In Italia aumenta tutto: comprare casa costa il 4% più di un anno fa, ma chi lavora guadagna meno che nel 1990

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L’inflazione torna a correre trainata dall’aumento del costo dell’energia: +3,3% su base annua. Il prezzo delle case sale del 4%. Intanto i salari reali sono scesi del 6,6% rispetto al 1990.

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I prezzi dei generi alimentari di prima necessità decollano, benzina e diesel crescono di giorno in giorno, l'inflazione aumenta inesorabilmente e il costo della vita diventa semore più difficile da sostenere, mentre da oltre 35 anni gli stipendi restano al palo, come certificato a luglio dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio in una analisi che due mesi fa ha dipinto un quadro desolante in cui le retribuzioni reali dei dipendenti del settore privato sono addirittura crollate del 6,6% rispetto all'inizio degli anni Novanta.

È la tempesta perfetta per le famiglie, per i giovani e per i lavoratori italiani: da un lato un potere d'acquisto limitato, complici i salari "da fame"; dall'altro un'inflazione che cresce erodendo i risparmi, i beni di prima necessità che subiscono continui e inarrestabili rincari e il mercato immobiliare che registra aumenti vertiginosi e proibitivi per chiunque abbia il sogno di comprare casa, in un cortocircuito che sta allargando ulteriormente le già ampie disuguaglianze sociali.

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Ad agosto 2026 inflazione aumentata del 3,3% su base annua

A pesare come un macigno sui bilanci familiari è innanzitutto la spinta inflazionistica. Nel mese di agosto 2026, secondo i dati ufficiali dell'Istat pubblicati ieri, l'indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato una crescita del 3,3% su base annua, in netto aumento rispetto al 2,9% del mese di luglio. Su base mensile l'incremento è stato dello 0,5%. A trainare questa accelerazione sono stati principalmente i beni energetici, con quelli regolamentati balzati dal 14,8% al 18,6% e quelli non regolamentati passati dall'11,4% al 17,0%. Salgono prepotentemente anche i beni durevoli, che passano dallo 0,7% all'1,3%, e gli alimentari non lavorati, che si attestano al 3,8%. Sebbene il cosiddetto "carrello della spesa" registri una lieve frenata scendendo all'1,0%, i prodotti ad alta frequenza d'acquisto schizzano invece al 4,3%. Complessivamente, il divario tra la crescita dei prezzi dei beni (al 4,1%) e quella dei servizi (al 2,4%) si sta allargando in modo significativo, portando l'inflazione media acquisita per il 2026 al 2,9%.

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L'Unione Nazionale Consumatori: "Rischio Caporetto per il ceto medio"

Una situazione che per l'Unione Nazionale Consumatori rischia di trasformarsi in una vera e propria emergenza nazionale. "I prezzi volano. L’inflazione decolla e si prospetta un autunno caldo sul fronte dei prezzi. Infatti, il caro carburanti e il caro energia hanno già innescato in agosto una spirale inflazionistica che, senza un intervento immediato del Governo che raddoppi lo sconto sulle accise del gasolio, intervenga su benzina, azzeri gli oneri di sistema sulle bollette e riduca l’Iva sul gas al 5%, andrà del tutto fuori controllo, entrando in un pericoloso avvitamento e trasformandosi in una Caporetto anche per il ceto medio, quello che questo Esecutivo dice di voler aiutare", ha dichiarati Massimiliano Dona, presidente dell'associazione.

L'associazione ha calcolato che a trainare l'inflazione sono stati i costi per abitazione, elettricità e gas (saliti del 9,1% rispetto ad agosto 2025), provocando una stangata annua di 365 euro per una famiglia media e di 394 euro per una coppia con due figli. A questo si aggiungono i trasporti (+6,1%), per un aumento complessivo del costo della vita che arriva alla cifra monstre di 1199 euro per una coppia con due figli e si attesta a 882 euro per una famiglia tipo.

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Fonte: Prezzi al consumo – agosto 2026. Rapporto Istat

I rincari: +6,3% per le zucchine, +10% per riscaldarsi

A rendere ancora più cupo il quadro sono i rincari specifici registrati nell'ultimo mese, che colpiscono duramente sia i beni di uso comune che i servizi. La classifica stilata dall'Unione Nazionale Consumatori sui rialzi di agosto vede svettare il trasporto marittimo, che complice la stagionalità ha registrato un balzo del 37,6%, influenzato prepotentemente anche dal caro carburanti. Volare in Europa costa il 13,3% in più, mentre i pacchetti vacanza nazionali sono rincarati dell'11,8%.

Ma a spaventare di più, in vista dell'accensione dei riscaldamenti, è il quarto posto occupato dal gasolio per riscaldamento, già schizzato in alto del 10,7% in pieno agosto. Preoccupa anche il gas naturale, che segna un +6,2% sebbene in estate i termosifoni siano stati spenti ovunque. Il caro vita colpisce in modo trasversale: dai computer portatili (+8,2%) agli stabilimenti balneari (+6,6%), passando per la benzina che segna un +6,3% e il carburante diesel a +5,3%, a dimostrazione che lo sconto di 14 centesimi sulle accise si è rivelato inadeguato.

Anche fare la spesa ortofrutticola è un salasso, con zucchine e zucche rincarate del 6,3%, insalata a +5,5% e verdure a foglia al 4,3%. Dal punto di vista territoriale, l'inflazione morde in modo disomogeneo. L'Unione Consumatori ha evidenziato che la città con il maggior aggravio annuo è Rimini, con una spesa aggiuntiva di 1128 euro a famiglia. Seguono Bolzano con 1094 euro e Verona con 1055 euro di spesa supplementare, mentre le città con l'inflazione in assoluto più alta d'Italia sono Reggio Calabria (+4,6%), Siracusa (+4,5%) e Macerata (+4,3%). Di contro, le città "più risparmiose" sono Benevento e Piacenza, che pur avendo inflazione bassa registrano comunque rincari annui superiori ai 540 euro. A livello regionale, il Trentino Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto sono i territori più tartassati.

Cresce anche il prezzo delle abitazioni: +4% su base annua

Se fare la spesa o pagare le bollette è diventata un'impresa, acquistare un'abitazione è un autentico miraggio, specialmente per i più giovani. I dati Istat relativi al secondo trimestre del 2026 – pubblicati questa mattina – confermano un mercato immobiliare sempre più elitario, con i prezzi delle case acquistate per fini abitativi o per investimento in crescita del 4% su base annua, seppur in lieve decelerazione rispetto al 5,1% del primo trimestre 2026. La situazione nelle grandi metropoli è esplosiva: Torino ha registrato una forte accelerazione, con i prezzi schizzati dell'8,5% rispetto al 3,8% del trimestre precedente. Roma segue a ruota con rincari pesanti pari al 6,4%, mentre Milano segna una crescita del 2,4%. A livello nazionale, la crescita tendenziale dei prezzi è più marcata nel Centro (+5,1%) e nel Nord-Est (+4,2%). L'indice dei prezzi colpisce implacabilmente sia le nuove costruzioni, che segnano un +5%, sia le abitazioni già esistenti, che aumentano del 3,7%. Tutto questo avviene in un contesto in cui, dopo due anni di espansione, i volumi di compravendita si sono sostanzialmente stabilizzati, portando la variazione media acquisita per il 2026 a un pesante +3,8%.

In Italia salari reali scesi del 6,6% rispetto al 1990

L'ondata di costi e rincari – che sembra non risparmiare nessun settore – si infrange contro il muro degli stipendi bloccati. A luglio l'Ufficio Parlamentare di bilancio (Upb) ha certificato, dati alla mano, chi lavora oggi in Italia porta a casa, al netto dell'inflazione, meno di quanto guadagnava un lavoratore all'inizio degli anni Novanta. In un arco di tempo di 35 anni, le retribuzioni lorde sono scese in media del 6,6 per cento in termini reali. Un'anomalia mortificante, tutta italiana, confermata tristemente anche dai dati Ocse su base Eurostat: nel periodo tra il 1990 e il 2020 l'Italia è stata l'unico Paese tra le economie avanzate a veder diminuire il proprio salario medio annuo a prezzi costanti, mentre in altre nazioni dell'Europa centrale gli stipendi raddoppiavano e nei Paesi baltici arrivavano persino a triplicare.

A questa stagnazione salariale cronica si è sommata una preoccupante spaccatura del mercato del lavoro, caratterizzata dalla forte diffusione del part-time e da una segmentazione per contratti e qualifiche che ha allargato la forbice delle retribuzioni lorde. Lo shock inflazionistico degli ultimi anni ha dato il colpo di grazia finale: a inizio 2025 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto al 2021, registrando la performance peggiore in assoluto tra le grandi economie dell'Ocse.

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