27 Maggio 2013
19:49

Di chi è la tecnologia?

La pubblicazione del volume “Pensare le tecnologie del suono e della musica”, raccolta di saggi del compositore Agostino Di Scipio, è l’occasione per affrontare più da vicino un avvincente problema della modernità: a chi appartengono i mezzi di produzione tecnologica?
A cura di Luca Iavarone

Di chi è la tecnologia con cui si fa arte? Di chi sono i mezzi di produzione artistica? Da chi sono determinati? E, di conseguenza, di chi è il prodotto artistico finale realizzato attraverso di essi? Sono alcuni dei quesiti centrali attorno ai quali ruota la riflessione teorica e metodologica di uno dei compositori più rilevanti del panorama italiano contemporaneo: Agostino Di Scipio.

Raccolti per iniziativa di Luigi Maria Sicca in un'agevole pubblicazione della “Editoriale Scientifica”, i sei saggi che compongono “Pensare le tecnologie del suono e della musica” offrono un quadro ampio ed esaustivo su un dibattito attualmente di largo interesse storico-critico, ovvero la competenza tecnologica nel processo artistico e analitico. Nella prospettiva metodologia di Di Scipio “tecnologia” è etimologicamente un necessario discorso sulla tecnica, un lògos della technè, discorso razionale auspicabile, e oramai ineludibile, circa le tecniche necessarie all'artista per compiere determinate azioni/scelte. Un campo che, come vedremo, conduce alla rilettura stessa dei criteri estetici soggiacenti alla produzione e alla fruizione artistica dell'opera.

Agostino Di Scipio
Agostino Di Scipio

La pubblicazione cerca di porre rimedio a un vizio di forma, o come lo chiama l'autore “errore strategico”, della critica musicale e della musicologia attuale: il delegare ad altre discipline extramusicali il discorso intorno alla tecnologia della musica. Errore che non nasconde e, anzi, evidenzia un problema ben più generale di approccio scorretto e parziale alla tecnologia, connaturato all'attuale società dei consumi e riassumibile in una riedizione del concetto di “determinismo tecnologico” di ottocentesca memoria.

Per Di Scipio l'inevitabilità e la neutralità dello sviluppo tecnologico vanno messe in discussione: se nel sentire comune sembra sia ormai radicata l'idea che ogni nuova acquisizione debba essere vissuta e applaudita come innovazione, a ben vedere è invece evidente che la tecnologia non segua un percorso d'evoluzione lineare. Essa, invece, è ramificata e si snoda attraverso un proliferare di strade molteplici e parallele.

Nel rapporto tra mezzi e tecniche si materializza il rapporto di un artista con la società che gli fornisce o gli nega strumenti e tecniche di lavoro, che gli dice o gli nega come procedere (e, con ciò, gli dice o gli nega che “cosa” produrre).

Nel cuore del libro si fa strada qui, quasi inevitabilmente, l'heideggeriano problema della tecnica. Seppur con i dovuti distinguo, Heidegger fa in questo volume da nume tutelare degli argomenti del compositore, e ciò è evidente in specie nelle citate pagine dedicate alla poesia e al linguaggio. Per Heidegger, al poeta il linguaggio parla, agli ‘altri', invece, serve soltanto. Il fare del poeta mette in questione continuamente il linguaggio, ne mette alla prova i limiti, lo reinventa. Così il poeta agisce nel linguaggio determinandone anche la sua trasformazione. Gli ‘altri', invece, si accontentano solo di utilizzare il linguaggio nei limiti di una comunicazione funzionale: dunque essi sono parlati dal linguaggio piuttosto che parlarlo.

Sostituendo al poeta la figura del musicista-tecnologico/compositore/artista-sonoro il gioco è presto fatto. Non può esistere arte, e dunque un fine, senza la totale padronanza del mezzo. Per Di Scipio il processo di costruzione dell'opera e la struttura della sua configurazione finale sono domini di esperienza parimenti densi di significato. L'obiettivo del suo studio, che arriva a spingersi in prospettive dichiaratamente etnomusicologiche, è la verifica costante della convergenza tra mezzi e fini nell'opera d'arte.

La concezione standard della tecnologia comporta la convinzione che mezzi e strumenti (che siano martelli, automobili, membrane tese, sistemi elettroacustici, o codici di programmazione al computer) siano neutrali rispetto ai fini a cui servono, e che siano privi di contenuto valutativo, indifferenti agli scopi che sono chiamati a perseguire. Al contrario, la concezione eretica osserva che qualsiasi mezzo tecnico rispecchia un particolare corpo di conoscenze circa l'esperienza umana entro i cui confini quel mezzo va adoperato, e che tale corpo di conoscenze imprima nel mezzo e nel suo utilizzo specifici sistemi di valori, specifici desideri, specifiche teorie che qualcuno ha e pratica nel particolare campo di esperienza.

L'approccio è senz'altro ideologico e arriva, per forza di cose, a investire anche il rapporto con l'industria musicale culturalmente egemone e l'intera concezione “estetica” del compositore. “Non è più il tempo di estetica” dice Di Scipio, lasciando intendere che questa battaglia titanica poco spazio lascia alle strutture e ai criteri storicamente accettati come “musicali”, dischiudendo, invece, possibilità di nuovi campi semiotici generati dall'ascolto consapevole di una tale resistenza tecnologica.

Un artista ha sempre, sebbene in misura variabile, la responsabilità delle tecnologie mediante le quali opera, cioè è responsabile del margine di libertà d'azione che riesce a ritagliarsi con le proprie competenze e la propria inventiva: tale responsabilità è, in misura mutevole, percepibile all'ascolto, quindi ha valore di contenuto comunicativo.

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