"Per noi è già una vittoria". Carmelo Calì è il cugino di Marianna Manduca. Lei aveva 32 anni il 3 ottobre 2007, giorno in cui è stata ammazzata dal marito dal quale si era separata, l'allora 36enne Saverio Nolfo. I tre figli di Manduca sono andati a vivere con Calì, a Senigallia (provincia di Ancona) e da allora raramente sono tornati in Sicilia e a Palagonia, nel Catanese, dove la madre è stata vittima di femminicidio.

Nelle 12 denunce presentate nel suo ultimo anno di vita, Manduca descrive la tossicodipendenza del marito, le violenze, le minacce. Spiega che durante il matrimonio mai aveva avuto il coraggio di rivolgersi alle forze dell'ordine e di andare in ospedale per farsi controllare dopo i pestaggi. Racconta di come lui le avesse sottratto i figli, impedendo loro di incontrarla. Nella pratica di separazione, i tre bambini vengono affidati a lui. "Ancora non ci spieghiamo perché", dice il cugino a Fanpage.it.

Da quel momento in poi, Marianna denuncia. Una dopo l'altra arrivano ai carabinieri di Palagonia le segnalazioni della donna, rimaste inascoltate. "A settembre Marianna scrive un memoriale e lo affida al suo avvocato – aggiunge Calì – Dentro c'è tutto il suo strazio, le difficoltà di andare avanti. Sembrava quasi che avesse capito che fosse il suo ultimo atto estremo di denuncia". È il 3 ottobre quando lui la accoltella a morte, in strada, dopo avere speronato la sua auto. Saverio Nolfo viene condannato a 21 anni di carcere. "Con il rito abbreviato – puntualizza Calì – Mentre noi abbiamo cominciato la nostra battaglia in tribunale. A un certo punto ho capito che lo Stato aveva abbandonato Marianna e non le aveva dato la protezione che lei cercava. Era un omicidio annunciato, un femminicidio".

"La nostra battaglia dura da 13 anni, di cui undici in aula". Nel procedimento civile intentato da Calì nel 2017 vengono ritenuti colpevoli di "colpa inescusabile" i magistrati della procura di Caltagirone, che non avevano mai dato seguito alle denunce della donna, e viene condannata la presidenza del Consiglio dei ministri. Il tribunale stabilisce un risarcimento patrimoniale del valore di 259mila euro per i figli. Con quei soldi, la famiglia Calì compra un appartamento a Senigallia, lo ristruttura e lo trasforma in un bed and breakfast. "È grazie a quello che noi portiamo avanti la nostra vita". Ma il secondo grado di giudizio, nel 2019, ribalta la situazione: per la Corte d'Appello di Messina "l'intendimento di uccidere era talmente forse che non sarebbe cambiato qualunque cosa avessero fatto i magistrati. In pratica, dicono che il femminicidio era inevitabile", ricorda Calì. Come è storica la sentenza che stabilisce il risarcimento, altrettanto lo è la seconda. Che prevede la restituzione del denaro.

Dopo l'annullamento in Cassazione della sentenza di Appello di Messina, il procedimento viene spedito a Catanzaro. Ed è lì che il 9 dicembre si dovrebbe tenere l'ultimo atto del processo. Il condizionale è reso obbligatorio dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte dello scorso 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. "Lo Stato deve avere il coraggio di riconoscere i propri errori", ha detto Conte, annunciando non solo che chiederà un accordo per lasciare ai tre figli di Marianna Manduca (due ormai maggiorenni, uno ancora minorenne) il risarcimento patrimoniale, ma anche che provvederà a un risarcimento "cospicuo" per il danno non patrimoniale. "Ancora non è finita – conclude Calì – Mi aspetto una chiamata da parte del governo nei prossimi giorni. Ormai, dopo quelle dichiarazioni, la storia dovrebbe essere chiusa. Ma capiremo tutto meglio quando sentiremo le istituzioni".