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Attentato Sigfrido Ranucci

Nuove indagini sui conti di Lavitola, indagato per l’attentato a Ranucci: si cercano pagamenti sospetti

Nuove indagini sui conti di Valter Lavitola, indagato per l’attentato a Ranucci: si cercano pagamenti sospetti. Accertamenti in corso anche per trovare un movente.
Valter Lavitola, nel riquadro Sigfrido Ranucci.
Valter Lavitola, nel riquadro Sigfrido Ranucci.
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Pagamenti sospetti, prelievi, transazioni bancarie: gli inquirenti sono alla ricerca di qualsiasi movimento possa risultare sospetto sui conti di Valter Lavitola, indagato per l'attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto lo scorso 18 ottobre davanti alla sua villetta a Pomezia. Con lui è indagato anche il factotum Gomes Clesio Tavares, che si trova ancora in Camerun e che ha annunciato che non rientrerà in Italia. "Devo portare avanti dei lavori urgenti, non posso bloccarmi", sono state le sue parole.

Nel frattempo, però, il lavoro degli inquirenti in Italia non si ferma: sono alla ricerca di qualsiasi operazione bancaria possa aver svolto Lavitola, sia legata agli affari e a possibili contatti con imprenditori, che relativa ai pagamenti fatti o agli incassi. Nel mirino di chi indaga c'è proprio il mercato del carbon credit in Camerun, a cui si riferiva Tavares, ma soprattutto pagamenti sospetti, prelievi in contante o entrate difficile da giustificare. Lo scopo è trovare contatti con la banda di Avellino che, secondo chi indaga, avrebbe materialmente piazzato l'ordigno davanti alla casa del giornalista e conduttore di Report. Ancora da chiarire, inoltre, il possibile movente dell'attentato.

I contatti fra Tavares e le quattro persone arrestate

Secondo quanto emerso finora durante le indagini, il collegamento fra Valter Lavitola, amico di Ranucci ritenuto il mandante dell'attentato e le quattro persone già arrestate dai carabinieri dei nuclei investigativi di Roma e Frascati, con le indagini della procura di Roma coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dal pm della Dda Carlo Villani, sarebbe proprio il factotum. Lui stesso ha ammesso di conoscere due dei quattro, dopo aver svolto dei lavori insieme. "Ognuno ha la sua vita, quando mi serviva personale per la sicurezza li chiamavo, perché ci conoscevamo", ha spiegato Tavares al Tg1. Anche per questo, per ricostruire il patrimonio di Lavitola e i documenti, non è escluso che gli inquirenti possano passare al setaccio anche i conti dello stesso Tavares, alla ricerca di passaggi di denaro fra i due, per accertare come sia stata pagata la banda.

Al momento sono emersi pagamenti fra i 5mila e i 10mila euro, fra contanti e viaggi spesati. Anche il viaggio in Camerun sarebbe stato organizzato da Lavitola. Non soltanto: secondo quanto emerso da una perquisizione a casa di Tavares, Lavitola aveva già acquistato un volo per il Camerun ed era pronto, anche lui come il factotum, a lasciare l'Italia.

L'interrogatorio a uno degli arrestati: "Non sapevo chi fossero Lavitola e Ranucci"

Soltanto ieri si è tenuto intanto, l'interrogatorio a un altro dei componenti della banda di Avellino, all'interno del carcere di Rebibbia. Si tratta di Pellegrino D'Avino, che conosceva Tavares. Anche lui, come ha fatto nei giorni scorsi Lavitola, ha deciso di non rispondere al pm, ma ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee dicendo di non sapere chi sia Lavitola e di non conoscere Ranucci. "Non sapevo neanche fosse un giornalista", ha spiegato.

Anche lui ha poi confermato di conoscere Tavares. "Ci siamo occupati di sicurezza per alcuni locali o eventi in Campania". Ed è proprio nella casa in Campania di Tavares, in uno dei Comuni del Napoletano, che gli inquirenti hanno effettuato una perquisizione la scorsa settimana, quando era già in Camerun. Ancora in Italia, invece, la compagna del factotum che è già stata ascoltata. Secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stato proprio D'Avino a tenere i rapporti con Tavares.

Le indagini e il ricorso al Tribunale del Riesame

"Mal che vada me li vado a fare questi 30 anni", è un altro commento esternato da D'Avino, difeso dall'avvocato Antonio Falconieri. Parole che, secondo gli inquirenti, indicherebbero, nonostante il tono allusivo, "la piena consapevolezza della gravità dei fatti". Un altro degli arrestati, Saverio Mutone, sarebbe stato tradito da alcune ricerche su Google, dove avrebbe cercato le parole "Ranucci", correlate a "bomba" e "indagine". Al vaglio degli inquirenti anche le conversazione proprio fra Mutone e D'Avino.

Gli arrestati, intanto, hanno fatto ricorso al Tribunale del Riesame, l'appuntamento è per il 20 luglio prossimo: l'obiettivo, secondo la strategia difensiva degli avvocati, è quello di far cadere l'aggravante di metodo mafioso.

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