Covid 19
13 Gennaio 2022
10:46

Party durante il lockdown, bufera su Boris Johnson: si scusa ma c’è chi ne chiede le dimissioni

Boris Johnson nella bufera per il “party-gate”, lo scandalo per la festa che si è tenuta a Downing Street a Londra la sera del 20 maggio del 2020, mentre in tutto il Paese c’era il primo lockdown Covid. Nonostante le scuse pubbliche, aumenta il numero di laburisti e conservatori che chiedono le dimissioni del premier inglese.
A cura di Ida Artiaco
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"Il futuro di Boris Johnson sul filo del rasoio". Titola così questa mattina il quotidiano inglese The Guardian per raccontare quanto sta succedendo nel Regno Unito, dove il premier Boris Johnson è travolto dalla bufera dopo lo scandalo legato al party che si è tenuto nel giardino della sua residenza di Downing Street a Londra la sera del 20 maggio del 2020, quando nel Paese era in vigore il primo lockdown per limitare la diffusione dei contagi Covid-19. Nonostante il primo ministro si sia scusato pubblicamente, sottolineando di aver capito la rabbia di molte persone nei confronti del governo per quanto successo, il partito laburista all'opposizione e una parte dei conservatori ne hanno chiesto le dimissioni. Ma facciamo un passo indietro.

Cos'è il Party-gate, lo scandalo della festa Covid di Boris Johnson

Da giorni nel Regno Unito non si fa altro che parlare del cosiddetto "Party-gate". La festa in questione si è tenuta a maggio del 2020 nel giardino di Downing Street, residenza del primo ministro, nel bel mezzo del primo lockdown Covid. All'evento, organizzato dal capo della segreteria, Martin Reynolds, mentre altrove era vietato qualsiasi tipo di assembramento, avrebbero partecipato, tra fiumi di alcol, una quarantina di funzionari. Nella mail di invito, inviata a un centinaio di persone, veniva chiesto ai partecipanti di “portarsi da bere” per trascorrere alcune ore in compagnia, incuranti delle regole per arginare la diffusione del virus

Le scuse di Johnson al Question Time

Jonhson, dopo lo scandalo e l'ondata di sdegno dei cittadini, ha spiegato di essere stato presente per breve tempo alla festa, credendo che si trattasse di un momento di lavoro. Ieri, intervenendo al Question Time alla Camera dei Comuni ha chiesto scusa, pur comprendendo "l’angoscia che hanno provato non potendo piangere i propri defunti, non potendo vivere le proprie vite nel modo in cui volevano o fare le cose che amavano. E capisco la rabbia che nutrono verso di me e verso il governo che guido, se pensano che nella stessa Downing Street le regole non vengano seguite con osservanza dalle stesse persone che le fanno". Intanto, si attendono i risultati dell’inchiesta in corso per accertare le presunte violazioni delle restrizioni, che dovrebbero arrivare la prossima settimana.

Il futuro del premier sul filo del rasoio

Ma le parole del primo ministro non sono bastate a calmare le acque. Anche se una parte dei suoi ministri continua a sostenerlo, come il ministro della Cultura, Nadine Dorries, aumentano coloro che ne richiedono le dimissioni. Non solo il numero uno dei laburisti Keir Starmer, che ha chiesto al premier di "fare la cosa più dignitosa e dimettersi", definendolo "un uomo senza vergogna". Tra coloro che lo vorrebbero fuori dai giochi ci sono anche due delle figure più importanti del partito conservatore, William Wragg e Douglas Ross, leader in Scozia, che hanno pubblicamente chiesto a BoJo di fare un passo indietro, dicendo che la sua posizione è diventata insostenibile. Sul caso è intervenuto via Twitter anche Dominic Cummings, ex collaboratore e influente consigliere di Johnson, che a sua volta era stato accusato di aver violato le norme contro il coronavirus e che da tempo è in conflitto col primo ministro: ha scritto che l’email di invito all’evento "era chiaramente per una festa, non per lavoro" e che "non c’è modo" che l’evento potesse rientrare nelle regole.

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