Da Geolier a Ditonellapiaga, ognuno fa il suo gioco mentre si aprono le danze estive: le recensioni della musica uscita il 5 giugno

Talvolta pare che chi si occupi di musica provi un piacere sottile nel constatare che è stato tutto già detto, scritto, suonato, cantato e comunicato. E quindi, quelle rare volte che si assiste a una vera sorpresa, il piacere è doppio. Il 2 giugno, quindi prima della tradizionale data delle uscite (il venerdì), l’etichetta di Kendrick Lamar pgLang ha lanciato senza preavviso una nuova artista, Imani Imani, pubblicando immediatamente il suo album, Papercut, senza singoli, senza campagne, senza nulla. Solo le canzoni, sviluppate lontano da occhi e orecchi indiscreti, e il passaparola, per un’artista virtualmente sconosciuta (compariva nei crediti di una canzone di Lamar del 2024, mai pubblicata ufficialmente). Un lavoro da etichetta di una volta, dice quella parte di me che sente il bisogno di ricollegare tutto all’esperienza passata. Ma che sia una strategia nuova o meno, quello che conta è che costringe tutti a fare una cosa molto fuori moda: ascoltare effettivamente la musica per poterla giudicare. (Nel caso di Imani Imani è R&B con bassi titanici, sufficientemente futuristico da poter essere messo accanto a SZA e Frank Ocean, con testi d’amore che parlano soprattutto di assenza). Anche qui promettiamo la stessa cosa: ascoltare, non per elargire voti, ma per aiutare a capire insieme il nostro panorama sonoro condiviso.
C’è chi per l’estate decide di cambiare completamente stile e personalità, come se la vacanza fosse l’occasione per provare un’altra versione di sé (in genere, la versione determinata dai programmi di un viaggio organizzato). E poi c’è chi si porta sempre dentro la sua identità, anche quando fa baldoria. Ora applica questo concetto alla musica, e da una parte vedrai i facili tentativi di “fare la hit estiva”, qualunque cosa significhi di anno in anno. Dall’altra parte ci sono canzoni come AUTORITÀ di Geolier, una canzone con il passo deciso e il basso tonante che nonostante l’armonia inquieta spinta da grandi synth si muove comunque come un pezzo da club, o “banger” che dir si voglia. Per la precisione, l’andatura è quella flemmatica ma sicura che usavano rapper come Gucci Mane, Young Jeezy, Rick Ross o Killer Mike per veicolare potenza anche in discoteca, con quel pizzico di crunk dal Sud (degli Stati Uniti di norma, o d’Italia in questo caso) che proprio come questa produzione sapeva unire tastiere minacciose e spinta danzereccia su un beat rigorosamente dritto. Sopra questa impalcatura Geolier può fare quel che vuole: cambiare tre flow in una strofa; aggiungere un refrain melodico; aggiungere nuovo materiale al suo epos personale. Tutto è consentito, quando si gioca sui propri punti di forza anziché sulle aspettative del pubblico. E tutti ne usciamo contenti.
Businessman di Ditonellapiaga, un pezzo con i cori gospel e il basso stile Roland TR-303 di cui avevamo parlato analizzando le ragioni del successo di Che fastidio. Di quella canzone questo nuovo singolo è parente stretta: nemmeno solo per il suono, quanto per l’approccio evidentemente satirico della penna di Margherita Carducci. Due anni fa giocavamo sull’immaginario da “cumenda” che dominava 30° di Anna. Oggi quell’imperativo di produttività e guadagno, declinato con immagini contemporanee (Linkedin, fogli Excel), viene ribaltato dentro il ritratto paradossale dell’uomo completamente immerso nelle assurde regole del lavoro iperperformativo. Più chge una macchietta, il businessman di Ditonellapiaga è una specie di Patrick Bateman senza omicidi – e del resto anche Bateman era una figura satirica, per chi non avesse letto American Psycho con attenzione. E mentre il basso continua a scavare nel nostro cranio, viene da chiedersi se anche la nostra ossessione per le hit non sia una forma di oppressione autodistruttiva che ci infliggiamo sperando in qualcosa di meglio. E così, con un pizzico di nuovo e di familiare, Ditonellapiaga fa esattamente quello che il pop richiede: allargare di un pochino lo sguardo.
Il punto è che ognuno deve riuscire a trovare sé stesso, in qualunque maniera possibile. Per esempio, potrebbe darsi che i The Kolors siano nati proprio per suonare neapolitan funk, come si direbbe ascoltando in Partenope i lombardissimi Merk & Kremont che si misurano con questo suono ormai ampiamente uscito dalla nicchia e diventato nuovo dance di gran moda. Sarà il merito del successo virale dei dj preferiti dagli algoritmi Mind Enterprises? O sarà solo l’organico defluire di una moda che viene da lontano, riemersa grazie al lavoro certosino di Napoli Segreta e del revival animato in primis dai Nu Genea di cui parlavamo giusto un mese fa? Del resto, almeno parte di quella wave Stash l’aveva colta (alla sua maniera) già ai tempi di Italodisco, quindi non deve stupire. E per quanto questo brano restituisca una versione impacchettata e depotenziata di questo suono, che pure sgomita fra gli elementi più “autentici” dell’arrangiamento (come i cori strillati del ritornello), è bello assistere allo slittamento delle priorità nella musica dance commerciale verso una sembianza più organica e meno algida.
In fondo, anche Bresh in Cuore di latta sembra a caccia di un’autenticità priva di compromessi: “per quanto mi riguarda puoi cambiare canzone”, dice appena dopo dieci secondi di rullante squassato in un bum-chà volutamente organico. Certo, poi la canzone procede a servirti un bel pre-ritornello che alza la palla e un ritornello che la schiaccia sotto rete, ma anche Complicated di Avril Lavigne (canzone che potrebbe tranquillamente allacciarsi a questa) non era veramente punk come voleva sembrare . Non importa, è tutto un gioco, e questo è abbastanza divertente da permetterci di tollerarlo almeno per un’estate.
Gioca anche Francesca Michielin, che con Strega Comanda ci accompagna a fare un ulteriore passo nel mondo fantasy della sua Magia Bianca (l’album esce tra una settimana, ne riparleremo), dove si possono cambiare molti volti senza mai smettere di essere veramente noi stessi. Come dicevamo sopra, c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel cambiare abito e direzione, e non è necessariamente una fuga incosciente, se la traiettoria è molto chiara, per quanto tortuosa. Segui gli accordi della strofa, e troverai non i soliti marciapiedi lastricati ma sentieri che attraversano i boschi e ti portano di incontro in incontro a conoscere nuove versioni di te. Per esempio, la versione minore da cui sembrano presi in prestito quel Fa (“la fiaba con cui ti addormenterai”) e quel Si bemolle (“è una bugia”), che pure non tolgono nemmeno un watt di energia al giro; la versione minore che si fronteggia con quella maggiore in un ritornello dove più che movimento armonico c’è un rispecchiarsi che fa accapponare la pelle, ma di piacere. La strada della “ragazza nordica” che “suona la chitarra elettrica male da dio” (citazione di Parco Sempione?) non è un’autostrada a quattro corsie, è il selciato di un castello che conduce fra portici e stanze da esplorare. La canzone parla di un gioco infantile, ma sei tu ascoltatore adulto a giocare dentro le sue piccole giravolte, a camuffare la voce, a mescolare il senso delle parole, a trovarti intrappolato in un incantesimo subliminale, che come ho detto tante volte è il succo di ogni autentico tormentone.
Qualche disco prima di lasciarci
Tutti dicono che oggi si ragiona solo per singoli, ma io non sono d’accordo. Per questo, nel poco tempo che rimane mi permetto di consigliarti tre album italiani che potrebbero passare sotto traccia. Il primo è Danza gentile sull’orlo di una tempesta di Arianna Pasini, musicista e cantautrice romagnola che con il suo debutto del 2024 Verso una casa propose una delle migliori opere prime degli ultimi anni. Il titolo dice tutto (dote rara, al giorno d’oggi) di una scrittura tanto precisa quanto onirica, esaltata dalla co-produzione di Marco Giudici. “Come posso stare a galla quando ogni cosa affonda?”, canta in A galla, pezzo inchiodato sul battito sottile di una drum machine che ti soffia in faccia con leggerezza quest’angosciante precarietà dei nostri tempi. La risposta a quella domanda, come stare a galla, resta senza risposta, ma ascoltare un disco come questo certamente aiuta.
Un esordio straordinario è Palomar dei toscani Palomar, cioè Francesco Panconesi, Marco Pasinetti, Iacopo Sichi e Davide Strangio, sopraffini musicisti che navigano con confidenza e curiosità dentro una forma di post-rock maestoso e sottile, apocalittico e intimo, dove ci si muove come giganti e si parla come fanciulli. Qui non ci sono fili da seguire, solo ondate imprevedibili di sax, chitarre, piano e batteria: naufragare in questo mare, diceva uno, è dolce, specie dopo essersi schiantati (incolumi) contro gli scogli in brani convulsi come azzurro che non mente mai, aver lottato con le onde in seconda prima volta ed essere rimasti a galleggiare in nuotatrice. Forse non è un caso che questo album sia stato registrato nello stesso studio milanese e con lo stesso produttore del disco citato sopra.
Nella tragedia del genocidio palestinese, una delle luci più luminose su internet è arrivata da Ms Rachel, educatrice e intrattenitrice per bambini che fin dall’inizio della guerra contro Gaza si è impegnata per ricordare l’umanità innocente che moriva ogni giorno sotto le bombe israeliane. Parlare ai bambini, con il linguaggio dei bambini e senza inutili paternalismi (o maternalismi!), di temi assolutamente seri è forse uno degli atti più profondamente politici che ci siano, nel senso di costruzione della polis futura. Queste sono le Bricioline che i Queen Of Saba spargono sul loro cammino: per un duo di pop orgogliosamente dissidente come loro, cantare gentilmente sopra un ukulele strimpellato e poco altro può sembrare una rinuncia, ma nelle filastrocche qui composte non c’è nulla di carente. Fai caso all’acuto di Che cos’è un limone e al crescendo cameristico del suo arrangiamento, mentre si fa una semplice lezione sul consenso nelle relazioni affettuose. Canzoni così profonde, ben congegnate ed emozionanti tanti grandi se le sognano.