Se nei supermercati troviamo sempre meno verdure è colpa di siccità e guerre
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"Nella mia attività non ho mai visto una crisi così grave. Negli ultimi 10-15 anni ci sono stati momenti difficili, ma mai una concomitanza simultanea di così tanti fattori negativi: dall'emergenza climatica al caro-energia, fino alle guerre che tagliano le forniture dei fattori produttivi. È una fase di profonda incertezza per l'intero comparto". A parlare, intervistato da Fanpage.it, è Francesco Castelluccio, responsabile dell'area tecnica e delle relazioni esterne di Cia Campania, che ha delineato un quadro a dir poco drammatico per il settore agricolo del nostro Paese, uno dei più colpiti dal combinato disposto di caldo record, siccità, tensioni geopolitiche e l'immancabile speculazione.
Da alcuni giorni i consumatori italiani si trovano di fronte a una scena inaspettata e preoccupante durante la spesa quotidiana: i banchi e gli scaffali dei supermercati e della grande distribuzione organizzata (Gdo) iniziano a scarseggiare visibilmente di verdure. A mancare, in particolar modo nelle cittù del centro-nord Italia, sono soprattutto i prodotti appartenenti alla cosiddetta "quarta gamma" (come le verdure in busta) e gli ortaggi freschi. Tutto questo accade in un momento storico già difficilissimo, in cui i rincari del costo della vita e l'aumento record dei prezzi del carburante stanno già gravando pesantemente sui bilanci delle famiglie e delle imprese produttrici.
Scarseggiano gli ortaggi freschi e quelli in busta
Per comprendere a fondo l'entità del problema che sta svuotando i banchi frigo dei supermercati, è necessario innanzitutto capire bene cosa sia questo settore. Quando si parla di "quarta gamma", ci si riferisce a tutto quell'assortimento di ortaggi in busta già pronti al consumo diretto. Si tratta, ad esempio, di insalate, spinaci e altre verdure che il consumatore può acquistare, aprire e mangiare immediatamente. Questo è possibile perché questi prodotti hanno già subìto un rigoroso processo di lavaggio e di conservazione in atmosfera controllata, che consente il loro consumo in sicurezza. Il cuore pulsante di questa filiera d'eccellenza in Italia si trova in Campania, specificamente nella fertile Piana del Sele, in un territorio, che si estende principalmente tra i comuni di Eboli e Battipaglia e rappresenta uno dei poli agricoli più strutturati, avanzati e produttivi di tutto il Paese.
Il clima torrido e lo "scarto" che sfiora il 30%
Le ragioni di questi scaffali vuoti sono molteplici, ma al primo posto c'è un fattore che ormai si è trasformato in un'emergenza costante: il clima. Come spiega Castelluccio, il calo della produzione ortofrutticola e la conseguente minore disponibilità nei supermercati derivano in gran parte dal caldo eccessivo dell'estate appena trascorsa. "Abbiamo avuto quasi tre mesi di estate molto calda, soprattutto al Sud, e questo caldo torrido e prolungato è stato davvero intenso". Le alte temperature hanno provocato un aumento considerevole di quello che in gergo agricolo viene definito "scarto", una quota di perdita fisiologica che quest'anno ha però raggiunto livelli allarmanti.
L'esperto della CIA precisa che si sta registrando "uno scarto maggiore, intorno al 20-30%" sulla produzione. Le foglie di lattuga, ad esempio, si sono presentate spesso rovinate, scottate dal sole eccessivo o fortemente disidratate, risultando del tutto inidonee a finire nelle buste per i consumatori e obbligando i produttori a buttarle. Inoltre, il clima ha imposto una disperata necessità di acqua per l'irrigazione. Per tentare di salvare le coltivazioni, le aziende agricole hanno dovuto attingere in maniera massiccia alla risorsa idrica tramite pozzi asserviti. La carenza di piogge ha costretto i produttori a un dispendio di energia molto più elevato per poter estrarre e pompare l'acqua necessaria. Come se non bastasse, il caldo estremo ha causato un vero e proprio vuoto tecnico di coltivazione: si è allungato e ritardato il periodo di preparazione dei terreni per le semine di fine estate e inizio autunno, riflettendosi direttamente sulla mancanza attuale di prodotti freschi pronti alla vendita.
Il caro-carburante e i fertilizzanti alle stelle: il peso delle guerre sull'agricoltura
Se il cambiamento climatico ha falcidiato le rese, l'aumento vertiginoso dei costi di produzione rischia di dare il colpo di grazia finale a centinaia di aziende. In questo contesto entrano in gioco le dinamiche geopolitiche globali, con le guerre in corso che stanno avendo un impatto diretto e devastante sulle campagne italiane. Castelluccio spiega: "Fino a pochi mesi fa, gli agricoltori acquistavano il gasolio agricolo a un prezzo compreso tra gli 80 e i 90 centesimi al litro. Oggi siamo su punte che oscillano tra 1,50 e 1,60 euro. Un incremento che pesa enormemente sui bilanci aziendali, considerando quanto carburante sia necessario per far funzionare i macchinari e i sistemi di irrigazione".
Ma non è solo il carburante a essere rincarato a dismisura, anche i fertilizzanti chimici sono aumentati tantissimo. La loro produzione richiede infatti un impiego di energia altissimo, e in più molti di questi input produttivi, inclusi i prodotti fitosanitari, venivano importati proprio da nazioni attualmente coinvolte nei conflitti. "Questo ha scatenato non solo un innalzamento vertiginoso dei prezzi di acquisto, ma anche una carenza di disponibilità di tali prodotti fondamentali. Una crisi che colpisce duramente le colture in serra della quarta gamma, ma che non risparmia neppure gli ortaggi coltivati a pieno campo come zucchine e melanzane, che risultano ancora più vulnerabili alle avversità meteorologiche", dice l'agronomo della CIA.
Aumentano i costi per consumatori (e agricoltori)
Di fronte a costi diventati insostenibili, la reazione di alcuni produttori è estrema: pur di sopravvivere ed evitare il default, molti di loro si trovano costretti a valutare attentamente se valga ancora la pena investire nella messa a coltura delle proprie terre. "L'azienda si trova a fare una scelta, se investire o meno su alcune colture perché sono maggiormente energivore o richiedono input maggiori", spiega Castelluccio. In molti casi, gli agricoltori sono costretti a ridurre le superfici coltivate o persino a lasciare i terreni del tutto incolti, un'opzione che riduce ulteriormente le quantità di cibo immesse sul mercato.
Una dinamica che porta e porterà inevitabilmente a un ulteriore aumento dei prezzi al dettaglio per le famiglie. "Questo rincaro pagato dai consumatori non si traduce in un guadagno per chi lavora la terra, ma viene assorbito dall'esplosione dei costi produttivi e dalla speculazione lungo la filiera", sottolinea Castelluccio.
Insomma, dietro gli scaffali vuoti di molti supermercati c'è una concomitanza di fattori negativi: dal cambiamento climatico alla siccità, passando per i rincari dell'energia, la speculazione e le ripercussioni delle guerre.