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Giuliano Sangiorgi: “Coi Negramaro abbiamo cambiato il pop italiano. Solista? Mai pensato, la felicità è condivisa”

Dal tour estivo al legame con la band: Giuliano Sangiorgi rivendica l’impatto dei Negramaro sul pop italiano e spiega perché non ha mai pensato a una carriera solista parallela.
Giuliano Sangiorgi – ph LaPresse
Giuliano Sangiorgi – ph LaPresse

Giuliano Sangiorgi ci tiene, venticinque anni dopo la formazione dei Negramaro, a sottolineare quale sia stato il ruolo che la band salentina ha avuto nella musica italiana. In attesa del tour che li vedrà esibirsi nei festival, questa estate, il cantante romano ha raccontato a Fanpage una storia che ha cambiato le sorti del pop italiano, come dice senza falsa modestia o presunzione. Lo fa mettendo in fila un po' di episodi, dai primi stadi di una band alle canzoni che in radio hanno fatto da apripista per un pop diverso da quello che veniva trasmesso. Sangiorgi ha anche raccontato perché non ha mai voluto un album solista, che i progetti in solitario erano altro rispetto alla musica, e come ha festeggiato quando la sua compagna, la sceneggiatrice e scrittrice Ilaria Macchia, ha vinto il suo primo David di Donatello per la sceneggiatura de "Le assaggiatrici", il film di Silvio Soldini. Sangiorgi ha attraversato più ere dell'industria discografica italiana, passando dalla vendita dei cd alla smaterializzazione della musica, dai club e i tour da oltre 100 date, agli stadi, e lo ha fatto da protagonista. Amatissimo da chiunque, con la band ha scritto alcune delle canzoni che fanno parte dell'immaginario collettivo e che tornano periodicamente in radio.

Partiamo dai Negramaro, che storia è quella della band oggi?

Oggi è una storia consapevole di quello che sono stati questi anni, e sono tanti. Abbiamo cominciato nel 2001, ma al grande pubblico è arrivato tutto nel 2005 con "Mentre tutto scorre". Tanto è vero che al Diego Armando Maradona, due anni fa, sono cominciate quelle che chiamo "feste terrone". Dovevamo celebrare i vent'anni di quel disco che ci ha cambiato la vita. E non solo a noi, perché comunque ha fatto un gran rumore. Magari in quel momento non c'erano i social, ma per una band che viene dal Sud questa consapevolezza è nuova. È nuova perché è nuovo il periodo, ma tu immagina tutto quello che hanno fatto i Negramaro se ci fosse stata l'esposizione dei social che c'è oggi.

Una band dalle molte prime volte.

Noi siamo stati i primi a fare San Siro, i primi a fare l'Arena di Verona. Abbiamo aperto veramente dei varchi incredibili: la prima band italiana a fare l'Arena di Verona significa che da quel momento in poi si è aperto tutto un genere – un pop, un rock – che prima non era possibile pensare in quegli spazi. Lo Stadio San Siro per una band italiana non era mai successo prima, dopo sì. Anche il Diego Armando Maradona per noi è stata una prima volta, ci tenevamo a dirlo: siamo stati la prima band a suonare in quell'impianto.

Spesso parlo con artisti che hanno vissuto un'epoca di grandi numeri e, grazie a quelli, l'accesso a un immaginario collettivo. I Negramaro sono nell'immaginario collettivo, le vostre canzoni lo sono. Oggi però la discografia è cambiata e non sempre i grandi numeri ti portano nell'immaginario. È un cambiamento importante, oggi è molto più complesso. Che ne pensi?

Io non parlo solo di grandi numeri, parlo di quello che la nostra musica ha scardinato. Quello che la nostra musica, evidentemente e obiettivamente, ha fatto. Ed è una cosa di cui oggi sono consapevole. Se tu senti il pop in radio oggi, è molto simile a tutto quello che è irriverente, che non è necessariamente edulcorato musicalmente e tecnicamente. Quando siamo arrivati noi – e lo sanno i Marlene Kuntz, lo sanno gli Afterhours, i Negrita, lo sanno tutte le band che erano con noi ed erano underground – abbiamo portato delle canzoni in cui le chitarre distorte erano protagoniste. Se ascolti oggi "Parlami d'amore", che ha vinto il Festivalbar nel 2007 ed era diventato un successo totale, prova a sentire il suono di quel disco registrato a San Francisco. Le chitarre non erano per niente italiane, il sound non lo era.

Poi c'era la tua voce…

La "malformazione genetica" del sound italiano era la mia voce, che però veniva da tutta una storia di cantautori e cose varie. Io parlo di quello che abbiamo fatto all'interno del cammino dei media e delle radio: il pop è cambiato, il mainstream si è trasformato. Se avevi "Via le mani dagli occhi" al numero uno in radio – un brano che veniva dopo "Nuvole e lenzuola", premio live al Festivalbar, "Estate", la stessa"Mentre tutto scorre" – significa che quel sound ha cambiato il mainstream radiofonico. Ci siamo abituati a un altro tipo di pop. A un certo punto il pop non era più quello da piano bar.

In che modo voi avete scardinato questa cosa? Mica possono essere solo le chitarre distorte?

Infatti non è estetica. Io parlo di una consapevolezza, perché è una consapevolezza che ho ricevuto non solo dall'esperienza dei Negramaro. È tutto quello che ho acquisito dal lavoro delle band prima di noi, quello che hanno fatto le band che ti ho citato, da tutto quello che abbiamo vissuto nella cultura musicale.

Avete sintetizzato un'esperienza…

E ce ne siamo dimenticati. Dal "momento zero" dei Negramaro abbiamo pensato solo alle canzoni, cosa paradossale per una band. Venivamo da un mondo in cui era figo chi aveva l'amplificatore giusto, chi aveva la chitarra cool, chi era underground in quel senso estetico. Noi eravamo ventenni, volevamo scrivere grandi canzoni e volevamo avere il sound che più ci piaceva, prendendolo dai mondi più disparati. Essendo tutti diversi all'interno della band, quel sound – e soprattutto l'attenzione alle canzoni – ha fatto tanto.

Questa attenzione alle canzoni ti è stata riconosciuta dal resto del mondo musicale?

Se ho scritto per Mina, Adriano Celentano, Patty Pravo… da tutto quel mondo mi è stato riconosciuto. Non lo so e non mi interessa, nel senso che per me loro restano sempre dei punti di riferimento, anche se gli altri potessero non trovarli. Tu pensa: non è normale che tutti, da Mina a Mengoni, da Emma a Patty Pravo, fino ai più grandi come Ornella Vanoni e Celentano, cantino cose tue. Ad alcuni sembra normale, ma io non sono un autore come quelli che si mettono in dieci in una stanza, io sono l'autore di una band. Volevamo uscire da quel pregiudizio secondo cui una band non può cambiare le sorti delle radio italiane o non può instradare un altro tipo di sonorità o di linguaggio. Il fatto che sei ragazzi partiti dal Salento – dove all'epoca non c'era l'industria, non c'era nulla – siano emersi soltanto con la forza di canzoni come "Mentre tutto scorre", "Estate" e ancor prima "Come sempre", ha creato la possibilità di non avere il pregiudizio di essere solo "la band che voleva fare il sound più figo del mondo". Abbiamo messo da parte l'estetica pura con piacere: lo stile era soltanto uno strumento tecnico. Un cantautorato nuovo.

Univi il cantautorato all'essere una band.

Spesso c'è il pregiudizio per cui i membri delle band non vengono considerati cantautori in senso classico. Io non mi sono mai considerato un cantautore classico perché sono in una band. Si parla sempre degli autori, ma nella parte più autoriale io ho scritto per tutti e continuo a farlo. E quello per me è un successo vero, non mio personale, ma di band. È proprio lì che sta la grandezza: aver superato tutti insieme il confine del solo muro estetico o sonoro. Le band prima arrivavano e dovevano essere dirompenti anche solo con tre parole. Noi siamo stati dirompenti con "Mentre tutto scorre" a Sanremo, al punto da essere mandati a fanculo, e dopo tre anni eravamo a San Siro, giovanissimi.

Negramaro in tour 2026
Negramaro in tour 2026

L'essere diventato autore per i più grandi interpreti ti ha permesso di non sentire il bisogno fortissimo, a un certo punto, di andare solista?

Hai detto una cosa di cui ho preso consapevolezza adesso. Siamo a 11 dischi e a ogni album qualche giornalista mi diceva: "Guarda, adesso arriva il disco solista". Questa è una consapevolezza e un orgoglio fortissimo: l'essere rimasto lì. Oggi quasi non lo capisco come si possa pensare diversamente. Mi rendo conto che, pur essendo autore in una band, sono rimasto lì e stiamo ancora qui insieme da 26 anni, abbiamo fatto cose gigantesche e continuiamo a sognare in grande. Io non ho pensato al progetto solista perché ho scritto tutto il catalogo musicale dei Negramaro. Solista de che? Quale sarebbe la differenza se ho scritto tutto io? Tutta quell'apertura e quel riconoscimento da parte di interpreti giganteschi mi hanno dato tantissimo. Qualcun altro avrebbe preso la palla al balzo e avrebbe detto: "Sono il più figo del mondo, me ne vado da solo".

Non c'è stato quel momento egotico di vedere scritto su un album "Giuliano Sangiorgi" e non "Negramaro", quindi.

No, anche perché con la band siamo nati e cresciuti insieme. Per me la musica è sempre stata condivisione. Da piccolo, a otto anni, avevo una racchetta con gli U2 disegnati sul muro; ero inconsapevole, non sapevo nemmeno suonare la chitarra, ma il mio mondo mentale era la band: gli U2, i Doors, i Deep Purple, i Led Zeppelin. Me ne sono accorto ancora di più dopo, quando sono andato a New York e ci siamo un po' allontanati in quel momento di crisi. Lì ho scritto "Amore che torni" e il mio secondo romanzo, "Il tempo di un lento". In quel periodo ho compreso a fondo questa magia e anche questa "maledizione": il fatto di non pensare mai che la felicità possa essere solitaria. Per me, non condividere significava non avere più niente. Scrivere una canzone come "New York e nocciola" sul ponte di Brooklyn e non poterla condividere subito con gli altri perché eravamo distanti per prendere aria… in quel momento non ho provato nessuna gioia.

C'è un bisogno di condivisione.

Ti faccio un esempio: quando Ilaria (Macchia, la compagna, ndr) ha vinto il David di Donatello mi ha detto "Abbiamo vinto il Davide Natello". Ho capito che siamo proprio questa cosa noi due, siamo questo tipo di animale, cioè quello che condivide tutto, altrimenti non riesce essere felice.

Però cose soliste ne hai comunque fatte.

Esatto, tutto questo non vuol dire che io non faccia cose da solo: scrivo romanzi, ho scritto "La tempesta" di Shakespeare per il balletto, ho fatto colonne sonore, ho orchestrato molte cose. La voglia di fare cose da solo c'è, ma mi sembra strano parlare di un disco solista quando ho scritto tutti i dischi dei Negramaro. Cosa ci sarebbe di diverso se non la forma?

Il nome.

E a me del nome non frega proprio niente, il nome è una forma. La sostanza è quella che conta: poter scrivere belle canzoni per gli altri e per me, sperando di avere sempre questa luce dentro che mi ispira. La vena di essere da solo ce l'ho nel momento in cui entro in studio e faccio quello che voglio. Sulle canzoni, però, poi c'è una vera democrazia spietata.

Come funziona la fase creativa tra di voi?

Io le scrivo, porto i provini, ma poi passano in mano a sei teste pensanti. Devi essere pronto a vedere un tuo parto martorizzato, tagliato, trasformato. Io non ho mai sofferto per questo, e ci sarebbero tanti casi in cui potresti impuntarti e dire "questa frase o questa parte musicale deve rimanere così". Non sono mai stato così, e lo sanno anche i ragazzi, altrimenti non saremmo durati così tanto e non saremmo a questo punto.

Sono passati tantissimi anni dai primi tour. Ora vediamo i grandi show dei Negramaro, gli stadi. Com'erano invece i primi tour nei van? Ti manca qualcosa di quella dimensione?

Hai colto nel segno. In questo festeggiamento "terrone", la celebrazione di quel disco che ha cambiato le vite nostre e del pubblico, ci mancava proprio tornare alla dimensione dei festival. È una cosa che abbiamo voluto fortemente. Abbiamo fatto gli stadi, siamo passati dai palazzetti, siamo tornati in tutti i "luoghi del delitto". Siamo ripartiti dopo vent'anni da tutti i posti: i teatri in pietra, Siracusa, l'Arena di Verona, fino all'evento gigantesco in aeroporto che è diventato anche un evento televisivo. Ci mancava la dimensione dei festival laddove abbiamo preso alcune delle nostre prime consapevolezze. A Campobasso, per esempio, facciamo la data zero: proprio lì facevamo le prove in montagna in mezzo alla neve per temprarci, non so per quale motivo, prima che succedesse Sanremo e tutto il casino. All'epoca stavamo con poche persone in un paesino che si chiama Montagano e passavamo il tempo a pensare e a suonare. Ci siamo rifugiati spesso lì, anche quando è esploso il successo. Quindi non è un ritorno casuale, è il desiderio di tornare al minimo di partenza, alle cose che ti danno lo stimolo.

In questo percorso di crescita, c'è stato un momento preciso in cui vi siete resi conto che quel "minimo di partenza" si stava trasformando in qualcosa di enorme e inarrestabile?

Penso a Rock in Roma, da dove parte tutto. È stato il nostro primo concerto a pagamento, senza che lo sapessimo. Venivamo da un giro di tutti i festival gratuiti; la nostra vecchia manager aveva fatto un buon lavoro e dopo Sanremo ci aveva fatto fare tutte le feste dell'Unità più importanti d'Italia. "Mentre tutto scorre" era esplosa, la cantavano tutti, e arrivavano 25.000 o 30.000 persone a queste feste stupende. Dopo novanta o cento date così, arriviamo al Rock in Roma, che all'epoca si chiamava Festival di Capannelle. Nel parcheggio la manager ci fa: "Lo sapete che stasera è a pagamento?". Noi siamo rimasti spiazzati, io avevo una paura tremenda perché mi ero abituato a una marea di persone e pensavo: "Oggi arriveranno 300 o 500 persone, oggi c'è la prova del nove e non ce l'hai detto". Lei subito rispose: "Guarda che è sold out da tempo".

Cosa ha significato per voi quel primo sold out "consapevole"? Ha cambiato il vostro modo di percepire il legame con chi vi ascoltava?

Quello è stato il primo concerto a pagamento. La differenza rispetto allo streaming di oggi sta proprio nella scelta: un ragazzo sceglieva di comprare un biglietto, di comprare un disco. Quella scelta genera un'emozione e un supporto morale incredibile, ti dice: "Noi crediamo nella vostra musica e siamo in 25.000 o 50.000 a farlo". Per noi che venivamo da un gratuito continuo, quel sold out fu uno schiaffo in pieno viso per dirci: "Svegliatevi, sta per cambiare tutto". Infatti abbiamo cominciato a fare i palasport subito dopo. Io sono uno che ama fare i concerti a pagamento perché lo trovo molto rispettoso.

In che senso?

Sono sempre stato molto distante dalle piazze gratuite, se non nelle occasioni in cui era richiesto, come a Capodanno. Per esempio, volevamo tornare a suonare in tutti i posti storici in Sardegna ed era difficile farlo con certe formule, così abbiamo insistito e andiamo a Golfo d'Aranci a fare un concerto. È bello quando uno sceglie e dice "vengo al tuo concerto", ed è meno bello trovarti davanti qualcuno che magari ti odia ma si trova nella piazza del suo paese e deve subirti. Ho molto rispetto per quel pubblico che non vorrebbe ascoltarci, non voglio che la nostra musica venga imposta.

L'altro giorno Tiziano Ferro ha detto: "Io voglio che nei miei tour la gente canti", scatenando un dibattito sulla scaletta. Secondo te oggi il concerto deve essere un insieme delle canzoni più famose, quelle andate in radio, o c'è spazio per altro?

Dipende. Noi adesso stiamo festeggiando, e la festa implica coralità, quindi la selezione è spietata sui grandi successi. Ci sono momenti molto intimi che in qualche modo fai passare perché anche quella parte appartiene al tuo pubblico, ma c'è un momento in cui prevale la festa, la celebrazione dei vent'anni. Ho sentito anche Gino Castaldo dire che certe scalette sembrano dei Greatest Hits, ed è vero. Però noi abbiamo sempre fatto anche concerti diversi. Ti faccio un esempio: a San Siro nel 2008 portai "Amen", un pezzo nemmeno pubblicato se non sul DVD, perché lo volevamo fare ed era arrangiato con il Quartetto d'Archi dei Solis String Quartet. Facemmo un inedito a San Siro; oggi uno direbbe che eravamo pazzi, ma ogni concerto e ogni tour portavamo tutte le cose che più ci piacevano.

Giuliano Sangiorgi e Ilaria Macchia – Ph LaPresse
Giuliano Sangiorgi e Ilaria Macchia – Ph LaPresse

Quindi riesci a tracciare una linea netta tra il tour celebrativo e quello legato a un nuovo capitolo discografico.

In questa fase capisco che ci sono due momenti distinti: la fase in cui celebri e fai festa, ed è giusto che ci sia la coralità di cui parla Tiziano, e la fase in cui hai un disco nuovo da raccontare. Negli stadi, dopo "Free Love", abbiamo portato brani come "Congiunzione astrale" con Niccolò Fabi a Napoli, presentandola in anteprima assoluta. Abbiamo fatto collaborazioni sul palco con Aiello, con Brunori Sas, con l'inedito di Jovanotti ed Elisa ("Diamanti") ancora prima che uscisse. Quella parte di ricerca non ci manca mai. Inevitabilmente, se non fai i grandi successi, la gente ci rimane male: non puoi non fare "Mentre tutto scorre" o "Estate". Il paradosso è che sono brani che dopo vent'anni stanno ancora in radio. Ogni tanto ci penso e mi dico: "Ma com'è possibile che negli anni '90 in radio non sentivo la musica degli anni '70 girare con questa frequenza?". I nostri dischi invece restano in programmazione come se fossero usciti oggi. E qui si apre un'altra riflessione, legata a quando ho dichiarato la pausa dei Negramaro e lo stop di Giuliano, notizia che è finita in prima pagina sui giornali nazionali come se fosse la fine di tutto.

E non lo era.

No, non era la fine, era un monito per le nuove generazioni: per fare dischi importanti, per restare venticinque anni insieme, per rimanere nelle teste e nei cuori delle persone, bisogna vivere. Bisogna prendersi delle pause, bisogna scartare, trovare la parte peggiore e migliore di te ed essere in grado di comunicarla. Questo significa andare oltre le mode. Se ancora senti "Estate" in radio è anche merito di un confronto che ricordo ancora con Corrado Rustici, il produttore artistico di un nostro disco.

Cosa successe?

Eravamo una band che arrivava con arrangiamenti super rock, evidenti, e io a 22 anni volevo dare a Estate un tocco decisamente punk. Corrado mi disse: "Giuliano, la canzone è già rock, è già grunge, ha già tutto dentro. Ripuliscila, perché avete in mano un grande classico; se la fai seguendo la moda del momento durerà cinque giorni, pur essendo un classico". Oggi "Estate" la cantano i dodicenni, le radio la ripassano ogni anno insieme a "Nuvole e lenzuola". È una cosa che si è normalizzata, ma se torni indietro con me agli anni '90, noi i pezzi di vent'anni prima non li ascoltavamo così spesso nel mainstream.

Per chiudere, parliamo di Ilaria: com'è stato vedere la sua vittoria ai David di Donatello per la sceneggiatura?

È stato bellissimo. Anche se devo dire che ogni premiazione è stata quasi imbarazzante per l'entusiasmo, nel senso che hanno dovuto difendersi dal caos circostante. Io spesso parlo addosso alle persone, poi torno a casa e vorrei schiaffeggiarmi, ma è proprio la voglia di esserci, quindi ho preso quegli sbandamenti della serata in questo modo.

Tu però quella sera non eri seduto in platea accanto a lei, avevi un altro impegno importante. Come avete gestito questa strana coincidenza di eventi?

Quella sera io non c'ero fisicamente, ero ospite al concerto di Ligabue. Ho cantato con Luciano e dovevo andare per forza perché glielo avevo promesso molto prima che uscissero le candidature dei David. Con Ilaria abbiamo riflettuto ed eravamo d'accordo che fosse giusto così, il che dimostra la grandezza del nostro rapporto: saperci dire "Ilaria, hai vinto un David e devi andare a godertelo" e lei "Giuly, tu devi andare da Ligabue, è il tuo lavoro, la tua passione".

Non deve essere stato facile gestire la tensione a distanza, no?

Ho sofferto a non essere lì con lei perché era un momento stupendo: la sua prima candidatura e il suo primo David, una gioia incredibile. Però devi sapere che sono sceso dal palco ed era esattamente il momento in cui stavano chiamando la categoria della sceneggiatura. Mi sono dovuto nascondere nel bagno del camerino perché fuori stavano tutti a farmi i complimenti per "Vivo o morto o X appena cantata, e io da dentro il bagno ho urlato come un pazzo per la vittoria di Ilaria.

Quindi non avete festeggiato?

Macché, sono tornato a casa subito dopo e ho detto a Ilaria, che è una che non festeggia mai: "Adesso festeggiamo. Se non festeggiamo per un David, significa che dobbiamo aspettare un Oscar". Le ho detto che doveva assolutamente farlo, perché lei è la sceneggiatrice perfetta, di quelle che stanno dietro le quinte a scrivere il film – e un film senza la scrittura non è niente – quindi doveva godersi questa importanza. Alla fine abbiamo organizzato una bellissima festa in casa con tutti gli amici: sono passati attori, registi, musicisti, anche molti che quella sera non avevano vinto il premio ma erano felici per lei. È stata una testimonianza di rispetto e di stima incredibile.

Le date del tour dei Negramaro:

  • 20 giugno – Roma, Rock in Roma
  • 3 luglio – Marostica, Marostica Summer Festival Volksbank
  • 4 luglio – Collegno, Flowers Festival
  • 10 luglio – Brescia, Brescia Summer Music
  • 11 luglio – Genova, AltraOnda Festival
  • 24 luglio – Riccione, Riccione Music City
  • 25 luglio – Codroipo, Villa Manin
  • 1 agosto – Lecce, OverSound Music Festival (Cave del Duca)
  • 12 agosto – Follonica, Summer Nights
  • 13 agosto – Cinquale, Vibes Summer Festival
  • 17 agosto – Santa Maria del Cedro, Arena dei Cedri
  • 18 agosto – Roccella Ionica, Roccella Summer Festival
  • 21 agosto – Palermo, Dream Pop Fest
  • 22 agosto – Catania, Sotto il Vulcano Fest
  • 29 agosto – Montesilvano, Marea Festival
  • 4 settembre – Caserta, Reggia di Caserta
  • 8 settembre – Milano, Parco della Musica
  • 20 settembre – Verona, Arena di Verona
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