Noa in tour in Italia: “Netanyahu rieletto? In Israele una dittatura fascista. A Eurovision non avrei partecipato”

"Pace" è una delle parole che Noa, cantante israeliana e attivista, ripete più spesso durante la lunga intervista telefonica fatta qualche giorno fa. L'occasione è stato il suo ritorno in tour in Italia, l'album "The giver and the Sea" e il festival "Re-Imagine Peace" che si terrà dal 10 al 12 luglio a Firenze, uno spazio interdisciplinare che ha come obiettivo quello di parlare di pace, appunto. Impossibile, però, che la discussione non cada sulla questione israelo-palestinese che dura da oltre un secolo, il peso di Netanyahu al Governo, cosa significa per un israeliano vivere sotto il suo governo, il trauma vissuto, spiega, dai due popoli, dal bisogno di muoversi per una soluzione pacifica. Ma anche di boicottaggio all'Eurovision, con cui non è d'accordo anche se, ammette, lei non sarebbe mai andata a cantare mentre è in corso una guerra oltre alla musica. E del ritorno in Italia, con il tour e con il festival in cui unisce la musica al suo attivismo e a cui parteciperanno, tra gli altri, anche il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme e Izzedin Elzir, Imam di Firenze.
Il tuo nuovo progetto si chiama "Re-Imagine Peace". Come si fa a reimmaginare la pace con le premesse odierne?
Sono un'attivista per la pace da trent'anni. Lavoro in questo mondo da tre decenni e so benissimo cosa succede sotto la superficie. Sento che oggi ci sono pochissime informazioni affidabili a cui le persone che hanno a cuore la situazione tra Israele e Palestina possano fare riferimento. Tutto è estremamente polarizzato e, vivendo nell'era dei social media, chiunque sappia come manipolarli, come usare l'intelligenza artificiale o come alterare le cose per servire una determinata agenda, può farlo. Purtroppo oggi da entrambe le parti ci sono forze molto potenti che vogliono allontanarci. Hanno interesse a mantenere le persone arrabbiate. Davvero, la rabbia, l'odio e la violenza sembrano essere le emozioni dominanti e la modalità d'azione principale di chiunque. Questo è gravissimo, perché non ci porterà da nessuna parte che sia favorevole alla vita. Porta sicuramente alla morte, alla violenza, alla guerra, ma non alla vita. Il mondo in cui viviamo io e i miei amici, invece, è diverso.
Ovvero?
Viviamo in un mondo in cui le persone si tendono costantemente la mano: parlano, ascoltano, comunicano, creano occasioni di incontro e di attività congiunte, pensando in modo creativo a come uscire da questa crisi per andare verso il futuro. C'è un mondo intero di cui la maggior parte delle persone, compresi moltissimi italiani, semplicemente non è a conoscenza. Non sanno proprio che esista.
Perché parti dall'Italia?
Perché per me è un luogo speciale. Amo questo Paese, ho avuto l'onore di esibirmi qui per così tanti anni. Per me era fondamentale iniziare questo viaggio proprio dall'Italia, perché "Re-Imagine Peace" non è un evento isolato. Nella mia mente è qualcosa che porteremo in giro per il mondo, in diverse città e diversi Paesi. Credo che le persone siano stanche di vedere costantemente violenza e odio, da una parte o dall'altra. Cercano un'alternativa, e questa è l'alternativa. Durante i tre giorni di "Re-Imagine Peace", le persone avranno l'opportunità di incontrarsi, di informarsi e di conoscere chi lavora concretamente sul campo, unendo le forze: organizzazioni, artisti, pensatori, relatori.
Parli di un festival fatto per guardare insieme alla pace. Ma come può la cultura essere davvero forte quando ci sono politici a cui non importa nulla della pace e della cultura?
Secondo me, ogni singola persona, inclusi te e me, deve assumersi la responsabilità di ciò che vuole e di come desidera vedere il mondo. Io vivo in questo mondo e ho due opzioni. Posso dire: "Non posso farci niente. Ci sono grandi potenze, Jeff Bezos, Elon Musk, Trump, Netanyahu, e così via. Io chi sono? Sono solo una piccola persona. Mi nascondo e spero che non mi succeda nulla". E questa non è la mia. L'altra opzione è guardare quali sono i miei strumenti, quelli con cui posso creare il mondo. Il nostro ruolo di artisti è mostrare una via, un'opzione su dove possiamo andare. Che la situazione attuale sia uno schifo sono tutti d'accordo, ma la direzione verso cui stiamo andando è ancora aperta alle possibilità.
Ci credi veramente?
Questo festival si chiama "Re-Imagine perché è come se le persone avessero smesso di immaginare qualcosa di diverso. Sono diventate depresse, oppresse, ciniche, chiuse. Se non riusciamo a immaginare qualcosa di nuovo, non accadrà. E gli artisti sono sempre i primi a immaginare una realtà diversa.
Pensi che in Israele la maggioranza delle persone, in questi mesi e in questi anni, sia in grado di pensare al mondo nel modo in cui vorresti? Di pensare alla pace, oggi?
Guarda, questa domanda bisogna farsela per tutti. Anche i palestinesi sono in grado di immaginare un futuro diverso? Io vivo in un mondo in cui ci sono molte persone che vedono le cose diversamente. Cosa intendiamo per maggioranza? Se guardi i sondaggi nei telegiornali, cambiano ogni giorno. Viviamo in un mondo molto parziale. Per esempio, in Israele ci sono diversi canali televisivi. Uno di questi, simile a Fox News in America, è controllato dalla destra. Di conseguenza, i loro sondaggi mostrano sempre che il governo è popolare e che tutti sostengono Netanyahu. Se cambi canale, senti informazioni diverse, e se ne giri un altro ancora, ne senti altre ancora. Quindi, qual è la verità? Non lo so.
Di un popolo oppresso e uno oppressore.
Aspetta, io devo assumermi la responsabilità per me stessa, per la mia gente, la mia comunità, i miei fan. Faccio questo e vedo che molti altri si stanno muovendo, perché in Israele ci stiamo avvicinando alle elezioni più importanti della nostra storia. Se in queste elezioni Netanyahu dovesse tornare al potere, per Israele sarebbe la fine. Cadrà in una dittatura fascista, come accadde in Italia ai tempi di Mussolini, in Spagna con Franco, per non parlare della Germania di Hitler. Anche i Paesi splendidi possono sprofondare in una catastrofe quando la storia crea determinate condizioni. Israele ci è vicino e molti israeliani lo capiscono.
Come mai, secondo te?
Oggi in Israele vedi persone che dicono: "Dobbiamo vincere queste elezioni per sbarazzarci di questi pazzi, della mafia che si trova nel governo israeliano, e mettere al loro posto persone perbene". Non ti parlo di leader ideali, non ne abbiamo in questo momento, ma abbiamo persone non corrotte, che non mentono e non sono criminali. Sì, ce le abbiamo, e in loro riponiamo la speranza. Poi bisogna capire un'altra cosa, ovvero che sia gli israeliani che i palestinesi sono popoli traumatizzati. Siamo persone post-traumatiche, che in questo momento non riescono a pensare con lucidità. Quando parli con molti israeliani non senti un discorso logico, perché i loro figli sono nell'esercito e muoiono, o perché i loro amici sono stati uccisi dai terroristi di Hamas, o per via del Libano, della Siria… la gente è isterica. Pensano: "Tutti ci odiano". Guardano il mondo e vedono che il mondo non è molto amichevole con Israele ora.
Beh, un motivo ci sarà, no?
Questo è il paradosso, siamo un vicolo cieco. Il governo israeliano sta compiendo azioni che danneggiano il Paese, il mondo reagisce e i cittadini israeliani vedono solo che il mondo li odia, senza riuscire a fare il collegamento. Il mondo ci odia a causa di Netanyahu. Se ce ne sbarazziamo, forse le cose cambieranno. Questo è ciò che proviamo a dire noi: "Ragazzi, il mondo non reagisce così per caso. Abbiamo un governo mafioso che sta distruggendo il nostro Paese, dobbiamo mandarlo via". Questo dibattito in Israele è molto forte adesso. Quindi, Francesco, dobbiamo lavorare per cambiare le cose.
Il tuo contributo qual è, quindi?
Il mio contributo per salvare il mio Paese e il mio popolo – e per salvare i miei amici in Palestina, perché per me è la stessa cosa – è lavorare costantemente per la pace. Voglio muovere una critica al movimento pro-Palestina, perché io stessa sono pro-Palestina, amo il popolo palestinese e i miei amici lì, voglio la pace per loro, ma non voglio distruggere il mio Paese e uccidere nove milioni di cittadini israeliani. Bisogna essere chiari: stai lavorando per la pace o no? Credi che Israele e Palestina possano vivere insieme, o vuoi Israele fuori? Ovviamente, se sostieni quest'ultima tesi, come fanno alcuni attivisti, non otterrai il sostegno del popolo israeliano, né di chiunque creda nella pace, e contribuirai solo a un infinito bagno di sangue.
Ma credi davvero che nelle prossime elezioni qualcosa possa cambiare…
Sì, ci credo assolutamente. Guarda, ogni giorno in Israele accadono catastrofi e la popolazione è sotto shock. È un po' come con Trump, per fare un paragone. Le cose che accadono in America scioccano il popolo americano. Fortunatamente l’America ha un sistema – a meno che Trump non lo distrugga – per cui, secondo la Costituzione, lui non può essere eletto per un altro mandato consecutivo. Se non riuscirà a distruggere l'America nei prossimi tre anni, se ne andrà presto. In Israele non abbiamo questa Costituzione e non abbiamo questa legge, ed è una delle cose peggiori. Al momento abbiamo visto Netanyahu distruggere Israele. Ha il cancro, è un uomo malato ed è sotto processo per corruzione; deve andare in tribunale continuamente. Ogni giorno c'è una nuova tragedia. Persino molte persone che lo hanno votato sono scioccate da ciò che sta accadendo e non lo voteranno più.
Ma chi potrà prendere il suo posto visto che la sinistra sembra non avere potere?
Ora in Israele abbiamo una forza di centro-destra guidata da Naftali Bennett. È di centro-destra. Non è il mio politico preferito, non sono d'accordo con lui quasi su nulla, ma non è corrotto e non è stupido. Se venisse eletto, si aprirebbe un'altra grande opportunità. E questa opportunità riguarda i cittadini arabo-israeliani. In Israele il 20% dei cittadini è palestinese, a differenza di chi vive in Cisgiordania e a Gaza; sono realtà diverse. Molti italiani dimenticano questa distinzione: ci sono palestinesi all'interno dei confini di Israele e palestinesi fuori. Questo 20% di cittadini israeliani di origine palestinese è fondamentale ora per il futuro del Paese. Tutti capiscono che se ci si vuole sbarazzare di Ben-Gvir e di questi fanatici, bisogna portare al governo i palestinesi israeliani che sono liberali, democratici, credono nella pace, lavorano e pagano le tasse. Questo è il punto. Una dinamica così forte non si era mai vista prima in Israele.
Però, scusa, perché le cose dovrebbero cambiare adesso, dato che il problema tra Israele e Palestina va avanti da oltre un secolo? L'impressione è che dopo il 7 ottobre possa essere ancora più difficile.
Non sono d'accordo con te. Penso che sia l'esatto contrario. Il 7 ottobre è stato uno shock immenso sia per Israele sia per i palestinesi. È come una terapia d'urto: quando qualcuno soffre di una grave psicosi o di una malattia mentale, a volte bisogna scuoterlo o versargli dell'acqua fredda in testa per farlo fermare. Questo evento è stato così sconvolgente che le persone si sono dette: "Ok, non si può continuare così. Se noi palestinesi continuiamo ad affidare il nostro futuro a Hamas, e se noi israeliani continuiamo ad affidarlo agli estremisti come i coloni e Ben-Gvir, resteremo in questa situazione per sempre". La gente si sta chiedendo quale sia l'alternativa, e l'alternativa esiste. Se non ci fosse stato il 7 ottobre, probabilmente avremmo continuato come sempre: noi spariamo, loro sparano, muore uno, muore l'altro, trascinando questa situazione per altri dieci o quindici anni. Questo è il primo punto.
Dimmi il secondo.
Il secondo è che persone come te e me tendono a vedere il proprio piccolo contesto come se fosse tutto. Ma se guardi attraverso la lente della storia, la durata del nostro conflitto è molto breve. Ti faccio l'esempio dell'Europa: ha vissuto due guerre mondiali, 75 milioni di persone sono state uccise in quei conflitti orribili, finché l'Europa non ha finalmente deciso di smettere di uccidersi e di creare l'Unione Europea. Può piacere o meno, ma oggi avete la pace e vivete una buona vita. Anche noi vorremmo vivere così, e non vogliamo uccidere 75 milioni di persone, non siamo nemmeno così numerosi. Abbiamo chiuso con i massacri reciproci, ed è così che la pensa molta gente. Oggi dobbiamo sbarazzarci di Netanyahu e di Hamas. Abbiamo bisogno di persone che stringano accordi, è tempo di smettere di ucciderci. Ci sono molte forze che vogliono farlo.
Dubito che qualche politico israeliano possa contestare ciò che avviene in Cisgiordania.
In campagna elettorale nessuno dirà certe cose perché tutti vogliono i voti. Quindi in questo momento è meglio non ascoltare troppo i politici, perché hanno bisogno di farsi eleggere. Davvero, siamo pratici. Ti faccio l'esempio di Yitzhak Rabin, una delle persone più importanti della mia vita. Lo conoscevo personalmente, ho cantato per lui molte volte e, come forse saprai, stavo cantando nel grande raduno per la pace proprio quando è stato assassinato. Quell'evento ha cambiato la mia vita trent'anni fa: avevo 25 anni, rimasi sconvolta e decisi che dovevo fare qualcosa. Sono diventata un'attivista a causa del suo omicidio. Rabin non veniva dalla sinistra, era un generale dell'esercito, un uomo molto forte con una mentalità militare, convinto che bisognasse schiacciare la resistenza palestinese.
Esattamente.
Poi, cosa è successo? Un giorno è arrivato e ha detto: "Ragazzi, basta così. Cambio rotta. Capisco che non potremo continuare con la violenza. Ho parlato con Arafat e abbiamo un accordo". Fu uno shock totale per il popolo israeliano e per quello palestinese.
Parli di Oslo, ovviamente.
Sì, firmarono gli Accordi di Oslo insieme a Bill Clinton, vinsero il Premio Nobel per la Pace e dissero che era finita. Poi è arrivato un colono e lo ha ucciso. Quel momento straordinario è nato così. Rabin aveva forse detto in campagna elettorale che avrebbe fatto la pace? No. Ma quando si è trovato nella posizione di dover salvare Israele, lo ha fatto. Lo stesso vale per i politici di oggi, perché ora la situazione è talmente grave per Israele, per i suoi rapporti con il mondo e per le persone che muoiono ogni giorno, che questi leader, se eletti – ed è per questo che ti dico che sono le elezioni più importanti della nostra storia – faranno quello che c'è da fare. Anche se adesso non parlano di "pace e amore" perché non li aiuterebbe a vincere, una volta al potere potranno dire agli israeliani: "Questo è ciò che dobbiamo fare per sopravvivere". Questa è la mia grande speranza, e non credo sia impossibile.
Ancora poche domande.
Parleremo anche di musica?
Certo, ma vedi, questo tema è molto centrale anche in Italia…
Capisco, la mia intera carriera e la mia vita sono una combinazione di queste due cose. Se parliamo di "Re-Imagine Peace", si tratta di un progetto musicale, ma orientato verso questo fine. Anche il nuovo album, "The Giver and the Sea", parla di questo, ma in modo molto delicato. Lì inserisco i messaggi che per me contano ma non in modo aggressivo o sfacciato, perché la musica è un luogo più dolce in cui comunicare messaggi in modo subliminale, attraverso codici. Tra l'altro, "The Giver and the Sea" è un gioco di parole con "The River and the Sea". C'è un interscambio continuo. Immagina cosa significa tutto questo nella mia vita.
Dimmelo tu.
È la cosa più importante per me e per chiunque in Israele. Sono un'artista connessa alla realtà, non sono uno che canta "pace e amore" ignorando che tutto va a rotoli. Capisco la gravità del problema e cerco costantemente di contribuire in modi diversi. Il mio contributo si divide in tre canali: primo, parlo delle cose attraverso le parole; secondo, creo "Re-Imagine Peace", che è un luogo per mostrare concretamente cosa possiamo fare attraverso la cultura, la musica e il cinema; terzo, compongo musica per avvicinare le persone con delicatezza. Attraverso la bellezza, la musica, La vita è bella, l'Ave Maria, invito le persone nel mio mondo e mostro loro qualcosa a cui forse non avevano pensato. Questo è il mio universo.
Torniamo a "Re-Imagine Peace" e parlami della musica, che musica vuoi mostrare al pubblico?
Abbiamo un programma musicale fantastico il 12 luglio all'Anfiteatro delle Cascine, nel Parco delle Cascine a Firenze. Sul palco saliranno artisti che gli italiani non conoscono, a parte me e Mira Awad – con cui sono stato a Sanremo ed all'Eurovision. Gli altri artisti saranno per lo più sconosciuti al pubblico italiano, ma sono straordinari. Tra l'altro ci sarà molto rap e hip-hop, oltre a incredibili lavori strumentali. Sono persone che da anni sono all'avanguardia nelle collaborazioni israelo-palestinesi, facendo un lavoro splendido. Integreremo anche dei video delle diverse organizzazioni con cui collaboriamo e avremo la partecipazione speciale dei Solis String Quartet. Loro lavorano con me da anni, li adoro ed è anche il mio legame con Napoli, con l'Italia. Sono nel mio cuore, li conosco benissimo e sono miei fratelli.
Poi?
Oltre a loro, ci sarà l'attore Neri Marcorè, che è stato fantastico in questo progetto: canterà un brano di Fabrizio De André intitolato "Sidún", che parla del Libano, quindi è estremamente attuale. Leggerà anche una poesia di Mohammad Ali Taha, un famoso poeta palestinese, che abbiamo tradotto in italiano appositamente per lui. Mohammad era con noi a Firenze quando abbiamo lanciato l'evento il 12 settembre. Neri parteciperà anche a una canzone che canteremo tutti insieme, intitolata "Think of Others" ("Pensa agli altri"), basata su una poesia del celebre autore palestinese Mahmoud Darwish; io ho scritto la parte in inglese, Mira in ebraico e un nostro amico ha curato la versione italiana. Canteremo in tutte queste lingue.
Ci sarà anche il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme.
È un ospite davvero speciale. Per me è incredibile che venga di persona sul palco a darci la sua benedizione, perché Gerusalemme non è solo una città: è un'idea, un vero e proprio campo energetico. È una città che racchiude un'enorme energia di dolore, odio, amore, bellezza, speranza e follia. È un luogo folle, e se riusciamo a raggiungere la pace lì, avremo fatto qualcosa di immenso. Il Cardinale è un uomo straordinario, si diceva potesse diventare Papa e ha detto: "No, ho del lavoro da fare a Gerusalemme". Trovo meravigliosa l'idea di un uomo che dice che fare il Papa è fantastico, ma che il suo dovere è a Gerusalemme. Sarà sul palco con noi ed è una presenza importantissima. Sarà un concerto di tre ore ricco di musica e di idee profonde; penso che per il pubblico sarà un'esperienza straordinaria.
Temi qualche contestazione?
Certo, ne siamo consapevoli. Intano la polizia di Firenze sarà presente per proteggere tutti. Sì, ci possono essere persone a cui questa idea non piace, come il movimento BDS che invita al boicottaggio perché rifiuta qualsiasi forma di collaborazione tra israeliani e palestinesi. Per loro si tratta di "normalizzazione" e si oppongono. Io non sono d'accordo, perché se si vuole raggiungere la pace, bisogna lavorare insieme, non c'è altra via. È molto importante precisare che il governo israeliano non è coinvolto in alcun modo, così come nessuna organizzazione ad esso legata. Noi non siamo il governo, siamo l'alternativa al governo. Siamo l'alternativa a Ben-Gvir e a questi fanatici, e mostriamo ciò che la gente fa concretamente sul campo. Per questo penso che meritiamo sostegno. Se qualcuno verrà a manifestare contro, mi dispiacerà, ma sarò felice di dialogare con chiunque. Se qualcuno viene a chiedermi il perché di tutto questo, ho le risposte e sono felice di includere tutti.
Oltre a Pizzaballa ci sarà anche un'altra figura religiosa di riferimento, l'Imam di Firenze.
L'Imam di Firenze è un grande sostenitore di "Re-Imagine Peace". È una persona fantastica, si chiama Izzedin Elzir ed è un palestinese di Hebron. Il fatto che un palestinese di Hebron collabori con un'israeliana e che si siedano insieme da amici per questo progetto è un traguardo importantissimo. I dialoghi con l'Imam mi hanno aperto gli occhi, ho imparato molto da lui e credo che anche lui abbia imparato da me. Ricordo che quando abbiamo fatto l'evento il 12 settembre nel Salone dei Cinquecento, mi disse: "Non preoccuparti. Se qualcuno vuole venire a manifestare, dirò di non farlo. Questo è il mio evento, io lo sostengo". E non abbiamo avuto contestazioni. Spero che sarà lo stesso anche stavolta, ma non posso esserne sicura.

Credi ancora alla soluzione dei due Stati per due popoli, o pensi che sia possibile qualche altra soluzione?
Ci sono molte opzioni e per me va bene qualsiasi soluzione che ci permetta di vivere in pace. Ma se mi chiedi cosa sia logico, penso che abbiamo bisogno prima di due Stati e poi, molto rapidamente, di una confederazione. Ci sono molte iniziative, come "Two States, One Homeland" ("Due Stati, una patria"), che parlano proprio di questo e propongono modi creativi per mantenere l'autonomia culturale. Perché il problema principale qui è proprio l’autonomia culturale. Se si fa un unico Stato, che tipo di Stato sarà? Che lingua si parlerà? Quale sarà il suo carattere? Si rischierebbero enormi tensioni. Il Canada, ad esempio, ospita la realtà inglese e quella francese, ma è mille volte più grande di Israele. Israele e Palestina sono piccolissimi; rischiamo una guerra eterna se non stabiliamo chiaramente cosa stiamo facendo. Credo che prima si debba dire al popolo palestinese: "Avete il vostro spazio, la vostra bandiera, la vostra lingua, la vostra identità, senza essere sotto il governo israeliano".
E poi?
E poi chiederci come rendere tutto questo ottimale per tutti attraverso il commercio, i trasporti, l'istruzione e il benessere, aprendo i confini e avviando collaborazioni politiche ed economiche. Molti di questi piani esistono già, dobbiamo solo applicarli. Per riassumere: non sono un politico e non mi occupo di questo a livello istituzionale, ma conosco questi piani e non ne rifiuto nessuno se entrambe le parti concordano. In base al mio giudizio, due Stati e una confederazione rimangono l'opzione migliore.
Cosa ne pensi della proposta di boicottare Israele all'Eurovision?
Sono assolutamente contrario ai boicottaggi culturali di qualsiasi tipo. Credo che la cultura sia l'arena in cui dobbiamo tenere le porte aperte per permettere alle persone di confrontarsi. Se vuoi boicottare qualcosa, boicotta il governo israeliano, i politici, le attività commerciali… ci sono molti settori da colpire, ma non la cultura. Secondo me la cultura dovrebbe essere sempre preservata. Senza contare che il 95% di chi lavora nella cultura, nell'accademia e nell'arte è composto da persone come te e me, che credono nella democrazia e nella pace. Boicottarle significa chiudere loro la bocca, ed è una cosa stupida. Andate a dimostrare davanti all'ambasciata israeliana, protestate contro i politici, non contro la cultura. Poi c'è un secondo punto – e per questo molti israeliani si sono arrabbiati con me – è che se fosse dipeso da me, io quest'anno all'Eurovision non ci sarei andata. Non per via del boicottaggio, ma perché non lo trovo giusto.
Cosa non è giusto?
Penso che durante una guerra, quando ci sono così tante persone morte e così tanto dolore, non andare all'Eurovision sarebbe stato un atto di solidarietà verso i miei amici e i miei vicini. Non avrei avuto voglia di saltare su un palco a fare festa in questo momento. È una macchina che costa tantissimi soldi, mentre ci sono moltissime persone da entrambe le parti che si trovano in condizioni disperate. Quando una popolazione è traumatizzata e ha il cuore spezzato… abbiamo notizie di soldati che si suicidano ogni cinque minuti, è un incubo. Destiniamo quel denaro alla cura e al sostegno delle persone. Questa è la mia opinione. Penso che sia stato un errore partecipare e cantare "Michelle Michelle" all'Eurovision. Al tempo stesso, però, non sostengo il boicottaggio culturale esterno. La mia posizione è complessa, come sempre.
Eppure, come mostra anche un'inchiesta del NYTimes, il Governo israeliano non è estraneo alla manifestazione, anzi lo usa come soft power.
Non la vedo in questo modo, anche perché ti stai addentrando in dinamiche che non mi appartengono. Quell'articolo del New York Times descriveva una catastrofe, ed è tutto vero, è terribile. È una grande vergogna. Questo è un altro motivo per cui dobbiamo sbarazzarci di questo governo e cambiare rotta. Insomma, avere Ben-Gvir a capo delle carceri… è un terrorista. Abbiamo un problema enorme in Israele. Ed è per questo che stiamo lottando per cambiare la realtà interna: questo cambiamento avrà un impatto sulla vita dei palestinesi e su tutto il Medio Oriente. È facile dire "Fanculo Israele" per far contenti tutti, ma non funziona così. In secondo luogo, non credo che l'Eurovision sia una forma di soft power. Se vuoi la mia opinione, non è affatto importante. Non significa nulla, è solo intrattenimento leggero, fuffa. Ciò che conta davvero è quello che facciamo sul campo: se c'è una guerra o no, se ci sono i fascisti al governo o no, se ci sono gli estremisti o no. Cosa stiamo facendo per cambiare la realtà israeliana? L'Eurovision è solo evasione, puro escapismo per tutti. Mi spiace, ma le canzoni dell'Eurovision sono questo.
Eppure tu ci andasti.
Quando ci andai con Mira Awad, non l'ho fatto perché fosse il mio genere, ma per l'opportunità di lanciare un messaggio davanti a centinaia di milioni di persone: dimostrare che deve esserci un'altra strada. Per me è stata una piattaforma mediatica. Credo che molto presto l'Eurovision di quest'anno verrà dimenticato, non è una cosa importante. La priorità assoluta è fare la pace tra israeliani e palestinesi, per poter vivere e smettere di morire. Quella canzone, "Michelle", verrà dimenticata nel giro di cinque minuti come tutte le altre. La cosa fondamentale è cambiare il governo israeliano ed estromettere Hamas dal potere. Dobbiamo ridefinire i confini della nostra appartenenza: la mia comunità non è "gli ebrei israeliani contro i musulmani palestinesi". No. La mia comunità è formata dalle persone che vogliono vivere in pace, contrapposte a quelle che non la vogliono. Chi rifiuta la pace sta da una parte; chi la vuole è nel mio gruppo. E io voglio lavorare con questo gruppo, voglio rafforzarlo attraverso la musica, la cultura, il cinema e ogni mezzo possibile. Questo è il mio messaggio.
Torniamo alla musica. Quali sono i tuoi artisti italiani preferiti? Segui la musica italiana attuale?
Non tantissimo. In realtà sono stata in contatto con un grandissimo artista, Lorenzo Jovanotti, l'ho invitato. È stato dolcissimo e l'idea gli piaceva molto, ma è in tournée e non ha potuto partecipare. Mi piace molto Lorenzo. Ho invitato anche altri artisti, ma è stato difficile perché ci è voluto molto tempo per avere l'approvazione delle date, e quando ci siamo messi al lavoro era ormai troppo tardi per coinvolgere grandi nomi della scena italiana. In ogni caso, come ti dicevo, non cercavo necessariamente i grandi nomi commerciali; volevo persone autenticamente coinvolte.
Hai scoperto qualcuno?
Sono felice di aver preso contatto con un artista fantastico che si chiama Giovanni Caccamo. L'ho scoperto da poco, non lo conoscevo prima, ma lo adoro e amo soprattutto quello che fa. È un ragazzo molto giovane che ha fondato un'associazione per i giovani, per aiutarli a comprendere il mondo, dedicando il proprio tempo alla società e alle persone. Questo per me è straordinario. Apprezzo moltissimo Giovanni. Non potrà essere presente fisicamente, ma mi manderà un video, io parlerò della sua associazione e sarà parte integrante di "Re-Imagine Peace". Ne sono molto orgoglioso. Io amo l’Italia, in generale la amo profondamente.
sarai anche in tour, dopo il Festival: La Spezia, Milano al Castello Sforzesco, Nocera…
Non faccio una tournée in Italia da molto tempo. Sarò in tour con un quartetto di musicisti eccezionali. Il concerto si concentrerà sui brani di "The Giver and the Sea", anche se suonerò sicuramente anche pezzi del passato, ma ci saranno molte novità. Ognuno dei musicisti sul palco è un solista straordinario, sono tutti grandissimi musicisti jazz. Io amo i musicisti jazz. Se pensi alla mia eroina di sempre, Joni Mitchell, quando ha iniziato faceva folk, ma poi ha fatto i suoi tour più incredibili e i suoi album migliori – come "The Hissing of Summer Lawns" o "Mingus" – accompagnata dai migliori musicisti jazz in circolazione, come Pat Metheny. Anch'io ho sempre voluto accanto a me grandi personalità del jazz, e ora più che mai. Con me ci sarà Ruslan Sirota, che è un pianista e produttore incredibile e Daniel Dor, che è un batterista mostruoso.
È il tuo primo album senza Gil Dor.
Sì, è il mio primo album senza colui che è stato il mio partner musicale per tantissimo tempo. Siamo ancora grandissimi amici, lui collabora con me per "Re-Imagine Peace", ma avevo bisogno di fare un passo da sola.
Perché hai sentito l'esigenza di farlo proprio adesso?
Penso che per me fosse arrivato il momento. Ho 56 anni e faccio musica da 36, tutti vissuti lavorando con Gil. Non credo esista un altro esempio di una carriera intera trascorsa con la stessa persona. Gli voglio un bene dell'anima. Abbiamo anche una notevole differenza d'età, lui ha 17 anni più di me. Sono arrivata a un punto in cui avevo idee diverse e stavo attraversando una fase di cambiamento interiore, cose che succedono nella vita. Così mi sono detta: "Ok, lo faccio adesso, perché per me è importante". Continueremo a lavorare insieme a "Re-Imagine Peace" e resteremo ottimi amici. Nessuna guerra, solo pace ed evoluzione. Dobbiamo cambiare continuamente: se restiamo sempre nello stesso posto, moriamo. Per me luglio sarà un mese importantissimo, prima con "Re-Imagine Peace" e poi con il tour.
Dicevi che non tornavi in tour in Italia da molto tempo…
L'Italia è il Paese più importante della mia vita dopo Israele, che è la mia casa. Il più importante in assoluto. Non potrei nemmeno quantificare le esperienze incredibili che ho vissuto nel vostro Paese: il Vaticano, l'incontro con quattro Papi…, la canzone napoletana, persino la gioia per lo scudetto del Napoli!
Poi due Sanremo…
Sì, a Sanremo, una volta in gara con Carlo Fava, ricordi? E poi ci sono tornata come ospite. Sento che la mia vita e la storia dell'Italia sono profondamente intrecciate. Venire in Italia adesso con questo messaggio di pace e con questo nuovo album è immensamente importante per me, mi dà una ragione per vivere. Questo è il mio messaggio.
Cosa hai imparato lavorando da sola? Cosa hai scoperto, facendo questo album, che prima non sapevi?
Questo album è il risultato di un percorso spirituale. Arriva un momento nella vita di ognuno in cui ci si dice: "Ok, basta. Ora devo guardarmi dentro". È quello che ho fatto. Questo disco è il frutto di alcuni anni di un cammino spirituale molto intenso. Ho iniziato questo percorso a 51 anni. Sapevi che secondo le culture antiche una persona diventa un "saggio", un anziano rispettato all'interno della tribù, non a 70 anni ma a 52? Proprio mentre mi avvicinavo al mio cinquantaduesimo compleanno, la mia mente ha cambiato prospettiva. Per questo è un album molto spirituale. Non nel senso superficiale del termine, ma profondo. Con me tutto è profondo. Bisogna guardare dentro le canzoni, ascoltare i messaggi. Questo è ciò che ho imparato: l'approccio a questo album è nato da un luogo diverso, è andato a toccare le corde profonde dello spirito e le canzoni sono fiorite di conseguenza.
Queste le date del tour:
- 24 luglio, La Spezia
- 25 luglio, Milano
- 27 luglio, Nocera
- 28 luglio, Roma
- 29 luglio, Riccione
- 4 settembre, Jesi
- 5 settembre, Imola (ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria)
(Questa intervista è stata editata per motivi di lunghezza e chiarezza)