22 Ottobre 2021
15:51

Perché il Piano Globale post 2020 per il 30% in più di aree protette è dannoso per la biodiversità

Con il congresso mondiale “Our Land, Our Nature” Survival International ha chiesto ai potenti del mondo di impedire la creazione di nuove aree protette. L’obiettivo fissato dal 2021 in poi per il Quadro Globale per la Biodiversità prevedeva il nuovo obiettivo del 30% di aree protette nel mondo. Questo causerebbe l’allontanamento e la deportazione delle comunità indigene, prime guardiane a tutela della biodiversità.
A cura di Gabriella Mazzeo

Il primo congresso mondiale per chiedere la "decolonizzazione della conservazione dell'ecosistema". L'iniziativa del rivoluzionario congresso di "Our Land Our Nature" punta infatti a fermare completamente la creazione di nuove Aree Protette nel mondo. Il Manifesto di Marsiglia per il futuro della conservazione è stato diffuso da molti attivisti per l'ambiente. Circa 150 ONG sono insorte contro la decisione di proteggere il 30% delle aree terrestri e marine di tutto il mondo. Fino al 2020 era stato previsto (e raggiunto) l'obiettivo del 17% . A Fanpage.it la direttrice della campagna per decolonizzare la Conservazione Fiore Longo ha spiegato il perché. "Non vi sono basi scientifiche che confermano che questo è un modello vincente – racconta -. Soprattutto, non ci sono studi a supporto di questa scelta. Perché proprio il 30% in più di aree protette? Non lo sappiamo. Il raggiungimento del 17% di aree della terra tutelate è uno dei pochi obiettivi raggiunti negli anni sulla questione ambientale e nonostante questo gli ultimi 10 anni sono stati devastanti per il nostro ecosistema. Aumentare il numero di aree protette vuol dire allontanare gli indigeni da questi luoghi. Chi prima viveva immerso nella natura si ritrova a non poter più cacciare o vivere del raccolto. Queste persone vengono cacciate e allontanate con la forza da quella che per loro è casa. Gli indigeni sono i primi a tutelare la natura e la biodiversità dei luoghi che abitano. In Africa per esempio non è permesso agli indigeni di cacciare ma sono permesse le attività di studio e turismo. Il turismo ha impatti devastanti sulla natura, come sappiamo".

La creazione di aree protette, con conseguente deportazione degli indigeni, porta alla militarizzazione di queste zone per impedire alle persone di entrare o uscire. "Gli indigeni sorpresi a cacciare per sopravvivere vengono picchiati – denuncia ancora Fiore Longo – oppure vengono arrestati. Sulle comunità autoctone di questi luoghi c'è molta ignoranza: sono i primi ad avere a cuore la biodiversità e la salvaguardia degli equilibri naturali. La creazione di aree protette ha rappresentato una calamità per la tutela dei diritti umani. Nei territori controllati dagli indigeni la deforestazione non è un problema, per esempio. Lo è invece nelle aree protette classiche". Secondo Survival International, non può esistere un unico modello di area protetta. "Quello che vale per l'Occidente non può valere per zone come quelle dell'Africa e dell'Asia. In Italia come in Europa, per esempio, non vi sono comunità indigene. Altrove nel mondo però l'istituzione di zone controllate come vengono intese in Occidente significa deportare e sacrificare la vita di centinaia di persone in nome della salvaguardia della natura. Ovviamente si tratta di una salvaguardia fasulla, perché avere a cuore l'ecosistema vuol dire avere a cuore anche gli equilibri sani tra natura e esseri umani. Le foreste non sono vuote e l'umanità deve convivere con l'ecosistema. A distruggere la Terra è stato il nostro sistema economico, la devastazione non è qualcosa di insito nella natura dell'essere umano".

Gli abusi di potere dei guardaparchi

Fiore Longo ha denunciato alle Nazioni Unite e all'Unione Europea le gravi violazioni commesse da guardaparchi pagati dal Wwf nei confronti di comunità indigene. "Gli abitanti delle aree protette cacciati dalle loro case vengono spesso picchiati, maltrattati e uccisi quando sono sorpresi a cacciare o anche solo a raccogliere piante medicinali in quelle che una volta erano le loro zone – racconta ancora -. Questa è una gravissima violazione dei diritti umani. La nostra è una lotta finalizzata alla difesa delle persone e della natura. Tuteliamo la biodiversità".

I partecipanti al primo congresso mondiale mai organizzato sul tema della colonizzazione della conservazione naturale hanno diffuso un manifesto (il Manifesto di Marsiglia) che chiede di fermare completamente la creazione di aree protette che escludono comunità indigene e locali. Le ONG chiedono ai governi di rispettare, proteggere e garantire la tutela dei diritti territoriali e forestali di popoli indigeni che sono parte attiva nella protezione di quella zona. Ai potenti del mondo si chiede inoltre di pensare a un nuovo piano della tutela dell'ambiente utile a rimediare agli errori passati: il primo punto in questo senso è la restituzione del controllo delle zone sottratte ai loro custodi storici.

Ai paesi ad alto reddito, inoltre, viene chiesta l'interruzione di finanziamenti di programmi di conservazione che escludono le comunità locali.

La Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica

La proposta delineata per il Quadro Globale per la Biodiversità post 2020 avrebbe dovuto essere approvata durante la prima parte della Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (COP15) tenutasi online dall'11 al 15 ottobre. Il dibattito sulle aree protette però è ancora acceso e la scadenza è stata rimandata ad aprile-maggio 2022, quando in Cina si terrà la seconda parte dell'incontro. Nella bozza è stato aggiunto l'obiettivo 21 che recita: "Gli Stati firmatari assicureranno alle località locali un'effettiva ed equa partecipazioni alle decisioni in tema di biodiversità". L'aggiunta di questo punto, però, non cambierebbe la realtà dei fatti: le azioni per la tutela della natura, infatti, sono ancora troppo incentrate sul modello di area protetta inteso in senso occidentale.

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