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3 Settembre 2022
16:54

Perché l’inasprimento delle pene in Italia non basta a combattere i femminicidi

I femminicidi di Alessandra Matteuzzi e Giuseppina Fumarola evidenziano come l’aumento delle pene non sia sufficiente ad arginare il fenomeno e come, in questi casi, non si tenga quasi mai conto degli orfani di femminicidio.
A cura di Anna Vagli
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La letalità dei femmincidi è una barbarie senza limiti che rimbalza quasi quotidianamente sulla cronaca nazionale. Sono 78 le donne uccise dall’inizio dell’anno per mano di mariti, ex compagni o partner che, a vario titolo, hanno gravitato nelle loro vite.

Le ultime due vittime, ma solo in ordine temporale, sono state Alessandra Matteuzzi e Giuseppina Fumarola. La prima, 56 anni, uccisa a colpi di martello dal suo ex Giovanni Padovani, già gravato da denuncia per stalking e che aveva tenuto pregressi comportamenti che facevano quanto meno presagire gli effetti nefasti dell’accaduto. La seconda freddata con due colpi di fucile, al petto e al braccio, all’uscita da lavoro. A colpirla è stato Vito Sussa, l’uomo con il quale Giuseppina aveva avuto una relazione. Quest’ultima lascia due figli piccoli.

L'altro lato del femminicidio

E proprio il tema dei bambini mai viene affrontato quasi verificano omicidi di donne di questo tipo. Vale a dire di donne uccise in quanto donne che lasciano le loro creature in balia di un destino incerto. C’è infatti un altro tipo di violenza direttamente connessa a quella domestica. Una forma di abuso invisibile, di cui non si parla quasi mai. Mi riferisco alla violenza assistita, quella patita dai bambini che nascono e crescono in contesti maltrattanti. E si ritrovano, nella migliore delle ipotesi, senza uno dei genitori.

L’esposizione all’abuso domestico è il principale fattore intergenerazionale della violenza. In questo senso, i bambini che crescono in famiglie, più o meno allargate, di tipo disfunzionale hanno da adulti maggiori probabilità di abusare del partner rispetto a quelli che crescono in contesti familiari sani.

Chi sono gli orfani speciali

La violenza assistita cela una categoria di vittime sommerse. Quella rappresentata dai cosiddetti orfani speciali, cioè i minori che hanno perso entrambi i genitori per un femminicidio-suicidio o per un femminicidio e la contestuale carcerazione del padre. Tra loro ci sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze hanno assistito direttamente al delitto. Vedere l’uccisione del genitore, per di più ad opera dell’altro genitore, porta con sé conseguenze gravissime.

Perché l’aumento della pena ed il codice rosso non bastano

Che cosa hanno in comune le "croci rosa" di Alessandra Matteuzzi e quella di Giuseppina Fumarola? In prima battuta la necessità di guardare il problema della violenza in modo strutturale. Difatti, l’aumento delle pene per arginarla non è sufficiente. E non lo è per due differenti motivazioni. Giovanni Padovani ha ucciso Alessandra Matteuzzi nonostante su di lui pendesse una denuncia per stalking. Vito Sussa, dopo aver freddato Giuseppina Fumarola, si è tolto la vita. Dunque, entrambi gli assassini hanno dimostrato di non aver alcun interesse rispetto alle pene previste ed alle conseguenze legali dei loro atti. Vito lo ha fatto togliendosi la vita, Giovanni ignorando completamente sia la denuncia del quale era gravato sia la prospettiva del carcere.

Pur con modalità differenti, Giovanni e Vito hanno dimostrato di non riconoscere alcun valore alla legge e ai loro rappresentanti. Nessun deterrente per le loro azioni criminali, ma solo un impulso irrefrenabile di rivendicare l’oltraggio del rifiuto. Ciò perché quando una donna imbocca una nuova strada, questo tipo di uomini vuole solo giustizia. Quindi, anziché cercare di comprendere che cosa non funzioni nelle loro esistenze, considerano le donne responsabili dei loro fallimenti. E si determinano così nella decisione di ucciderle. A qualunque costo.

Per il caso Matteuzzi, il discorso è forse ancor più complesso. Ma evidenzia un altro dato incontrovertibile. L’invocato aumento delle pene di cui si sente parlare negli ultimi giorni non è funzionale. Nello specifico, a poco e nulla serve introdurre pene più severe sull’onda delle emozioni momentanee. Piuttosto è necessaria la certezza della pena. Oltre all’educazione sentimentale ed al rispetto che dovrebbe essere prevista nelle scuole sin dalla tenera età. Perché, dopo la famiglia, è nelle scuole che bisogna liberare i giovani da quell’idea di mascolinità e virilità che è diventata tossica.

Dicevo, certezza delle sanzioni. Perché, mancando quest’ultima, gli assassini sono consapevoli delle diverse possibilità di farla franca o comunque di scontare un periodo detentivo relativamente breve. Ricordiamoci che ciò che muove questi uomini è la volontà di rivendicare l’abbandono. Quindi, un sistema giudiziario che contempla la possibilità di aggirare le conseguenze penali delle azioni non riesce a tenere a freno quelli che i criminologi americani chiamano “emotional triggers”, grilletti interiori pronti ad esplodere quando, nella versione distorta dell’uomo, si verifichino le condizioni scatenanti per eliminare una partner o ex partner.

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