Jack Savoretti: “Mi sono salvato, avrei potuto distruggere la mia carriera. Sanremo 2024? Non mi hanno scelto”

Jack Savoretti ha pubblicato lo scorso 10 aprile il suo nono album in studio, "We Will Always Be The Way We Were". Il disco ha debuttato al secondo posto delle classifiche di vendita in Uk, solo dietro a Olivia Dean. Un progetto curato dal produttore Tommaso Colliva e che riporta alle origini il cantante: "Ho voluto che mi aiutasse a fare questo disco perché volevo tornare alla sostanza di un album, invece di nasconderlo dietro a vari stili o mode del momento". Un progetto che si interroga sulla crisi di mezz'età, sullo stallo vissuto "al mio 40° compleanno", trovando nell'accettazione non una soluzione, ma uno strumento. Poi la lettera a suo padre in "Can Hurt Sometimes": "L'estate scorsa ero seduto da solo in un bar alle due di mattina e, per qualche motivo, mi sono messo a scrivergli questa lettera". Proprio la scomparsa di suo padre, nel 2021, lo aveva spinto a produrre il suo primo album in lingua italiana, "Miss Italia", che lo ha condotto anche al Festival di Sanremo, solo come ospite: "Quando ho prodotto quel progetto, era nata l'idea di provare ad andare a Sanremo, proponendo un brano in italiano. Ma non mi hanno preso, a dirla tutta". Poi il traguardo della Royal Albert Hall e l'indie italiano all'estero: "Forse la musica indie italiana ha più possibilità all'estero rispetto al pop". Qui l'intervista a Jack Savoretti.
In cosa si differenzia "We Will Always Be The Way We Were" rispetto ai precedenti?
Credo che sia un po' un ritorno alle radici, almeno musicalmente. Sono tornato a Notting Hill, in Portobello Road, dove è iniziato tutto: c'erano i primi bar in cui suonavo e lì ho incontrato tutta la mia band, con cui suono ancora oggi. In quel senso, un ritorno l'abbiamo fatto nello Studio 13 di Damon Albarn con Tommaso Colliva, un produttore italiano che ho conosciuto grazie a "Miss Italia". Ho voluto che mi aiutasse a fare questo disco perché volevo tornare alla sostanza di un album, invece di nasconderlo dietro a vari stili o mode del momento. Un disco un po' "jeans e t-shirt", senza trucchi e senza niente di troppo pop, cercando di tenerlo il più vero possibile. Credo che ce l'abbiamo fatta: ci siamo chiusi dentro per sette giorni, abbiamo registrato tutto dal vivo e il risultato è stato quest'album.
In un momento in cui la nostalgia interferisce quotidianamente nella nostra comunicazione, secondo te come si pone questo progetto rispetto a essa?
In un certo senso spero che sia un po' l'anti-nostalgia. Io sono sempre stato un nostalgico; non so se è perché mi sento italiano, ma sono stato nostalgico per tutta la mia vita. Con questo disco, invece, non voglio romanticizzare il passato, ma voglio celebrare il fatto che io sia ancora così. Sono ancora il ragazzino che non riesce a dormire la sera prima di Natale, sono ancora il ragazzo che prende la chitarra e crede di poter cambiare il mondo. Sono ancora tutte quelle cose. C'è molto di più oggi, certo, ma c'è comunque quella parte di me che non è sparita, non è morta, e fa parte di chi sono oggi. Quindi vorrei celebrarla: invece di vederla come un qualcosa del passato, vorrei vederla come parte di chi sono oggi.
C'è stato un momento della tua vita in cui hai avuto paura di esser rimasto in una situazione di stallo?
Forse al mio 40° compleanno, mi è arrivata proprio in quel momento. Ho guardato la crisi di mezza età negli occhi e ho visto che potevo distruggere tutto quello che avevo costruito e a cui tenevo, oppure potevo valorizzarlo. Per valorizzare una cosa bisogna accettarla, e credo che questo album sia in gran parte una celebrazione dell'accettare ciò che sono, prendendo il bello, il brutto e il cattivo.
In questo senso, quest'album è riuscito a risolverti?
Totalmente no. Ho imparato molto di me stesso facendo questo album e spero che sia utile a tutti, perché in una fase della vita in cui si sta cercando di conoscersi meglio, spero che questo album possa essere d'aiuto.
Come nasce "Can Hurt Sometimes"?
Il brano è una lettera che ho scritto a mio padre, che è mancato quattro anni fa. L'estate scorsa ero seduto da solo in un bar alle due di mattina e, per qualche motivo, mi sono messo a scrivergli questa lettera. L'ho mandata a un mio carissimo amico che si chiama Simone Zampieri, un cantautore e autore italiano, e lui mi ha detto: "Questa sarebbe una canzone bellissima". Allora sono andato a Roma a trovarlo un paio di settimane dopo e l'abbiamo scritta insieme. È un po' una lettera a una persona che non c'è più, che può essere una persona vera o anche una parte di te stesso che è scomparsa. Quindi ognuno può farne l'uso che vuole. Racconta la mancanza di qualcuno, o di una parte di te con cui non riesci più a connetterti. È tutto racchiuso in questa canzone.
Solo qualche anno fa, l'uscita del disco "Miss Italia", il tuo primo progetto in italiano, nasceva proprio da quest'urgenza. Un album che ti ha portato, anche se da ospite, sul palco di Sanremo con "Amore che vieni, amore che vai" di De André.
Quando ho prodotto quel progetto, era nata l'idea di provare ad andare a Sanremo, proponendo un brano in italiano. Ma non mi hanno preso, a dirla tutta. Il mio obiettivo principale nell'andarci era presentarlo al mio pubblico inglese, perché in Inghilterra non sanno bene cosa sia Sanremo, non è un festival molto conosciuto lì. Volevo che fosse un'opportunità per mostrare al pubblico britannico questo evento incredibile che celebra la musica italiana. Purtroppo non c'è stata l'occasione, quindi forse un'altra volta.
C'è una canzone, nel repertorio della musica italiana, a cui sei più legato?
Se devo scegliere dico "Vedrai, vedrai" di Luigi Tenco. Infatti, quando ne ho l'opportunità, la canto sempre. Ricordo che quella canzone mi è stata molto amica in momenti difficili della mia vita, quando avevo vent'anni e stavo diventando papà per la prima volta. Il mondo mi sembrava inaffrontabile, mi faceva paura tutto e tutto sembrava impossibile. Però, per qualche motivo, avevo questa grinta che mi diceva: "Dai, vedrai, vedrai che un giorno ce la farai". Avevo questa spinta dentro, e questa canzone mi faceva quasi da inno. Quella canzone sarà sempre molto importante per me.
Questo ci riporta a uno dei temi principali del disco, oltre l'accettazione: il romanticismo. Vorrei chiederti qual è il tuo concetto di romanticismo in questo momento della tua vita?
La cosa più romantica della mia vita adesso sono i miei figli. La sensazione che provo quando li vedo, quando li sento e quando li tengo in braccio è come assistere a dei fuochi d'artificio; è un costante spettacolo pirotecnico.
C'erano anche loro alla Royal Albert Hall lo scorso 23 aprile?
Sì, la cosa che mi ha commosso di più è stato guardare in sala e vedere i miei tre figli. La più piccola ha cinque anni, ed è stata la prima volta che vedeva il suo papà lavorare: scorgere lo stupore nei suoi occhi mi ha veramente commosso. È stato romantico, non so come altro spiegarlo. Era tutto molto romantico.
Cosa si prova ad esibirsi in una location del genere, che non ha visto poi così tanti italiani? Penso a Einaudi, Bocelli, Pausini, Morricone, Pavarotti. Che tipo di concerto è stato e che tipo di traguardo si raggiunge nel fare una cosa del genere?
Credo che anche questo sia il motivo per cui mi sono commosso. Ci ho messo vent'anni e nove album per arrivare lì, ed è veramente un onore unico, una cosa che senti forte dentro. Quando sali su quel palco, percepisci in pieno il senso dell'occasione. Se a questo aggiungi il fatto che c'era tutta la mia famiglia e c'erano i fan… Noi siamo lì grazie ai nostri fan. Io non ho mai avuto il "tormentone" che mi ha catapultato lì; è una carriera costruita nel tempo e vissuta a lungo. Spero che duri ancora di più, ma esibirmi in quel contesto è stato davvero un modo per guardare i nostri fan negli occhi e dire loro grazie. E sì, mi sono commosso.
Pensando alla prossima data al Fabrique di Milano, che tipo di spettacolo sarà e che rapporto hai con il pubblico italiano?
Ho un rapporto stupendo. Nutro un amore per l'Italia che chi mi conosce sa bene. Adesso, con l'età, forse ancora di più. Più invecchio, più me ne innamoro e più mi accorgo di quanto io sia italiano. È sempre un'esperienza stupenda. L'ho scelto apposta, volevo finire il tour europeo in Italia. Ho detto a tutti che sognavo di concludere la parte europea proprio in Italia prima di partire per l'Inghilterra. Sarà un vero party e ci divertiremo molto. Non vedo l'ora, e spero di fare altre date in Italia con la mia band.
Quanto ti ha ispirato la musica italiana negli anni?
Totalmente. Credo che chi mi conosce e ascolta i miei album sappia che c'è un po' di Battisti in tutte le mie canzoni. Sono cresciuto come un grandissimo fan di Battisti, ma anche di tutta la musica italiana in generale. Sono cresciuto ascoltando Tenco, De Gregori, Guccini, Patty Pravo, Mina. Melodicamente c'è tantissimo di loro, ma anche per quanto riguarda il romanticismo, la nostalgia e l'importanza data ai testi. È un bagaglio che mi porto dietro e che deriva fortemente dalla musica italiana.
In questo senso, nel nuovo disco c'è "I hear you calling" in versione solista, ma hai registrato anche una versione con la cantautrice italiana Mille.
Questa è una canzone da dedicare a un amico, è come mettere un braccio intorno alle spalle di qualcuno tramite la melodia, dirgli "io ci sono". C'è un motivo per cui ho voluto Mille: l'ho scoperta su Instagram e sono rimasto stupito dalla forza di questa donna, sia come artista che come persona. Quindi è nata in modo totalmente spontaneo, le ho chiesto se le andava di cantare su questa canzone e lei ha detto di sì. Ero già super commosso. Poi le ho detto: "Fai quello che vuoi". Lei ha scritto una strofa incredibile, ha aggiunto molto del suo. Io la adoro. Trovo che Mille sia un'artista italiana che, con la spinta e il supporto giusti, potrebbe essere super internazionale. Lo vedo anche qua: quando faccio ascoltare la sua versione agli amici inglesi, la gente impazzisce.
C'è una scena musicale italiana che attira il pubblico inglese?
C'è una scena musicale italiana che secondo me funziona benissimo all'estero, e lei ne fa parte. Penso ad esempio ad Andrea Laszlo De Simone o a Giorgio Poi. Non è necessariamente la musica super commerciale, ma una musica essenzialmente italiana che fuori dai confini funziona alla grande. Forse la musica indie italiana ha più possibilità all'estero rispetto al pop, funziona di più.
In questo senso, come si è inserito "Miss Italia" 2 anni fa?
Non saprei dirlo con esattezza. In Inghilterra c'è un'industria musicale così grande che, in generale, il mercato non è molto abituato ad accogliere musica dall'estero. Dall'America sì, ma se pensiamo, ad esempio, alla musica latina che sta conquistando il mondo, lì si sente ancora poco. È un mercato chiuso, concentrato principalmente sulla musica anglofona. È veramente difficile penetrarlo, ed è per questo che, anche con "Miss Italia", volevo provare a rompere questo muro. E ci siamo riusciti: a un certo punto abbiamo avuto due singoli in radio sulla BBC. Il mio album in italiano ha venduto più in Inghilterra che in Italia, quindi siamo riusciti in qualche modo a convertire il pubblico inglese. Io ci ho sempre provato, anche con i miei lavori precedenti. "Europiana", ad esempio, era fatto per celebrare la musica europea e mostrare al pubblico britannico cosa succede fuori dall'Inghilterra. Mi sono sempre sentito un po' un ambasciatore, desideroso di far conoscere agli inglesi ciò che ottengo e che avviene fuori dall'isola. Ma è un'impresa ardua, perché producono talmente tanta musica locale che è difficile introdurli a ciò che succede altrove.