Uccise il padre per difendere la madre, Alex Cotoia chiede il risarcimento allo Stato per i 539 giorni da detenuto

Una storia che attraversa cinque anni di processi, oltre cinquecento giorni tra carcere e domiciliari e una sentenza definitiva di assoluzione. Dopo essere stato giudicato totalmente innocente perché ha agito per legittima difesa, ora Alex Cotoia chiede allo Stato un risarcimento per quella lunga detenzione che, secondo la difesa, avrebbe inciso profondamente sulla sua vita.
Il giovane, oggi 24enne, è assistito dagli avvocati Claudio Strata, Enrico Grosso e Giancarla Bissattini e ha depositato alla Corte d’appello di Torino un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. La richiesta riguarda i 539 giorni trascorsi in stato di restrizione, tra i 22 in carcere e i successivi agli arresti domiciliari, e si basa sull’assenza di dolo o colpa grave.
Nella documentazione presentata ai giudici, la difesa sottolinea come il comportamento di Cotoia sia sempre stato lineare: subito dopo i fatti avrebbe chiamato i carabinieri, collaborato con gli inquirenti e mantenuto dichiarazioni coerenti nel corso dell’intero procedimento. Elementi che, secondo i legali, rafforzano il diritto all’indennizzo.
La vicenda risale al 30 aprile 2020, quando nell’alloggio di famiglia a Collegno, in provincia di Torino, il 18enne allora noto come Alex Pompa uccise il padre Giuseppe Pompa al termine di una violenta colluttazione. Il giovane ha sempre sostenuto di essere intervenuto per difendere la madre dall’ennesima aggressione. Dopo l’intervento delle forze dell’ordine, fu lui stesso a chiamare il 112: “Voleva ammazzarci. C’è stata una colluttazione, sono riuscito a prendere il coltello”.
Ne seguì l’arresto con l’accusa di omicidio volontario e una lunga vicenda giudiziaria culminata in cinque processi. Dopo una condanna in appello e successivi rinvii, la Cassazione ha riportato il caso davanti a una nuova sezione della Corte d’assise d’appello di Torino, che ha infine assolto il giovane con formula piena, riconoscendo la legittima difesa e la condizione estrema in cui si sarebbe trovato: quella di dover scegliere tra “uccidere o essere ucciso”.
Nell’istanza ora al vaglio dei giudici, la difesa evidenzia anche le conseguenze personali della detenzione: la sospensione degli studi, l’interruzione del percorso lavorativo e un forte impatto sul piano psicologico ed esistenziale. Per i legali, quei 539 giorni avrebbero rappresentato una “vita in stand by”, segnata da incertezza e isolamento.