Un articolo di The Guardian del primo Aprile si diverte nell’ormai classico gioco della top ten sul web, titolando Top ten books about Italy. L’articolo, che potete leggere qui, cita classici della letteratura così come l’immancabile manualistica in cui ci si imbatte quando si ha a che fare con gli anglosassoni, che provano a decodificare tutto: si tratta di titoli di pregio, dal magistrale Viaggio in Italia di Goethe, a Gli italiani di Luigi Barzini, fino ad Alexander Stille, punto di riferimento nella sua attività di corrispondente fra i nostri mondi.

Ma possiamo essere noi a creare una nostra lista di titoli per comprendere l’Italia? Noi stessi siamo veramente in grado di capirci? Vien fuori che forse l’equivoco esistenziale che causa il senso di inferiorità tormenta il nostro paese deriva proprio da un processo psicanalitico di autocoscienza mancato. E allora ecco a voi i sette migliori libri per comprendere l’Italia a patto di non prendere troppo sul serio l’aggettivo “migliori”, ma semplicemente sperando che possano essere da stimolo di riflessione.

7. Il turno di Luigi Pirandello.

In primo luogo perché è un libro bellissimo che non tutti conoscono e quest’articolo può essere un buon pretesto per farlo conoscere. È un libro dalla prosa meravigliosa e stralunata, anzi lunare, la cui felicità espressiva è stata raggiunta  raramente da Pirandello pure nelle opere maggiori. La storia di corna che mette in scena è solo lo scheletro, il plot che mette a nudo i folli rapporti di potere che regolano le piccole comunità italiane. Tratta di un giovane un po’ abbonato che aspetta il suo “turno” per sposare l’amata Stellina,la quale è stata già cooptata da dei vecchi ridicoli che si attende muoiano di crepacuore. Senza marcare troppo, per carità, sulla conflittualità sociale: quale metafora migliore del rapporto fra i Vecchi e i giovani in Italia (per fare un’altra citazione) che qui in Italia stanno attendendo amaramente, da anni, il loro "turno"?

6. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda.

L’analogo italiano (molto più bello, probabilmente) di Inherent Vice di Thomas Pynchon: è un giallo metafisico che si perde nei meandri del plot di genere, sovrapponendo la riflessione filosofica e lo smarrimento esistenziale. La prosa polimorfa ed espansa riempie, così come l’accumulo di riflessioni e concetti, l’horror vacui che si percepisce come mistica elettricità fra le strade di Roma. È un vero monumento a Roma così come l’Adalgisa è un monumento a Milano, e tutta la prosa gaddiana è un’impagabile lente, si direbbe, grottesca, che passa al setaccio (con accenti forse un po’ morbosi e forse anche un po’ decadenti, ma estremamente lucidi) l’anima del nostro paese.

5.  Il Principe di Machiavelli.

Di cui Silvio Berlusconi amava vantarsi essere stato prefatore. È una delle massime riflessioni teoriche sull’Assolutismo monarchico e sul concetto -cruciale per la modernità- della ragion di stato. Machiavelli ha diagnosticato in modo chirurgico  il rapporto che, ad un livello profondo, ancora incarna  il rapporto fra potere e gente che si è succeduto con la lunga teoria di duci che l’Italia ha avuto. Un rapporto viscerale se visto dal basso, estremamente emotivo, basato sul carisma, se visto cogli occhi del popolo, ma estremamente astuto, freddo, tecnico e calcolatore se visto dall’alto del potere.

4.  Il Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio.

Ma anche Una questione privata e La paga del sabato dello stesso autore.

Essenzialmente perché la
Resistenza è un rimosso storico del nostro paese, quando potrebbe essere un efficace materiale, molto vivo e molto poco retorico –molto meno di quanto oggi non sia- per fondare una qualche identità narrativa nazionale, cosa di cui potrebbe esserci bisogno. I Wu Ming hanno tentato quest’operazione con un libro dal titolo Asce di Guerra, creando qualche perplessità in chi scrive, ma Fenoglio, con la sua prosa così visiva, rimane un serbatoio a cui attingere vivissimo.

3.La Divina Commedia di Dante

Per un milione di motivi: perché è una summa estetica che innesta su se stessa, distilla e  poi s'intride della cultura italiana in uno dei momenti di sua maggiore e profonda formazione culturale, perché è un ritratto acutissimo delle forme e dei rapporti politici che governarono l’Italia per secoli, e ne è uno spaccato umano sottile. Perché è un vero monumento all’immaginario collettivo- l'imagery- della nostra cultura e molto altro ancora. Se ci si aggunge-  per necessità giornalistica- che quest’ anno è un anniversarioimportante (qui un articolo dedicato ai 750 anni di Dante),  la menzione diviene necessaria.

2.il Decamerone di Boccaccio

E ci si perdonerà per l’adesione al più classico dei canoni, fra l’altro ritradotto in una
lingua contemporanea recentemente da Aldo Busi, Perché con i suoi sconfinamenti nel carnascialesco è un ottimo riflesso di quella componente ancora fondamentalmente plebea, direbbe Pasolini, del nostro paese; ma anche perché è un perfetto esempio- forse il migliore- di quel tentativo di sintesi della coscienza nazionale e comunale-avvenuto in più forme coeve- che un intellettuale raffinatissimo come Boccaccio compì in maniera magistrale,  marcando il momento di passaggio importante dall’immaginario cortese medievale a quello urbano, civico, dell'era dei comuni: perché l’Italia, ancor oggi, è un aggregato policentrico di tante città, tante capitali ognuna con il suo prestigio, a differenza di altre nazioni europee più centraliste e assolutiste. Non può che meritare il secondo posto.

1. i Promessi Sposi di Manzoni.

Al primo posto la scelta è quasi inevitabile. Soprattutto per una ragione semplicissima: è il testo che l’Italia ha scelto- in modo anche molto inconscio- per rappresentare se stessa. I numerosi lavori critici che a partire dagli anni settanta arrivano fino ai sorprendenti risultati di Salvatore Silvano Nigro e all’innovativa edizione Bur (potete leggere qui una sua recensione) diretta da Francesco de Cristofaro, ci restituiscono il testo con il suo respiro poco provinciale e molto europeo: ma la sua importanza sta proprio nel fatto che di volta in volta la cultura italiana l'ha quasi darwinianamente selezionato, con il  suo mondo simbolico condiviso, con tutti i suoi luoghi comuni, i suoi stereotipi che si tramutano in archetipi e in trame profonde di potere, valori e cultura. Non può che essere un punto di riferimento oggettivo per chiunque voglia comprendere l’Italia anche dall’estero, quindi merita senza dubbio il nostro primo posto.

Siamo consapevoli della gravissima omissione di tutto il corpus di Sciascia, così come non ce ne vogliano gli amanti del Gattopardo o chi giustamente ricorderà la potente e densissima saggistica pasoliniana, Ennio Flaiano, Gramsci, la Morante e Moravia. Ma delle due l’una: se vi sono venuti in mente questi autori vuol dire che già li conoscete e quindi non menzionandoli non vi abbiamo recato un disservizio; se invece non li conoscevate, basta che teniate a mente che il nostro patrimonio è sterminato e in larga misura da esplorare. Basta che ricordiate quanto il piacere della sua scoperta come il piacere di ritrovare l' identità culturale sia disseminato anche nei luoghi più inaspettati.