Jonathan Bazzi: “Capisco la rabbia di questi giorni, è anche la mia. Ho smesso di censurarmi per sentirmi scrittore”

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Jonathan Bazzi - ph Claudio Sforza
Jonathan Bazzi racconta in Bestiola la precarietà sociale e abitativa, il lutto per i suoi gatti e la libertà ritrovata: “Mi autocensuravo per stare dentro la forma canonica del romanzo”. E sulla rabbia delle proteste dice: “La capisco, è anche la mia”.

Jonathan Bazzi si è imposto all’attenzione del pubblico con "Febbre", diventato uno dei libri più discussi della letteratura italiana degli ultimi anni. Il peso di quel libro si è irradiato anche sul futuro dello scrittore milanese che oggi arriva con il terzo libro, dopo "Corpi minori". Un'opera che si chiama "Bestiola" (Mondadori) e che, partendo dalla morte dei suoi due gatti – chi lo segue sui social conosceva bene Mirtilla e Purè -, affronta temi più ampi, dall'indigenza alla crisi abitativa che colpisce la città meneghina, fino a un importante percorso di crescita personale. Il caso ha voluto che in questi giorni si stia parlando molto delle proteste che hanno attraversato il paese nei giorni scorsi, contro il caro vita e un welfare sempre più esiguo che provoca sempre più fratture nel tessuto sociale. E questo libro affronta in prima persona come i problemi che spesso pensiamo appartengano solo a determinate fasce sociali riguardano invece tutti noi, compreso uno scrittore famoso in un contesto – quello editoriale – capitalista come il resto della società.

La morte dei suoi Devon Rex (in particolare della prima) è stata anche l'evento che lo ha sbloccato dopo un periodo in cui le cose non giravano bene: pochi soldi, case che era un lusso definire tali, spese che non finivano e stipendi che non entravano. È il libro che ha regalato a Bazzi la libertà stilistica, il non sentirsi sbagliato nel non seguire le regole canoniche del "romanzo". E in effetti, se inizialmente si dipana in una sorta di caos creativo, man mano vengono tirate le fila della narrazione. Bazzi trasforma il lutto in un'occasione per ripensare il proprio posto nel mondo, tra precarietà sociale e libertà di scrittura, liberandosi dalle aspettative che avevano accompagnato il successo di "Febbre".

In questi giorni "Bestiola" è quanto mai d'attualità. Parla di lutto, ma anche del problema abitativo e di difficoltà economiche. Com'è pubblicare un libro del genere in un periodo di proteste?

Per me è come vedere l'estensione e la deflagrazione di dinamiche che sperimento in prima persona e che cerco di raccontare da almeno cinque o sei anni. Oggi si parla molto di rabbia, ed è un sentimento che capisco benissimo perché è stato – ed è tuttora – anche il mio. È una rabbia legata alla classe sociale, alla mancanza di denaro e alla profonda ipocrisia di una società improntata al menefreghismo. Questo discorso si articola su più livelli: riguarda la classe politica rispetto alle periferie e ai soggetti più fragili, ma attraversa anche il mondo del lavoro culturale.

È un problema sistemico, non saltuario, quindi.

È un sistema basato su privilegi anagrafici e di classe, con posizioni occupate da lungo tempo da persone che non traducono mai le parole in un reale supporto per le nuove generazioni o per chi parte da una condizione di svantaggio. È uno scenario in cui mi ritrovo, soprattutto perché riguarda Milano.

Che è la tua città, appunto.

Per me Milano è casa: ci sono nato, tra periferia e centro. Chi arriva da fuori ha una prospettiva diversa, ma io ho visto con i miei occhi come sia diventato sempre più difficile vivere qui. Per uno come me, venticinquenne o trentenne, che voleva combinare qualcosa nel mondo culturale, fino a un certo punto è stato possibile barcamenarsi con queste entrate instabili, ma comunque riuscivi a cavartela; negli ultimi dieci anni, invece, tutto si è fatto estremamente feroce.

Spesso la rabbia dei giovani viene attribuita a pregiudizi, ma il tuo libro mostra un disagio più generale. Anche avere il white privilege non ti salva e in piazza ci sono tutti.

Io vengo da uno di quei quartieri che un tempo si definivano "dormitorio", nati intorno alle fabbriche che poi hanno chiuso. Luoghi che hanno subito una profonda perdita di senso: enormi agglomerati di case popolari dove si sono concentrate fragilità, disagio e una rabbia condivisa. Inizialmente di famiglie italiane con problemi economici, con persone anche con problemi legali, psicologici o psichiatrici. Dalla fine degli anni '90 vi si sono insediate molte famiglie con una storia di migrazione, ma la dinamica profonda è rimasta la stessa.

In che senso la dinamica rimane invariata?

Nel senso che le persone crescono tramandandosi una drammatica assenza di prospettive e del senso di possibilità. Si sviluppa un forte senso di appartenenza a luoghi in cui sai già che per te le cose non funzioneranno come per chi sta altrove. Sono loro che possono scegliere liberamente cosa mangiare, come vestirsi, se studiare o meno, dove viaggiare. Questa "legge di natura" è qualcosa che ho sempre avvertito attorno a me ma che non ho mai accettato. Non ho mai pensato che nascere lì dovesse precludermi tutto. C'è poi chi reagisce a questa distanza immutabile non con le buone, ma tentando di colmarla con le cattive.

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Jonathan Bazzi – ph Claudio Sforza

Bestiola è la storia della perdita dei tuoi gatti, dell'elaborazione di un lutto. Come nasce?

In quanto terzo libro, per diverso tempo ho pensato che non sarebbe mai uscito. Gli anni successivi a "Corpi minori" sono stati difficili per tanti motivi. Ho avuto un esordio fortunato ma ingombrante con "Febbre", sia come numeri sia come attenzione mediatica. Ho cominciato, quindi, con una dimensione di grande pubblico che non so se è la mia. Con il mio secondo libro mi sono spostato, penso che ogni libro, anche in base alla storia, chieda la sua lingua, il suo stile. È stato molto diverso dal primo e non ne ha replicato l'eccezionalità. Non che Corpi minori sia andato male, ma non ha avuto lo stesso successo. Questa dinamica ha creato indubbiamente un problema, soprattutto perché oggi fare i conti con l'idea che una carriera sia fatta di alti e bassi è difficile: non siamo più capaci di sostenerlo né di accettarlo, né individualmente né come sistema. A questo si aggiunge la precarietà del lavoro culturale: devo contare solo su me stesso e sul mio compagno, con l'affitto da pagare ogni mese. Avevo tante idee ma non sapevo quale fosse quella giusta, così sono entrato in uno stato di "letargo".

Cosa ti ha fatto uscire da quel blocco?

Questi quattro anni di immobilità si sono interrotti quando la mia gatta, Mirtilla, ha iniziato a stare male ed è morta nell'arco di un mese. Quell'evento mi ha svegliato dal torpore: ho avvertito il bisogno urgente di rimettermi a scrivere, ritrovando quel legame viscerale tra vita e scrittura che aveva caratterizzato il mio primo libro, che ho scritto con urgenza. Questi due gatti, Mirtilla e suo fratello, sono stati l'incontro che più mi ha cambiato. Attraverso di loro sono davvero cresciuto: ho smesso di essere un adolescente egocentrico e sempre preoccupato di fare di più, di essere visto o amato. Questo rapporto e il percorso fatto con loro mi hanno portato a sviluppare una vera e propria coscienza politica verso gli animali.

Volevi evitare che fosse solo un memoir personale sul vostro rapporto.

Sì, volevo prendere sul serio questo tema e non limitarmi al racconto del mio rapporto con loro. Volevo onorare la centralità che hanno avuto nella mia vita convocando anche le storie di altri animali appartenuti a sconosciuti, conoscenti o a figure come Freud, Emily Dickinson e Simona Cossak. Durante la scrittura è emerso come il tema dell'animalità fosse il vero filo conduttore, ciò che mi ha permesso di fare i conti con il blocco e il letargo che stavo vivendo.

Avevi paura che il pubblico potesse liquidarlo come un "libro secondario" solo perché parla di gatti. È una paura che hai ancora adesso?

Sì, è una paura che ho avuto e che ho tuttora. Temo che le persone decidano se interessarsi o meno solo sulla base di questo dettaglio, specialmente oggi che dedichiamo pochissimo tempo alle informazioni prima di giudicare. È un libro di cui è difficile parlare senza averlo letto: se lo riassumo mi sembra di tradirlo, perché l'intreccio dei temi non è scontato.

Come mai secondo te il tema degli animali viene spesso frainteso o sminuito?

Perché è un tema molto delicato e siamo abituati a liquidarlo come minore, oppure a trattarlo con un registro retorico e stucchevole in cui io non mi ritrovo. In più, il rapporto con gli animali non è un rapporto linguistico. Il mio sforzo è stato quello di prenderlo sul serio e raccontarlo nel modo più spudorato possibile, anche a rischio di scrivere una specie di "manifesto di un freak". Attraverso i gatti ho sviluppato la fortissima convinzione che bisognerebbe farsi molte più domande sul modo in cui gli animali vengono trattati ancora oggi in tanti contesti.

Nella letteratura italiana contemporanea, tra l'altro, se ne parla poco.

Sono temi che non si ritrovano quasi per nulla nella narrativa contemporanea, soprattutto in Italia. Quello che c'è è magari un'altra produzione editoriale con caratteristiche diverse, fatta di piccoli libri con un tenore sentimentalistico e retorico. Io volevo fare un libro diverso, ed è per questo che sono ancora sempre sul chi va là e cerco di sorvegliare come viene recepito.

In Bestiola racconti le tue manie, le gelosie, le idiosincrasie e le cattiverie. Come mai hai scelto di non nasconderti?

Sempre di più, da "Febbre" in poi, mi sono convinto che la letteratura e i campi artistici – dalla musica alle arti visive, fino al cinema – siano il posto in cui poter fare quelle cose che oggi sono difficili da fare altrove. Soprattutto se pensiamo al luogo in cui passiamo la maggior parte del tempo, cioè le piattaforme social, che vedono un'alleanza tra temi sociali, politici e meccanismi di funzionamento delle multinazionali. C'è una polarizzazione continua e una ricerca del profitto alimentata attraverso lo scontro. Questa alleanza tra l'economia e la parte meno interessante della politica contamina un po' tutto. Secondo me è importante coltivare, osservare e raccontare con la dimensione creativa le parti di noi più contraddittorie, ambivalenti e scomode, spiegando noi stessi, gli altri e le nostre relazioni in modi più complessi rispetto a quelli che ci legittimiamo sui social. C'è un problema nelle storie che ci raccontiamo.

Ovvero?

Domina un pensiero duale del tipo "o con me o contro di me, o con noi o contro di noi". Le storie diventano spesso prevedibili, ridotte a semplici trascrizioni o estensioni di convinzioni già chiare. Io non mi ritrovo in questo modo di fare per una questione di libertà, di senso e di ricerca di cose nuove: volevo poter raccontare le cose in modo più vero, osservandole da vicino. Oggi, per esempio, quando si parla di Milano, si guardano le cose da lontano con immagini macroscopiche e si parte subito col giudizio – che tendenzialmente è la stessa cosa detta ieri o un mese fa. C'è il terrore di contraddirsi o di dire qualcosa di diverso per non inimicarsi i follower e la community. È un modo di fare che ci rende inquietantemente simili alle macchine: a me spaventano le persone che pensano e scrivono già come un'intelligenza artificiale. La scrittura per me continua a essere un posto in cui poter respirare.

Scrivere questo libro ti ha aiutato a superare la tua crisi?

Questo libro è stato quasi una liberazione per il modo in cui l'ho scritto. È forse il primo libro che scrivo sentendomi assolutamente libero di fare a modo mio. Anche la struttura, che a chi lo comincia può sembrare caotica per poi ricomporsi nel corso della lettura, ha molto a che fare con come sono fatto io. Non devo seguire per forza una linearità di progressione o di genere. Questo è in parte un romanzo autobiografico, ma ci sono biografie di altri e parti di riflessione etico-politica.

Senti di esserti liberato dalle aspettative tradizionali sul ruolo dello scrittore?

Non dovermi più sentire di meritarmi l'appellativo di "scrittore" attraverso il rispetto di qualcosa di tradizionale è una conquista a cui sento di essere arrivato con questo libro. Sento il bisogno di usare parti di me differenti e così la scrittura la sento più mia, rispetto a quando mi autocensuravo per stare dentro la forma più canonica del romanzo classico.

Hai animali in casa in questo momento?

No, in questo momento no. Anche se per il futuro credo che ne arriveranno. Ci siamo trasferiti da appena un mese in quella che spero resti la nostra casa il più a lungo possibile, superando quella precarietà abitativa che vivevamo prima. Ora con l'uscita del libro devo stare un po' in giro per le presentazioni. Prendere animali piccoli, che siano cani o gatti, richiede presenza; quindi magari se ne parlerà l'anno prossimo, verso l'inizio dell'anno.

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