C'è una classe intellettuale in Italia che ha fatto anche cose buone, ma pian piano ha cominciato a perdere il contatto con i più giovani e meno fortunati. Un esempio è l'ospitata di Michele Serra a Che tempo che fa, intervistato da Fabio Fazio. I due hanno commentato le proteste di sabato scorso a Milano, sottolineando l'opportunità della protesta e condannando le violenze e le vetrine spaccate. Opinioni diffuse, che da giorni riempiono le colonne dei giornali e i post sui social. Il giornalista di Repubblica, però, ha allargato la propria riflessione portando con sé un paio di sneaker, trasformate nel simbolo di una generazione che, secondo Serra, sarebbe disposta a rischiare la vita pur di possederle.
C'è stato anche un barlume di lucidità quando lo stesso Serra, dopo aver parlato di come un libro sulle bancarelle possa svoltare la vita più di un paio di scarpe (sic), ha ammesso: "Stiamo slittando verso la paternale di due signori anziani". Ma questa paternale è continuata parlando di come l'essere rispetto all'avere sia importante, senza aver bisogno di loghi e marchi. Il sospetto è sempre che si parli dall'alto di un privilegio e una posizione che una percentuale molto alta di giovani cresciuti nelle periferie in condizioni disagiate non potranno mai avere. Dire che durante gli scontri abbiamo visto la gente assaltare le vetrine dei negozi di scarpe e non le panetterie perché forse non c'è un reale bisogno di pane, mostra un distacco enorme da certe realtà.
Per portare acqua alla propria tesi, Serra dice anche che nei testi trap non si è mai sentito un verso tipo "‘Bro, passami lo sfilatino' o ‘dammi la pagnotta, fra'. Forse è una buona notizia, vuol dire che il pane c'è per tutti o quasi per tutti o almeno chi non ha pane non fa casino, fa molto più casino chi non ha le scarpe giuste". Qui il giornalista mostra di non conoscere la materia di cui parla, ma basta un po' di pregiudizio, spruzzato di paternalismo, per potersi ergere a maestro di vita. La trap e il rap parlano di disagio, povertà, indigenza da sempre, ne è una parte importante del racconto e il lusso ostentato è "solo" uno dei modi per rivendicare di avercela fatta. Ma a farcela è sempre uno su un milione, mentre tutti gli altri sognano la vita che il capitalismo gli promette ma non può mantenere.
Gran parte della generazione 2016, quella che ha dato il via alla trap, racconta le periferie vere, i palazzoni di Cinisello e Rozzano, ma anche di Secondigliano. "Loro di me non sanno niente, no, loro di me non sanno niente" cantava Sfera Ebbasta in "Panette", e continuava: "I miei fra sognano il fresco, una vita più bella. Mica di finire al fresco dentro una cella". Ma la trap è piena di racconti di "pane" e povertà: "Ho mangiato pane e acqua, do le mance al ristorante" (Artie 5ive), "So cos'è un pane diviso in due" (Ghali), "Tanto, se finisce la trap, posso tornare a pane e acqua" (Rrari dal Tacco), "Dici ‘per il cash non farei mai del male', lo faresti per un pezzo di pane se avessi fame" (Massimo Pericolo).
"La fame m'ha portato ad essere famoso" dice Ghali, ma basterebbe leggere il testo di "Bastavano le briciole" di Marracash per capire l'impatto che la povertà ha avuto su una generazione. Non era diverso in passato, andando più indietro, infatti, in "Lo straniero" Neffa cantava: "Io quando andavo a scuola da bambino, la gente nella classe mi chiamava ‘marocchino', ‘Terrone', ‘Muto', ‘Torna un po' da dove sei venuto'. E questa è la prima roba che ho imparato in assoluto". Ma questo gioco è facile, abbiamo fatto cherry picking come ha fatto Serra, perché il racconto è più ampio e complesso delle citazioni del "pane" nelle canzoni. Ci sono intere canzoni, anche molto crude, che raccontano ambienti difficili e lo fanno in maniera cruda.
Ma raccontare la propria storia o la storia delle persone con cui si è cresciuti, spesso in ambienti violenti e difficili, non equivale a incitare alla violenza. Non è tutto rose e fiori e ci sono sicuramente problematiche nel racconto del rap e della trap (il sessismo è uno di questi), ma gettare il bambino con l'acqua sporca non serve a nessuno. Ascoltare chi racconta quella vita, provare a capirne le istanze e i desideri sarebbe compito di chi ha la tranquillità di potersi fermare a riflettere invece di dover mordere la vita per procurarsi i soldi per mangiare. "Vogliamo il pane e le rose": le sneaker sono un desiderio, certo, o solo perché si nasce poveri non si possono sognare le promesse della società neoliberista? Le vetrine rotte, invece, sono il risultato di politiche sociali fallimentari e dall'incapacità di offrire un'idea diversa di futuro. E, chiaramente, anche della presenza di qualche testa calda. Non è giustificazionismo, ma volontà di guardare oltre. Bisognerebbe accorgersi dei problemi prima delle violenze, ma prima non se ne accorge nessuno dei decisori.
E infatti Serra sceglie "Sportswear" come canzone di chiusura dell'intervista, ovvero la canzone simbolo della Dark Polo Gang, una delle realtà principali della scena, ma anche una realtà proveniente dalla Roma bene. Se solo gli intellettuali che raccontano il paese in prima serata studiassero i fenomeni che affrontano, provassero a guardarli senza gli occhi del pregiudizio e scendendo a parlare con quelle persone, forse avremmo un racconto più fedele alla realtà. Ma sparare a zero su un genere che è stato preso come esempio di male assoluto, regala sempre grandi soddisfazioni per un pubblico che vuole sentirsi dire quanto i giovani oggi siano svogliati e sbagliati. È il destino che spetta a chi la gioventù l'ha abbandonata da un po'.