video suggerito
video suggerito

Emmanuel Carrère: “Vorrei morire come mia madre, circondato dai miei figli. Da 40 anni mi negano il premio Goncourt”

Intervista a Emmanuel Carrère per il lancio del nuovo libro Kolchoz. Lo scrittore ironizza sul premio più ambito di Francia, il Goncourt, mai vinto in quarant’anni e spiega come, scrivendo della vita di sua madre, ha conosciuto meglio anche suo padre. “Vorrei morire come lei, sul letto con i miei figli intorno a me”, ha spiegato, “con lei mi ha mosso una pietà forse un po’ brutale, ma con l’età si diventa più indulgenti”.
Emmanuel Carrère al Foqus di Napoli – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli
Emmanuel Carrère al Foqus di Napoli – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli

In francese, la parola "trac" indica la paura del palcoscenico. Me l'ha spiegato poco prima di salire sul palco del Foqus di Napoli con Emmanuel Carrère, Sonia Folin, interprete che ci ha accompagnato nella presentazione di Kolchoz, il suo ultimo libro. "Trac" è la parola che spiegava esattamente la sensazione che avevo provato nelle ore precedenti all'incontro, perché presentare un autore che si ammira da anni, il cui libro più famoso, "L'avversario", è quello che più hai consigliato o regalato nella vita, non fa parte della solita routine. Quello del 18 giugno è stato un vero e proprio evento: circa 500 persone hanno affollato la struttura dei Quartieri spagnoli, anelli superiori inclusi, e un centinaio di persone purtroppo sono rimaste fuori.

Ancora una volta Carrère affronta la propria famiglia, ma questa volta lo fa con maggiore pietas e centrando il proprio lavoro sulla madre, Hélène Carrère d'Encausse, una delle più importanti storiche dell'Unione Sovietica e della Russia, segretaria perpetua dell'Académie française dal 1999 alla sua morte. È un libro che affronta un dolore, ma, al contempo, non vi affonda. Un memoir e contemporaneamente un racconto d'avventura, in cui sono presenti – come ha detto Macron – "principi russi e baroni baltici, un generale prussiano, la traduttrice di George Sand in georgiano, una damigella d’onore dell’ultima imperatrice e almeno un regicida". Sebbene Kolchoz sia un libro familiare, è anche un libro che guarda al mondo: ci sono personaggi importanti che perdono tutto e sono costretti a migrare, come accade anche oggi, e comunità che fanno mutuo soccorso per i propri esuli.

E c'è la storia di un uomo che riscopre suo padre, guardandolo come non aveva mai fatto prima. Nell'intervista – che è stata editata per chiarezza -, Carrère mi racconta cosa significa oggi essere diventato sua madre, ovvero la persona più vista in una stanza, e fa ridere il pubblico raccontando di come da anni si ostinino a non volergli conferire premio letterario francese più ambito, il Goncourt. Il suo modo di fare kolchoz (termine usato per le aziende agricole collettive dell’Unione Sovietica e, di conseguenza, nel significato più ampio di fare comunità, ndr) oggi? "Vorrei morire come lei, con tutti i miei figli intorno".

Hai raccontato spesso che dopo "Un romanzo russo" non hai parlato con tua madre per un po' di anni perché, in quel libro, hai parlato di tuo nonno collaborazionista. Come avrebbe preso questa sua biografia?

Essendo morta, non lo posso sapere. C'è anche da dire che, nel libro che citavi, da un certo punto di vista i panni sporchi erano già stati lavati. Il contenzioso e il conflitto fra noi lo si poteva considerare superato. Negli ultimi anni della sua vita ho avuto con mia mamma una relazione sostanzialmente affettuosa, molto più facile, quindi questo libro lo considero un po' brutale ma comunque un libro d'amore. Ci sono degli aspetti che in parte non le sarebbero piaciuti o per i quali si sarebbe sentita ferita, cose che lei avrebbe considerato delle indiscrezioni, però sono convinto che globalmente il ritratto che faccio di lei l'avrebbe toccata. Anche perché in parte è ispirato dai suoi ultimi giorni di vita, che hanno rappresentato un coronamento della sua intera esistenza.

Perché si chiama Kolchoz?

Il kolchoz indicava le grandi aziende agricole collettive dell'Unione Sovietica. Durante la mia infanzia avevamo questo rito: quando mio padre era via per lavoro, noi tre bambini portavamo letti, materassi e cuscini intorno al letto di mia mamma e dormivamo tutti insieme intorno a lei. Lei usava questa espressione "Fare kolchoz" per definire questo rito infantile che noi amavamo moltissimo. Quando ci siamo ritrovati sessant'anni dopo al suo capezzale, ci siamo detti: "Ecco, abbiamo fatto kolchoz con lei per l'ultima volta".

Scrivendo questo libro, cosa hai scoperto di tua madre – che era al contempo un personaggio pubblico – e del vostro rapporto? 

Mia madre era una donna che per tutta la vita ha desiderato e cercato le luci della ribalta, la fama; ha voluto essere una persona importante per motivi fondamentalmente legati alla sua infanzia povera e alla morte del padre, che era un collaborazionista ed è stato giustiziato. Ha vissuto ed è cresciuta un po' ossessionata dall'idea di non essere nessuno, di essere una paria. Questa paura l'ha portata ad arrivare in cima alla società francese: era quello che voleva ed è quello che ha ottenuto. Cosa straordinaria, tanto più che era un'apolide con un nome – si chiamava Hélène Zourabichvili – difficilissimo da pronunciare nell'immigrazione del dopoguerra. Però devo dire che quella luce, che è stata sempre la luce più forte che la illuminava, alla fine della sua vita è stata come oscurata dalla luce della sua morte. Al momento del decesso non era più un personaggio pubblico, era semplicemente lei, ed è un po' tornata anche a essere bambina. Perché nel momento della morte tutti noi ritorniamo un po' bambini.

Carrère al Foqus – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli
Carrère al Foqus – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli

Lei aveva l'ossessione della luce perché era stata povera. Quanto c'entra tua madre con la tua voglia di diventare scrittore? Si intravede una sorta di competizione?

Per mia madre essere uno scrittore era il massimo assoluto, una cosa a cui dava moltissimo valore, non c'era niente di meglio. Certo, forse il tipo di scrittore che sono diventato io non era esattamente il suo ideale, avrebbe preferito che scrivessi cose un po' più positive e ottimiste, ma nonostante tutto penso che fosse fiera di me. Detto questo, non c'era una reale competizione perché in fondo scrivere saggi storici e scrivere romanzi di narrativa e di finzione (che è quello che ho fatto io all'inizio) sono cose veramente diverse. Poi, io ho iniziato a scrivere e a pubblicare esattamente nel momento in cui mia madre è passata dall'essere una studiosa accademica stimata dai suoi colleghi a un'autrice di best-seller straordinaria, fino a diventare quasi un oracolo nella società francese per tutto quanto concerneva la Russia.

Avete trovato il vostro posto indipendentemente l'uno dall'altro.

Sì, siamo riusciti a trovare ognuno il suo posto. Aggiungo una cosa: per quanto riguarda la Russia, abbiamo parlato di "Un romanzo russo" che è stato molto doloroso per lei perché evocavo la storia legata alla morte di suo padre. In compenso, il libro successivo ambientato in Russia, "Limonov", lei lo ha amato moltissimo, nonostante alcune pagine un po' osé che sicuramente non ha apprezzato. Lo ha considerato globalmente un omaggio anche a lei, perché io, un po' nella sua ombra, ho portato avanti un lavoro di storico che l'ha toccata molto.

In Kolchoz scrivi che avresti voluto scrivere un libro all'insegna della pietà filiale. Pensi di esserci riuscito?

Una pietà forse un po' brutale, ma nel complesso direi di sì. Penso di avere tracciato un ritratto che, come tutti i ritratti, ha delle parti di ombra e delle parti di luce. Oggi i ritratti si fanno così; forse Giotto o Piero della Francesca ne avrebbero tracciato uno diverso, ma io credo che fosse giusto farlo in questo modo e penso che sia tutto sommato la luce ad avere la meglio. E, come dicevo prima, sono proprio la luce della morte e quella dell'infanzia che la illuminano.

C'è una certa pietas in questo libro. Eppure sei molto spietato, anche nei confronti di te stesso. Ti dai del "virgulto borghese" fino al ridicolo, come in "Un romanzo russo" quando parlavi di Sophie (la sua ex compagna, ndr) e dicevi che non ti piacevano i suoi amici normali. Se cominci a fare sconti a te stesso non puoi essere onesto con gli altri, è questo il motivo?

Ma in questo libro non penso di essere stato particolarmente spietato, né con me stesso né con gli altri. Con l'età si diventa un po' più indulgenti, anche nei confronti di se stessi. In compenso, il libro che citavi, "Un romanzo russo", oggi mi imbarazza. Parlo della donna che era all'epoca la mia compagna, che mi amava e che io ho amato, e ho parlato di lei con una durezza che oggi rimpiango; rimpiango di aver provato quel sentimento e rimpiango di averne scritto. Dopodiché non è successa nessuna catastrofe, ormai è passata. Posso dire senz'altro che in Kolchoz non sono stato così duro.

Qualche anno fa hai detto che un criterio oggettivo di autenticità era legato a “una cosa che l’autore provava imbarazzo a mettere per iscritto, che avrebbe volentieri omesso e invece ha mantenuto per scrupolo". Cosa avresti volentieri omesso e hai invece mantenuto per scrupolo in questo libro?

Questo concetto del "criterio dell'imbarazzo" mi piace moltissimo. È usato molto dagli esegeti, in particolare del Nuovo Testamento, che cercano sempre di capire se una parola o un fatto riportato dagli evangelisti sia autentico o meno. Uno di questi criteri è proprio quello dell'imbarazzo: se una cosa non è né facile né piacevole da riportare per l'autore, è molto probabile che sia vera. C'è il classico esempio del rinnegamento di San Pietro durante la Passione di Cristo. Gli si chiede se era con lui e lui per tre volte dice di no, comportandosi da vigliacco. Questo episodio è riportato nel Vangelo di Marco, che a quanto sappiamo era molto vicino alla figura di San Pietro. Se Marco racconta un episodio che fa fare una figura così poco gloriosa ed edificante a San Pietro, si pensa: "Beh, allora è certamente vero". È una cosa che riscontriamo anche nei ritratti dipinti.

In che senso?

Se vediamo il ritratto di un re o di un personaggio celebre ed è molto bello, nobile e glorioso, può darsi che fosse così, ma non è sicuro. Se invece è brutto, orrendo, pieno di verruche, allora è probabile che sia un ritratto fedele. Ad esempio, quando si guarda Filippo IV nei quadri di Velázquez, si può essere certi che fosse esattamente così.

Emmanuel Carrère a Napoli – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli
Emmanuel Carrère a Napoli – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli

Non posso non chiederti allora quanto imbarazzo hai provato ad affondare le mani nella storia della tua famiglia oggi e se, rispetto a quella dichiarazione di dodici anni fa, è cambiato qualcosa.

Onestamente non ho l'impressione di aver provato molto imbarazzo nel farlo. In generale – ed è una cosa strana da dire per un libro corposo che è legato al lutto e alla morte dei miei genitori – è stato un libro facile, felice e leggero da scrivere. Certo, c'era tristezza, ma era una tristezza dolce, una tristezza dalla quale mi sentivo cullato. Nel complesso, il sentimento prevalente nella fase di scrittura è stato una specie di allegria, tanto che mi è dispiaciuto finirne la stesura.

La storia della tua famiglia è incredibile. Hai deciso di raccontarla quando hai trovato tutta la genealogia di tuo padre?

Sì, credo che sia un libro nato da un impulso molto comune e comprensibile, ovvero la morte dei propri genitori. Nel mio caso erano molto anziani, avevano 94 e 93 anni, e io stesso ne avevo 65, quindi età del tutto ragionevoli per morire. Eppure, anche a quell'età, ci si ritrova comunque orfani e diventa naturale ritornare a chi ci ha preceduto, si ha voglia di saperne di più. Io, poi, sono stato particolarmente fortunato.

Perché?

Mio padre, che non era affatto russo o georgiano, ma francese al 100% del sud-ovest, dei Pirenei, aveva la passione per la genealogia, in particolare per quella della famiglia di sua moglie. Ha passato una grande parte della sua vita a fare queste ricerche. Sapevo che le faceva, ma non me ne era mai importato un granché. Il che è stupido, ma si scoprono sempre troppo tardi queste cose.

Poi cosa è successo?

Dopo la sua morte ho scoperto questi dossier estremamente precisi, rigorosi e curati che raccontavano tutta la storia. Ho avuto l'impressione che lui mi dicesse: "Ecco, ho fatto questo tutta la vita, adesso lo lascio a te, fanne ciò che vuoi". E io ho fatto questo libro. Ho avuto l'impressione di mostrare pietà filiale nei confronti di mio padre, di fare qualcosa che lo avrebbe reso felice. Per questo lo considero un libro per entrambi.

Hai fatto i conti con i tuoi genitori, compreso tuo padre, o lui meriterà un libro a parte?

Sì, ho fatto i conti con loro ed è la cosa che mi ha stupito di più. Mia madre occupava tutto lo spazio, tutta la luce, mentre mio padre viveva nella sua ombra, era un uomo un po' fantomatico. Io lo amavo, ma in verità lo conoscevo poco. Scrivendo questo libro ho avuto l'impressione di conoscerlo meglio e di fare qualcosa per farlo entrare, finalmente, in una zona di luce. Le ultime pagine fanno proprio questo: lo fanno entrare in una specie di radura luminosa, baciata dal sole, e lo lasciano lì. Ne sono stato molto felice.

A proposito di tua madre che vive nella luce, nel libro scrivi che "era una di quelle persone che quando entrano in una stanza sono sempre le più importanti, quelle verso cui si rivolgono tutti gli sguardi". Com'è essere diventato tua madre?

Io sono sicuramente il figlio di mia madre. Ho ereditato alcune delle sue qualità e alcuni dei suoi difetti, come questa preoccupazione per l'importanza. Credo sia davvero un difetto perché le persone che si trovano costantemente a essere l'oggetto dello sguardo degli altri fanno molta fatica a guardare a loro volta. Non so se mia madre si ponesse questo problema; penso che avesse con la fama e la celebrità un rapporto più ingenuo del mio, perché l'aveva desiderata follemente come qualcosa che le permettesse di strapparsi dalle paure dell'infanzia. Però è sicuro che ho ereditato questo insieme alla qualità di voler fare qualcosa e di volerla fare bene. Il grande difetto, invece, è che questa centralità ti acceca. Tuttavia, c'è una cosa da aggiungere.

Prego.

In questo libro sono diventato anche un po' il figlio di mio padre, e la cosa mi piace. Ci sono due versi del poeta inglese W.H. Auden che dicono: "Se l'amore deve essere squilibrato, preferisco essere quello che ama". Penso che questo fosse il motto inconscio di mio padre: alla fine la sua vita è stata dolorosa, ma dei due è lui quello che ha amato, e in questo sta la vittoria. Io sono molto lontano da questo modello, ma il libro me lo ha fatto intravedere.

Oggi fai ancora il "kolchoz" con qualcuno?

Oh no, i miei figli ormai sono troppo grandi per farlo. Però spero che avrò la fortuna di morire come è morta mia madre, cioè con i miei figli tutti intorno a me.

Il Foqus di Napoli gremito per Carrère – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli
Il Foqus di Napoli gremito per Carrère – ph Fabiana Privitera per Feltrinelli

Qualche anno fa ti chiesi cosa avresti voluto scrivere in un tuo prossimo libro e tu mi rispondesti: "La mia infanzia".

Veramente?

Sì, allora ti chiedo: se "Un romanzo russo" è una sorta di prova generale di Kolchoz, possiamo dire che Kolchoz è il Romanzo russo di questo libro che devi ancora scrivere?

Io non mi percepisco come una persona felice. Sento di essere un privilegiato per molti aspetti, ma poi intervengono questioni caratteriali e di temperamento: alcuni sono semplicemente più portati alla felicità di altri, hanno una spontanea gioia di vivere che io non ho. Per questo motivo, quando, scrivendo questo libro, ho iniziato a tirar fuori i ricordi della mia infanzia, io per primo sono stato estremamente stupito di scoprire quanto sia stata un'infanzia felice. L'adolescenza è stata un altro paio di maniche, ma non sono l'unico.

Dobbiamo aspettarci un libro sull'adolescenza, quindi?

Quando tanti anni fa ti dissi che avrei voluto scrivere sulla mia infanzia, non lo avevo previsto, quindi non si sa mai. Magari hai una specie di preveggenza, chissà.

Da un po' di tempo ti sei trasferito a Roma: com'è vivere in Italia?

Per cambiare un po’ aria mi sono insediato tre mesi fa a Roma, pensavo che fosse un soggiorno di soli tre mesi, invece adesso provo il desiderio di restare ancora un po'. È sicuramente un paese che amo, è un paese in cui sono amato e questo è decisamente piacevole, non lo posso negare. Parlo un pochino la lingua e sto registrando dei progressi, ho diversi amici e quindi per ora – non so quanto durerà – sono molto felice di essere qui in Italia.

Tu sei il biografo non ufficiale di Macron, lo hai seguito per dei reportage e la descrizione che tua madre fa di lui nel libro è molto divertente. Sappiamo che Macron ha conosciuto la moglie recitando in una commedia di Eduardo De Filippo. Siamo a Napoli, non posso non chiedertelo: avete mai parlato di Eduardo?

Sì, questa cosa di Eduardo De Filippo è vera. Io ho scritto due reportage su Macron: uno proprio all'inizio del suo mandato, quando era in un momento di fiducia totale ed era il re del mondo, e poi un altro l'anno scorso al G7, dove ho assistito a uno spettacolo piuttosto straniante. C'erano tutti i capi di stato e di governo che sembravano completamente paralizzati davanti a Donald Trump; questo riguardava Macron, ma naturalmente anche la vostra Meloni e tutti quanti. Penso che potrebbe valere la pena scrivere un terzo reportage su Macron proprio alla fine del suo mandato. Su di lui aggiungo questo: so benissimo quanto sia detestato in Francia, vedo i suoi difetti e vedo come diventa facilmente impaziente quando le persone intorno a lui non sono intelligenti quanto lui, ma detto questo, considerando l'offerta politica che abbiamo di fronte, penso che lo rimpiangeremo. Non sto facendo una dichiarazione di "macronismo", dico soltanto che quando ci sarà Bardella, secondo me, penseremo che Macron non era poi così male.

Hai vissuto in una famiglia piena di riconoscimenti e di premi. Qual è il tuo rapporto con i premi letterari?

Di premi letterari in realtà ne ho vinti tantissimi. L'unico che non ho mai vinto è quello più importante in Francia, il Goncourt; sono quarant'anni che non me lo assegnano. Il motivo, sinceramente, non lo so, ma va così. Nel caso di Kolchoz, l'ultima volta è stato persino divertente perché non solo non mi hanno dato il premio, ma ho ottenuto zero voti. E avere zero voti è comunque abbastanza chic. Vorrei citare una frase straordinaria di un autore latino-americano di cui adesso non ricordo il nome, che disse: "Ogni anno vengono assegnati due premi Nobel: quello che viene effettivamente premiato e quello che non viene assegnato a Borges".

A questo punto, rischi di vincere prima il Nobel per la letteratura del Goncourt.

Il Goncourt mi sembra problematico, in effetti.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views