Attentato Sigfrido Ranucci

Perchè Lavitola rischia di rimanere in galera per l’attentato a Ranucci: c’è un punto che lo inguaia

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Valter Lavitola
Nuovi sviluppi relativi all’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Lunedì il Tribunale del Riesame ascolterà le dichiarazioni di Valter Lavitola. L’obiettivo dei suoi legali è chiedere la scarcerazione e i domiciliari, ma questa possibilità è già stata negata ai presunti esecutori materiali.

"Volevo proteggerlo". È questa la difesa di Valter Lavitola davanti all'accusa di essere il mandante dell'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. La stessa linea difensiva verrà presentata anche il 7 settembre ai giudici del Tribunale del Riesame ai quali i legali dell'imprenditore hanno chiesto la scarcerazione.

Lunedì, i giudici del Riesame valuteranno una corposa memoria difensiva e ascolteranno nuove dichiarazioni spontanee di Lavitola. L'obiettivo dei suoi avvocati in questa fase delle indagini è quello di farlo uscire dal carcere il prima possibile. C'è però un elemento importante dell'impianto accusatorio che rischia di fare restare Lavitola in custodia cautelare a Rebibbia, dove si trova dal 30 giugno scorso.

Il metodo mafioso e i rapporti con gli attentatori

L'imprenditore Valter Lavitola non è il solo ad essere finito in carcere per l'attentato compiuto ai danni dell'ormai ex conduttore di Report. Insieme a lui, riconosciuto come il mandante, ci sono anche tre uomini accusati di essere gli esecutori materiali – Antonio Passariello, Pellegrino D'Avino, Saverio Mutone – e una donna, prossima al parto, ai domiciliari con la stessa ipotesi di reato. La scorsa settimana, due dei presunti esecutori avevano presentato istanza per i domiciliari, prontamente respinta dal gip di Roma.

L'ex direttore dell'Avanti continua a sperare nei domiciliari, ma per lui ottenerli è decisamente più complicato. Dopo aver ammesso durante l'interrogatorio di garanzia di aver orchestrato l'attentato all'amico Ranucci – e di averlo fatto per proteggerlo – i pm gli hanno contestato l'aggravante del metodo mafioso, esattamente come fatto per gli esecutori.

Sarà molto dura adesso per Lavitola dimostrare che la bomba posizionata a Pomezia sotto casa di Ranucci fosse priva della "forza intimidatrice" che connota l'agire mafioso, e che anzi l'intento fosse di protezione. Come più volte ha dichiarato, l'imprenditore avrebbe pianificato l'attentato allo scopo di fare aumentare la scorta del giornalista. Una ricostruzione che non ha mai convinto i pm, i quali ravvisano ben altri obiettivi, legati soprattutto al ruolo di faccendiere della politica.

Se però non verrà a cadere l'aggravante del metodo mafioso, è difficile che possa guadagnarsi l'uscita da Rebibbia.

L'attentato a Ranucci: la bomba sull'auto potenzialmente mortale

La notte del 16 ottobre 2025 un ordigno è esploso sotto l'abitazione di Ranucci a Pomezia, danneggiando due automobili appartenenti a lui e alla figlia. A posizionare la bomba sarebbero stati quattro uomini e una donna ritenuti esecutori materiali dell'attentato. Questi avrebbero agito interfacciandosi con il factotum di Lavitola, Gomes Clesio Tavares. L'uomo è riuscito a lasciare il paese per tornare in Camerun prima di essere arrestato.

Gli esecutori materiali avrebbero più volte dichiarato di aver parlato solo con Tavares, e mai con Lavitola, il quale sarebbe rimasto nell'ombra.

Inizialmente, il piano era quello di sparare alcuni colpi contro le auto di Ranucci. Un gesto molto meno pericoloso rispetto alla bomba che poi nei fatti è stata piazzata, e che avrebbe potuto colpire e uccidere il giornalista.

Secondo le ricostruzioni, l'intento di Lavitola era quello di accrescere la popolarità del giornalista in vista delle elezioni 2027, allo scopo di fare incetta di voti. Un piano pensato sì per aiutare l'amico, ma non ad avere maggiore protezione, bensì popolarità.

Anche se Ranucci risulta a tutti gli effetti parte lesa, la vicenda parallelamente al caso giudiziario ne ha aperto uno mediatico in merito alla conduzione di Report, la trasmissione di cui Ranucci è volto dal 2016 dopo aver ricevuto il testimone da Milena Gabanelli. Il giornalista d'inchiesta è stato estromesso dalla conduzione, e al suo posto la Rai ha fatto i nomi dei successori, scatenando una querelle ben lontana dal chiudersi. Ranucci infatti non vuole saperne di lasciare il timone e ha fatto ricorso per essere reintegrato.

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