Stiamo entrando in una nuova crisi petrolifera: potrebbe essere lunga e molto grave
Pensiamo al pane. Se smette di piovere, c'è una grave siccità e il grano non cresce: a quel punto i governi possono fare tutte le riunioni, i vertici e gli accordi politici che vogliono, ma il pane in tavola non ci arriverà mai. La crisi si risolverebbe solo in un modo: quando tornerà a crescere il grano, si potrà produrre farina e si torneranno a infornare delle pagnotte.
Ecco, fatte le dovute differenze con il mercato globale del petrolio e del gas sta succedendo esattamente la stessa cosa. Negli ultimi giorni – soprattutto a partire dalla caduta della città portuale yemenita di Mocha nelle mani delle milizie Houthi – abbiamo visto i prezzi del greggio schizzare verso l'alto, spinti oltre i 110 dollari al barile, con valori alla pompa superiori ai 2,2 euro per il gasolio e 2,1 euro per la benzina, e con la prospettiva funesta di ulteriori aumenti nel prossimo futuro anche fino alla soglia – catastrofica per le economie reali – dei 150 dollari il barile. Ma per capire davvero la portata di quello che stiamo vivendo, e perché le cose peggioreranno drasticamente prima di poter anche solo sperare in un miglioramento, è necessario distogliere per un attimo lo sguardo dagli aspetti geopolitici e concentrarci sulle infrastrutture tecniche, dalle piattaforme alle condutture fino ai terminali di pompaggio del greggio.
Stiamo infatti entrando in una vera e propria crisi petrolifera ed energetica, ma di natura profondamente diversa da quelle degli ultimi decenni. Nel passato abbiamo vissuto shock energetici in cui, per una precisa scelta politica, un governo o un cartello di nazioni decideva di chiudere il rubinetto dell'offerta. In quegli scenari, i problemi venivano risolti con la guerra e la diplomazia: si combatteva, poi ci si sedeva a un tavolo, si negoziava, si scendeva a compromessi e il rubinetto veniva riaperto. L'offerta tornava disponibile e i prezzi si calmieravano.
Oggi siamo di fronte a uno scenario diverso. Come hanno confermato a Fanpage.it autorevoli fonti del settore energetico, i rubinetti non sono stati chiusi per una tattica negoziale di uno o più stati o di un gruppo di ribelli: i rubinetti sono stati fisicamente eliminati. In Medio Oriente e in altre aree strategiche del globo, stiamo assistendo alla sistematica distruzione delle capacità fisiche di estrazione, trasporto e raffinazione del petrolio e del gas. Se anche domani mattina si firmasse un trattato di pace definitivo su tutti i fronti aperti, ci mancherebbe letteralmente un rubinetto da riaprire.
Il collasso dell'offerta globale ha radici ben precise e si concentra in alcuni snodi che si sono ormai chiusi. Il primo e più noto è lo Stretto di Hormuz. Prima dell'escalation militare in corso, scatenata dall'aggressione degli Stati Uniti all'Iran, attraverso quel braccio di mare transitavano fino a 140 navi al giorno, circa un terzo delle quali petroliere e metaniere, garantendo oltre un quinto del fabbisogno mondiale. Oggi quel traffico è pressoché azzerato, crollato a una manciata di navi che osano sfidare il blocco esponendosi a rischi altissimi.
Per ovviare a questa paralisi, nei mesi scorsi l'Arabia Saudita aveva puntato tutte le sue carte logistiche sull'oleodotto East-West, noto anche come Petroline. Si tratta di una gigantesca infrastruttura lunga 1.200 chilometri che attraversa la penisola arabica per portare in media circa 4-5 milioni di barili al giorno, con capacità di 7 milioni di barili al giorno, tutti sfruttati nelle ultime settimane: 5 milioni per le esportazioni e 2 milioni localmente. Si tratta di circa il 5% dell'offerta globale, che transitavano dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, sulle sponde più sicure del Mar Rosso. Eppure, anche questa via di fuga strategica è stata colpita nei combattimenti delle scorse settimane con i miliziani houthi. Attacchi mirati condotti con droni hanno danneggiato stazioni di pompaggio vitali tra Riyad e Medina, costringendo alla chiusura precauzionale dell'intero impianto.
Con Yanbu fuori gioco e le vie d'acqua del Mar Rosso e dello Stretto di Bab el-Mandeb altamente insicure per la navigazione, le classiche rotte commerciali sono saltate. Per evitare il rischio di essere affondate, le navi costerna devono deviare attorno al Capo di Buona Speranza, in Africa. Questo allunga i viaggi di quasi due settimane, blocca il naviglio per tempi lunghissimi e fa aumentare sensibilmente i premi assicurativi, tutti costi astronomici che si riversano direttamente sul prezzo finale dei carburanti.
Il punto critico, e il motivo per cui il costo di benzina e diesel non scenderà, non risiede dunque in una decisione politica, bensì nella carenza di disponibilità fisica del prodotto dovuta ai tempi di riparazione delle infrastrutture distrutte. "Non stiamo parlando di cambiare un tubo o saldare una crepa in superficie – spiegano a Fanpage.it esperti del settore -. I danni inflitti dalle armi moderne agli impianti estrattivi, specialmente quelli offshore, sono devastanti. Le operazioni di ripristino per le piattaforme marine richiedono cantieri a decine di metri di profondità. Per riparare questi asset servono squadre di saldatori subacquei iperspecializzati, professionisti che lavorano in condizioni estreme, vivendo in campane pressurizzate per settimane intere e percependo salari altissimi per i rischi che corrono. Queste operazioni non si possono accelerare. Richiedono mesi di preparazione e anni di esecuzione. Le stime più realistiche parlano di tre o quattro anni solo per riportare la capacità estrattiva ai livelli pre-crisi".
Fino ad allora, quindi, il mondo avrà semplicemente meno petrolio a disposizione rispetto a quanto ne consuma. E quando la domanda resta alta ma l'offerta crolla per motivi strutturali, il prezzo può fare solo una cosa: esplodere.
A peggiorare ulteriormente la situazione c'è il collasso della capacità di raffinazione, azzerata in Ucraina a causa dei raid di Mosca. Anche la Russia, colpita dagli attacchi ucraini, ha visto però andare in fumo circa il 14% della sua capacità di trasformare il greggio in prodotti finiti. Questo significa che non manca solo il petrolio grezzo, ma mancano soprattutto benzina e gasolio pronti per essere immessi nei serbatoi.
Se il petrolio piange, il gas non ride. La stessa identica dinamica di strozzatura strutturale sta colpendo il mercato del gas naturale, mettendo l'Europa in una posizione di estrema debolezza. Oggi ci troviamo di fronte a un differenziale di prezzo mostruoso. "In Europa paghiamo il gas 9,55 volte in più rispetto a quanto lo pagano negli Stati Uniti", sottolinea un esperto a Fanpage.it. "Stiamo parlando dello stesso identico prodotto, la stessa identica molecola, ma il mercato europeo è in trappola".
In sintesi, l'aumento dei prezzi che stiamo vedendo alla pompa di benzina e nelle bollette non è il frutto di una normale fluttuazione di mercato o di un disegno politico. È la logica conseguenza di un'infrastruttura fisica che sta cadendo a pezzi sotto i colpi dei missili e dei droni.
Con circa il 20% della produzione regionale persa, forniture razionate, petroliere costrette a circumnavigare l'Africa e le immancabili speculazioni finanziarie, la direzione è tracciata. I prezzi del petrolio e del gas, nel breve e medio termine, non possono scendere. Possono solo salire.