Giovanni fa pensieri articolati, e li esprime con un lessico variegato, fresco e puntuale, ma buca un sacco di congiuntivi, scrive "qual'è", ha qualche incertezza su quando si usi la c o la q. Giuseppe non sbaglia mai una regola grammaticale, ma fa pensieri consueti, si esprime per luoghi comuni, ripete parole sentite in costruzioni note.
Uno si esprime in maniera ricca, anche di errori, uno si esprime in maniera povera, anche di errori. Chi dei due parla, e quindi pensa, in maniera più fiacca?

Siamo abituati a pensare, paradossalmente, che ciò che distingue il barbaro, l'ignorante, sia l'errore grammaticale, mentre esprimersi in maniera miserabile ma formalmente corretta sia urbano e del tutto accettabile.

La realtà è che l'errore grammaticale è solo un sintomo, da cui si presume troppo. Certo, una cultura linguistica vasta e vivace di solito mette al riparo anche dagli errori grammaticali, ma non si può pensare che il problema della lingua sia un problema grammaticale – una convenzione formale che serve il contenuto. Solo, è molto più facile denunciare la sgrammaticatura di un testo, piuttosto che denunciarne l'essere superficiale, pedestre.

L'ultima è di pochi giorni fa: in occasione della Settimana della Lingua Italiana nel mondo molti giornali hanno rilanciato un'indagine (condotta con una metodologia tutt'altro che chiara, ma tant'è) da cui emergerebbero i più comuni e fantasiosi errori d'italiano commessi dagli italiani (dal solito "qual'è" alla "ceretta al linguine"). Un argomento che ha perso la sua freschezza da tempo, e che però viene sempre presentato con seri toni di allarme.

Ciò che emerge, ciò che emerge davvero è che perfino chi sculaccia pubblicamente gli errori grammaticali, con sufficienza e severità, ha capito ben poco della consistenza delle regole che reggono la nostra grammatica. Certi assolutismi rispetto al "qual'è", rispetto al congiuntivo, sono propri solo di chi ha capito grossomodo la regola senza averne una conoscenza piena.

Come si può bacchettare scandalizzati ‘daccordo' quando in italiano abbiamo già serenamente maturato ‘incontrario'? Come si può condannare senza appello l'uso informale della k al posto di c/ch quando così la usava San Francesco all'alba della nostra lingua? E solo chi non abbia mai visto un codice trascritto a mano può scagliarsi contro le abbreviazioni da sms – che possono essere ineleganti, ma non peggio.

Le regole grammaticali vengono richiamate e ripetute come dei mantra, come formule magiche di significato vuoto, senza che si senta il bisogno di penetrarle davvero, senza metterle in discussione. Ed è inquietante riporre tanta parte dell'identità culturale alta in convenzioni radicalmente instabili, e conosciute solo in superficie.
Ma questo fatto ci permette di osservare un fenomeno antropologico antichissimo. Il desiderio viscerale di regole grammaticali scolpite nella pietra che separino i dotti dagli ignoranti è quello di una muraglia certa che separi i civili dai barbari. Anche se la muraglia non serve militarmente a nulla, e ha solo una funzione psicologica.

Basta con questi articoli che dicono ai dotti che gli ignoranti sono ignoranti. Ripetere che i barbari sono barbari non è una tattica vincente, non lo è mai stato né mai lo sarà. Dire a chi riteniamo barbaro "vedi, sei un incivile" non lo fa ritirare nelle catacombe come un vampiro all'alba. Serve solo ad aumentare la distanza fra un ‘noi' e un ‘loro', e questa divisione è il primo passo verso la sconfitta – perché i barbari, alla fine, prevalgono sempre.

La via è molto più difficile e in salita, e non passa per piccole regole. Una via fatta tutta di contenuti di valore antico e nuove forme. La grammatica è forma che serve il contenuto, e per far prosperare la nostra lingua è sui contenuti della mente che è prioritario lavorare, anzi sull'habitat dei contenuti della mente, lasciando perdere censure miserabili. Rem tene, verba sequantur.

Gli articoli facili sugli errori grammaticali da cui si deducono grandi tendenze di barbarie mi fanno sempre venire in mente quella storiella sulla chiave smarrita.
Di notte, sotto alla luce di un lampione, un uomo carponi sta cercando qualcosa.
"Che cosa cerchi?"
"Le mie chiavi di casa."
"E dove le hai perse?"
"In fondo alla strada."
"Ma allora perché le cerchi qui?"
"Perché qui c'è luce."