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Opinioni
24 Agosto 2021
16:43

Vanessa Zappalà è vittima di uno Stato che non è in grado di proteggere le donne

Vanessa Zappalà è stata uccisa dal suo ex compagno Antonino Sciuto. Si tratta dell’ennesimo femminicidio che si sarebbe potuto evitare: la vittima, infatti, aveva esposto denuncia per stalking. Le leggi però da sole non bastano per fermare la violenza contro le donne. Bisogna partire dalla scuola.
A cura di Maria Cafagna
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Lunedì 23 agosto, la ventiseienne Vanessa Zappalà è stata uccisa a colpi di pistola sul lungomare di Acitrezza dal suo ex compagno Antonino Sciuto, 38 anni, padre di due bambini di 10 e di 5 anni; dopo il femminicidio dell’ex compagna, l’uomo è stato trovato dai carabinieri impiccato in un casolare nelle campagne di Trecastagni. Quello di Zappalà è il quarto femminicidio in meno di ventiquattro ore: Salvatore Staltari, 70 anni, ha ucciso la moglie Catherine Panis, 42 anni e la figlia Stefania, 15 anni, alle porte di Milano; Mauro Bergonzoni, 77 anni, ha tentato il suicidio dopo aver ucciso la moglie Maria Rosa Elmi di 73 anni, a Castello di Serravalle (Bologna), al momento è in stato di fermo in gravi condizioni.

Di queste quattro tragiche morti, quella di Vanessa Zappalà è quella che più di tutte ha colpito l’opinione pubblica vista la giovane età della vittima e il fatto che Zappalà avesse denunciato il suo assassino per stalking. Come raccontato dal padre Carmelo a Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, la figlia si era decisa a denunciare: «Mia figlia l’anno scorso faceva giocare i suoi figli comprando loro regalini – ha dichiarato Carmelo Zappalà – quando ancora non aveva capito di avere a che fare con un pazzo». Dopo una serie di episodi di violenza fisica, Vanessa Zappalà decide di denunciare Sciuto ma lui non si arrende e, con una copia delle chiavi della casa della vittima, si è introdotto più volte di nascosto in casa sua per spiare lei e la sua famiglia. In seguito alla denuncia, i carabinieri avevano scoperto che Sciuto aveva installato dei dispositivi GPS nelle auto di Vanessa e di suo padre e che controllava i loro movimenti tramite il suo smartphone, ma nemmeno questi episodi sono bastati a convincere il GIP ad avviare misure più restrittive nei suoi confronti fino al tragico epilogo.

Quello di Vanessa Zappalà non è il primo femminicidio annunciato. Forse ricorderete il caso di Clara Ceccarelli, 70 anni, uccisa a coltellate da Renato Scapusi, 59 anni, nel centro di Genova: poco prima di essere uccisa, Ceccarelli era andata a pagare il suo funerale. Scapusi, che non si era rassegnato alla fine della relazione, pedinava Clara Ceccarelli e la seguiva fin dentro il negozio in cui lavorava. Ceccarelli non si era rivolta alle forze dell’ordine ma aveva raccontato a molte persone di temere per la sua vita: « aveva contattato anche un tutore per l’assistenza a suo figlio, un trentenne disabile, e al padre anziano e ammalato. Se lo sentiva quello che sarebbe accaduto, sapeva che da un giorno all’altro sarebbe successo» ha raccontato una conoscente della vittima al Corriere della Sera pochi giorni dopo l’omicidio.

Le statistiche dicono che oggi, in Italia, avviene un femminicidio ogni tre giorni. Donne e spesso bambine e bambini vittime della violenza machista di padri, partner e familiari. Se sono tante donne che vengono uccise, ce ne sono altre che subiscono ogni genere di sopruso: secondo l’Istat «il 31,5% delle donne ha subito Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale». E, al contrario di quello che vogliono farci credere certa stampa e certa politica, le violenza avvengono più frequentemente da parte di partner o amici che da parte di estranei. Insomma, una donna è più in pericolo dentro casa che fuori.

Ma il dato più preoccupante riguarda il nostro sistema giudiziario. In un’intervista al quotidiano Avvenire Valeria Valente, presidente della Commissione di inchiesta al Senato contro il Femminicidio, ha dichiarato che è allo studio una inchiesta sull’operato di procure e tribunali e che a breve verranno pubblicati i risultati della ricerca, ma da uno studio pubblicato solo pochi mesi fa già risulta che forze dell’ordine, magistrati, GIP e personale giudiziario non sono abbastanza preparati per gestire casi di violenza domestica e di genere.

Questo vuol dire che oggi una donna che si reca a denunciare potrebbe trovarsi di fronte una persona che non è in grado di raccogliere la sua denuncia o un giudice che non sa riconoscere la gravità di quello che le sta succedendo.

Tutto questo accade perché la nostra società è talmente impregnata dalla cultura e dalla violenza machista che non sono solo le forze dell’ordine e i giudici a non rendersi conto della gravità della situazione, ma le donne stesse non hanno gli strumenti per capire quando sono vittime di violenza. Stando a quanto riporta l’Istat: «molte donne non considerano la violenza subita un reato, solo il 35,4% delle donne che hanno subìto violenza fisica o sessuale dal partner ritiene di essere stata vittima di un reato, il 44% sostiene che si è trattato di qualcosa di sbagliato ma non di un reato, mentre il 19,4% considera la violenza solo qualcosa che è accaduto».

In un contesto in cui la cultura della sopraffazione è così radicata da non essere nemmeno percepita come una minaccia, purtroppo non possiamo stupirci davanti a casi come quello di Vanessa Zappalà. La privazione della libertà, la gelosia ossessiva, atteggiamenti persecutori e violenti sono ampiamente normalizzati e giustificati da media, società e istituzioni, mentre i femminicidi sono trattati come episodi di cronaca nera e non come il fenomeno più evidente e grave di un sistema che si basa sulla sopraffazione degli uomini sulle donne in qualsiasi ambito: relazionale, economico, culturale.

Finché una parte consistente dell’élite culturale continuerà a ridicolizzare le istanze femministe, finché non verranno introdotte l’educazione sessuale e l’educazione all’affettività in ogni scuola di ordine e grado e finché la classe politica non finirà di adottare comportamenti apertamente misogini, in Italia si continuerà a morire per mano di partner ed ex partner. E nessuna legge, da sola, potrà arginare la sofferenza di milioni di donne.

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Maria Cafagna è nata in Argentina ed è cresciuta in Puglia. È stata analista di TvTalk e oggi lavora come consulte politica e per la televisione. Vive e lavora a Roma.
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