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6 Gennaio 2016
17:29

È morto Boulez: e ora riprendiamoci la MUSICA!

La scomparsa del compositore Pierre Boulez, eminenza indiscussa e indiscutibile della musica contemporanea, segna la fine simbolica di un’era. È il momento di riappropriaci della musica, della sperimentazione, della ricerca, con una nuova disposizione: il compositore del futuro dovrà riallacciare i rapporti con grande pubblico.
A cura di Luca Iavarone
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Di poche ore fa la notizia della scomparsa di Pierre Boulez. Il grande compositore e direttore d'orchestra è stato l'anima del secondo Novecento. Lo strutturalismo in musica, grazie a lui, è arrivato al suo massimo rigore logico, formale, compositivo. Così come ha, giustamente, sottolineato il Direttore della Biennale Musica, Ivan Fedele, il percorso artistico di Boulez è stato un divenire, ed è così per tutti i grandi Maestri della storia. Boulez, dopo l'intransigenza degli anni di Darmstadt, ha avviato una riabilitazione (da direttore) di quegli stessi classici che egli stesso aveva inizialmente demolito, primo fra tutti ‘La Sagra' di Stravinsky.

Ma è indubitabile che per molti anni la figura di Boulez sia rimasta simbolicamente, nell'immaginario collettivo e nel sentire comune, una fredda mannaia su qualsiasi tentativo di fuga da una musica cerebrale, autoreferenziale e di solo concetto. L'idea di "bello" nell'arte dei suoni, per mano sua (ma non solo), è stata vietata, perché ritenuta sorpassata e non all'altezza dello spirito dei tempi.

Questa condanna ha senz'altro pesato e inciso profondamente su un processo graduale e inesorabile che è giunto al suo definitivo compimento: lo scollamento del pubblico dalla fruizione della musica "d'arte". La contemporaneità (e con ciò voglio intendere la ricerca, la sperimentazione) è stata lentamente bandita dai cartelloni. E, peggio ancora, è divenuta appannaggio di pochissimi, quei pochi scelti e consapevoli, capaci di seguire l'evolversi di un'arte che ha scelto arbitrariamente di non di comunicare più su larga scala.

Per gli addetti ai lavori, d'altro canto, quella contemporaneità è stata comunque un'impresa. Nei conservatori i linguaggi del Novecento sono stati trascurati (è così in molte parti d'Europa, senza alcun dubbio in Italia). Nelle orchestre mettersi al pari con un repertorio tecnicamente ostico e specialistico (perché ogni autore richiedeva il suo specifico sistema interpretativo) ha significato il più delle volte rinunciare ad eseguire la Nuova musica. Ma questo è stato un male enorme, che ha prodotto l'irreparabile. Si contano sulle dita di una mano ormai gli spettatori che oggi sappiano comprendere e apprezzare la assoluta genialità di compositori che hanno preso quella direzione e fatto quelle scelte, all'epoca obbligate, oggi definitivamente estreme.

Boulez è morto! Al di là dell'ovvio rammarico per la scomparsa di un Maestro, questo avvenimento può avere un valore grande, può essere un simbolo. Se c'è ancora una recondita possibilità di salvare la MUSICA è in questo passaggio storico del testimone che si potrà ravvisare. La ricostruzione, se ci sarà, dovrà avvenire ora.

Ma su quali basi? Certamente l'impronta della Nuovissima musica non dovrà più essere elitaria. Il compositore che da oggi in poi pretenderà di scrivere per sé avrà fallito in partenza. L'unica speranza risiede negli autori e negli artisti del futuro che sceglieranno di dialogare con la società. Una società digitale, vastissima, di massa. E che dovrà decretare il loro successo. Non saranno più i salotti a scegliere la linea.

Questo comporterà un rischio per la qualità? Ebbene, che ci si assuma questo rischio! Un Genio può dare il meglio di sé anche parlando al mondo intero.

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