviamente nel mondo è successo di tutto. Per quanto ci riguarda, è stato un periodo interessante. Siamo tornati a casa in Islanda e siamo rimasti qui a causa della pandemia. Abbiamo riallacciato i rapporti con amici e familiari, ci siamo stabiliti un po'. Per noi sono stati anni calmi, molto silenziosi. Non c'era turismo, sembrava l'Islanda di vent'anni fa. Potevi girare il Paese e non trovare nessuno davanti alle cascate o nei luoghi d'interesse. È stato fantastico. Anche per la band è stato un momento di riconnessione. Abbiamo cambiato tutto: abbiamo interrotto i rapporti con la nostra vecchia etichetta e con il precedente management e per un po' abbiamo fatto tutto da soli, senza intermediari. Quando abbiamo creato questo album non c'era nessuno dall'esterno che ci guardasse o giudicasse. Eravamo di nuovo solo noi, il che ci ha ricordato molto l'esordio del nostro primo album. È stato un bellissimo tasto "reset" che ci siamo goduti appieno.
Puoi spiegarmi cos'è questa Mouse Parade?
Rappresenta le nostre vite, la nostra comunità, le persone che ci circondano, ma in un certo senso è una metafora dell'umanità intera. Per noi indica la cerchia ristretta, le persone che amiamo di più. Noi stessi siamo in questa sfilata, insieme alle persone della nostra vita, con tutti i nostri alti e bassi.
Come nascono The Block e Mouse Parade e come si uniscono?
Le parti di pianoforte, ovvero le fondamenta del brano, sono nate insieme. Poi si sono separate durante la lavorazione, ma alla fine si sono ricongiunte attraverso il testo. The Block rappresenta molto la prospettiva umana: parla del commiserarsi, cosa che noi umani facciamo spesso, sentendoci al centro del mondo. Con Mouse Parade, invece, immaginiamo di scendere sotto le assi del pavimento dove vivono gli uomini per entrare nel mondo dei topi, dove le cose cambiano. È un modo per cambiare prospettiva sulla vita e vedere le cose in un quadro più ampio: non tutto ruota intorno a noi. Loro collaborano, sono uniti, anche se la loro è una lotta continua e una vita molto più dura della nostra. A volte sembra che più la tua vita è facile, più ti concentri sulle difficoltà; più è dura, più ti limiti a vivere. È un modo un po' sarcastico di guardare a noi stessi e a come tendiamo a focalizzarci solo sul nostro ombelico anziché su ciò che accade intorno.
Questo è ciò che hai imparato scrivendo l'album? Cosa hai imparato che prima non sapevi?
Moltissimo. L'ultima volta che avevo scritto un album ero decisamente più giovane. Si impara tanto semplicemente crescendo. Credo che questo disco, almeno all'interno della band, parli molto del mostrarsi reciprocamente pazienza ed empatia, lasciando che ognuno sia se stesso. È stato un processo importante basato sulla fiducia e sull'ascolto reciproco, il che è stato bellissimo. C'è stato un ottimo flusso creativo. Ci siamo riavvicinati e l'attenzione è tornata sul fare qualcosa che fosse prima di tutto divertente.
Prima non era più così?
Quando fai questo lavoro per tanto tempo, alternando continuamente album e tour, rischi di perdere la prospettiva. Questi ultimi sei anni ci hanno riportato a ciò che conta davvero. Abbiamo imparato molto l'uno dell'altro e abbiamo risposto alla domanda: "Perché voglio farlo? Perché sono qui?". Avremmo anche potuto non fare un album, e sarebbe andata bene lo stesso. Sentire di nuovo quella spinta interiore, quella voglia reale di creare, è stato magnifico.
Immagino che per restare uniti come band dopo sei anni, senza rischiare di sciogliersi, questo approccio sia fondamentale.
Esatto, serve a ritrovare l'energia motrice della band. Quando si è in cinque, si è come una famiglia numerosa – forse non per gli standard italiani, ma in Islanda cinque persone sono una famiglia grande! È un lavoro costante, richiede tantissima comunicazione. Ora alcuni di noi hanno dei figli, le cose cambiano, bisogna darsi spazio a vicenda. Sono cinque cervelli che cercano di fare un'unica cosa, ma stavolta ci siamo riusciti davvero bene, trovando un terreno comune. Questo ha rafforzato il nostro legame.
Quando riascolti My Head Is an Animal, hai la sensazione che quella versione di te esista ancora o ti sembra di ascoltare una band diversa?
È difficile da dire. Quando crei un album non ti rendi conto di cambiare così tanto, anche se da fuori può sembrare così. Ci sono molte variabili: se riascolto il primo disco, la mia voce e quella di Nanna sono totalmente diverse. Ma è biologia, la voce si abbassa con l'età e impari a usarla diversamente. Nel primo album c'era un'energia grezza e selvaggia, tipica dei vent'anni, che a 38 non hai più. Sei diverso, ma ci sono altre cose in cui migliori. Se ascolti un brano come "Styrofoam Cathedral", specialmente dal vivo, ritrovi un'energia molto simile a quella degli esordi. Credo che questo nuovo album avrebbe avuto perfettamente senso come nostro terzo disco, idealmente prima di "Fever Dream", che invece è stato l'elemento di rottura. A livello di strumentazione abbiamo cercato di tornare alle origini, registrando tutti insieme nella stessa stanza per catturare quell'energia. Ora sto scrivendo nuove canzoni solo con la chitarra acustica, tornando a quel modo di fare musica, ed è una sensazione fantastica.
Per me che vi ascolto è naturale sentire questo ritorno alle radici, ed è un ottimo album.
Sì, "Fever Dream" è stato sicuramente un album divisivo. A molte persone non è piaciuto, ma ci ha anche portato tanti nuovi fan, il che è stato fantastico. Non è il mio preferito tra i nostri lavori, ma i nostri album sono come la nostra vita: ci tengo a tutti, anche se guardando indietro lo vedo diverso.

Siete in procinto di venire in Italia, quindi devo farti la domanda d'obbligo: hai un rapporto speciale con il nostro Paese? Suonerete anche a Pompei, un luogo dal valore storico immenso, celebre anche nella storia della musica grazie ai Pink Floyd.
In questo tour visiteremo molti posti nuovi. Non sono mai stato a Pompei, e avremo anche un giorno libero a Venezia. Non vedo l'ora di esplorare. Posso dirti che i fan italiani sono tra i migliori al mondo. I concerti in Italia sono sempre pazzeschi, ne ho dei bellissimi ricordi e sono entusiasta di tornare a suonare per voi. È divertente viaggiare e vedere come la personalità di una nazione si rifletta nei concerti: in Corea del Sud ballavano tutti come matti, in Giappone stavano in silenzio ad ascoltare. L'Italia è una delle mie mete preferite. E poi sono entusiasta per il cibo, avete la cucina migliore del mondo. Anche il mio cocktail preferito è italiano! L'Islanda non ha una grande tradizione culinaria, la nostra storia in quel campo è piuttosto deprimente, quindi oggi gli islandesi sono molto curiosi verso le tecniche gastronomiche altrui.
Una curiosità: sono rimasto sorpreso nello scoprire che molte canzoni tradizionali natalizie islandesi sono in realtà canzoni italiane.
Questa è la più grande truffa in Islanda! Tutte le canzoni con cui sono cresciuto, che pensavo fossero islandesi, sono in realtà italiane. È incredibile come l'Italia abbia influenzato la musica islandese. Il periodo natalizio da noi è importantissimo, i concerti di Natale sono continui. La maggior parte dei musicisti in Islanda si guadagna da vivere a dicembre perché è difficile mantenersi solo nel mercato locale durante il resto dell'anno. Gli islandesi riempiono i teatri per questi concerti di Natale… e noi non facciamo altro che cantare brani italiani! È meraviglioso.
Avete firmato una petizione di No Music for Genocide. In Italia c'è un forte dibattito sul fatto che gli artisti debbano o meno prendere una posizione politica. Tu non sembri avere molti dubbi a riguardo, giusto?
Credo sia importante esporsi ogni volta che nel mondo accadono tragedie simili e vedi persone indifese venire colpite in quel modo. La vita non dovrebbe essere questa, non dovremmo fare queste cose. Questo è ciò che proviamo e abbiamo sentito il dovere di esprimerlo. Non siamo mai stati una band politica; abbiamo sempre cercato di essere una via di fuga per le persone, un universo alternativo in cui rifugiarsi per fuggire dalla durezza della realtà. Vogliamo esserlo ancora, ma viviamo in tempi assurdi. Ci sono guerre ovunque, vengono uccisi dei bambini. Sento che stiamo regredendo, e in questi casi bisogna far sentire la propria voce. So che è una situazione estremamente complessa, ma quando vedo ciò che sta accadendo davanti ai miei occhi, non posso restare indifferente.