Una comunità di pastori davanti un'antica "caciara".
in foto: Una comunità di pastori davanti un’antica "caciara".

Fare chiasso, confusione: il dialetto romanesco conosce una curiosa espressione per indicare queste fastidiose azioni che nel tempo è entrata anche nell'uso comune dell’italiano per significare appunto una situazione in cui il caos regna sovrano. “Caciara” ha però un’origine molto particolare: in numerosi dizionari viene accostato alla parola “caciaia”, che indica un antico locale dove si facevano stagionare i formaggi. Ma perché?

La “caciara”, intesa nel senso figurato del termine, è una deformazione dialettale del termine italiano “gazzarra” che voleva dire appunto “chiasso”. Ma se a Roma vi dicono che la state “buttando in caciara” può voler dire anche che il filo del discorso è poco chiaro: cambiare argomento, rendere intricato un ragionamento o una situazione. Fare un casino, insomma. Quale affinità potrà mai esserci fra questo significato e quello da cui si ritiene la parola derivi, ovvero l’edificio dove i contadini riponevano le proprie provviste?

L’affinità c’è, ed è molto curiosa. Le “caciare” sono diffuse soprattutto nell'Italia centrale, nelle montagne a cavallo fra Abruzzo, Molise e Lazio: si tratta di una struttura semplicissima, costruita con la nuda pietra e senza l’ausilio di malte o cementi. Questa caratteristica era fondamentale: ai pastori serviva un luogo pratico da raggiungere e semplice da costruire, dove poter riporre i loro attrezzi, rifugiarsi in caso di mal tempo e soprattutto, far stagionare i buonissimi formaggi ricavati dal latte delle pecore.

Non tutto andava sempre per il meglio però: il termine “caciara” è stato accostato ad una situazione confusionaria e chiassosa non tanto per la costruzione in sé, ma per le liti che vi scoppiavano molto di frequente fra i pastori. Poteva capitare, infatti, che i coabitanti delle costruzioni litigassero e ricorressero alle mani per risolvere i piccoli furti di attrezzi o di formaggi che si verificavano di frequente: gli stessi contadini finivano, direbbe il romanesco, “in caciara”.