Un sotterraneo di una vecchia casa di campagna a San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo. Per 779 giorni è stato il bunker in cui la mafia ha nascosto il piccolo Giuseppe Di Matteo, prima di strangolarlo e scioglierlo nell'acido. Per la prima volta dopo 25 anni entriamo all'interno della prigione costruita dal boss Giovanni Brusca.

Un lettino arrugginito, nessuna finestra, nessuna porta. Niente luce. "Detenuto come ad Aauschwitz" commenta chi, per la prima volta oggi, entra nel bunker della mafia.

La colpa del piccolo Giuseppe Di Matteo fu quella di essere figlio di Santino Di Matteo, il primo pentito che ai magistrati svelò alcuni segreti sulla strage di Capaci. Su ordine dell'allora latitante Giovanni Brusca, la mafia lo rapì nel novembre del 1993 per impedire al padre di collaborare con gli investigatori. Alcuni uomini travestiti da poliziotti lo prelevarono in un maneggio frequentato dal piccolo Giuseppe, appena 12 anni, e lo rinchiusero nel bunker costruito nelle campagne di San Giuseppe Jato per più di due anni. Il boss Giovanni Brusca aveva fatto costruire un montacarichi per arrivare alla prigione in cui, incatenato, il piccolo Giuseppe rimase al buio per 25 mesi. La prigione, ormai bene confiscato ai Brusca, è diventata il "Giardino della memoria" dove oggi, a 25 anni dal suo omicidio, è stata aperta al pubblico per la prima volta in ricordo del piccolo martire di mafia.

"Immaginate cosa ha significato perdere un fratello per mano di certa gente che si definisce mafiosa" ha detto Nicola Di Matteo, fratello del piccolo Giuseppe, che ha preso la parola alla fine dell'incontro organizzato nel salone della parrocchia di Altofonte, a pochi passi da Palermo.

"Un dolore che nessuno può descrivere. Io stesso in 25 anni non sono riuscito ad andare sul luogo del suo martirio, ma solamente qualche giorno prima di Natale. E vedere il casolare di campagna è stato come tornare indietro di 25 anni e all'orrore di quei giorni".