Dopo Hormuz a rischio anche lo stretto di Bab el-Mandeb: potrebbero salire ancora i prezzi di gas e benzina

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La caduta della città portuale yemenita di Mocha nelle mani delle milizie Houthi spalanca le porte a una doppia morsa marittima con l’Iran tra Bab el-Mandeb e Hormuz. A Fanpage.it l’analista Giuseppe Dentice (Osmed) illustra le possibili ricadute su bollette, logistica e stabilità globale: “Per mettere in crisi l’Occidente non serve chiudere gli stretti, basta aumentarne il rischio”.
Intervista a Giuseppe Dentice
Analista esperto di Medio Oriente dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed).

Mocha, città un tempo fulcro del commercio mondiale del caffè, è da ieri controllata dalla milizia degli Houthi. La caduta della strategica città portuale yemenita è il culmine di una massiccia e feroce offensiva militare lanciata dai ribelli lo scorso 3 settembre. Un attacco condotto su tre assi (Taiz occidentale, Hodeidah meridionale e la stessa Mocha) che – come spiega Al Jazeera – ha costretto centinaia di donne e bambini alla fuga verso sud, aggravando una crisi umanitaria già drammatica. L'avanzata è stata facilitata da un improvviso ritiro tattico delle Forze di Resistenza Nazionale (sostenute dalla coalizione a guida saudita) guidate da Tareq Saleh, che hanno riposizionato i propri centri di comando lasciando di fatto campo libero all'avanzata Houthi.

Ma al di là della cronaca, quello che probabilmente più interessa – e che certamente più ci riguarda – è che la presa di Mocha può avere un peso geopolitico determinante anche per le nostre tasche. E no, questa volta il caffè non c'entra nulla: la città, infatti, si trova a soli 75 chilometri dal Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. E proprio da qui passano le merci asiatiche e il petrolio diretti verso il Canale di Suez e il Mediterraneo.

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Combattimenti che hanno preceduto la presa di Mocha da parte degli Houthi

Il controllo di quest'area da parte degli Houthi, combinato al rigido controllo che l'Iran (loro principale alleato) esercita sullo Stretto di Hormuz dall'altra parte della Penisola Arabica, crea una "tenaglia marittima" senza precedenti. Una doppia morsa potenzialmente capace di paralizzare i commerci mondiali e strozzare un'economia globale già in forte difficoltà, soprattutto a causa della scelerata decisione di Stati Uniti e Israele di attaccare l'Iran poco più di sei mesi fa.

Per capire la portata di questa minaccia, Fanpage.it ha interpellato Giuseppe Dentice, Analista esperto di Medio Oriente dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed).

La strategia del caos nella Penisola Arabica

Secondo Dentice, la conquista di Mocha e l'avanzata verso l'isola di Zuqar non significa necessariamente che gli Houthi "chiuderanno" Bab el-Mandeb, ma che hanno ormai gli strumenti per dettare legge su quella rotta marittima. "La conquista di Mokha e Zuqar non equivale automaticamente a un controllo della milizia yemenita, ma migliora sensibilmente la posizione strategica di quel movimento", spiega l'esperto a Fanpage.it. "La questione fondamentale è infatti distinguere tra controllare uno stretto e disporre della capacità di renderlo insicuro. Agli Houthi non serve necessariamente chiudere fisicamente il Bab el-Mandeb. Missili antinave, droni, mine e il controllo di porzioni della costa e delle isole possono essere sufficienti ad aumentare il rischio della navigazione e, di conseguenza, a condizionare le scelte di armatori, compagnie assicurative e marine militari".

Gli Houthi, insomma, non devono decidere chi passa, ma dimostrare di poter trasformare il transito in una sorta di roulette russa. "Questa dinamica si inserisce in una trasformazione più ampia del Mar Rosso, che sta diventando sempre meno un semplice corridoio commerciale e sempre più uno spazio marittimo contestato", prosegue Dentice. "Lo scenario più realistico non è necessariamente una chiusura totale e prolungata del Bab el-Mandeb, che sarebbe militarmente difficile da sostenere. Per gli Houthi potrebbe risultare più efficace conservare una capacità di interdizione selettiva e intermittente, modulando la pressione in funzione dell’andamento delle crisi regionali e mantenendo elevata la percezione del rischio".

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Un coordinamento con l'Iran? No, ma una convergenza strategica

Questa strategia si incastra perfettamente con le mosse dell'Iran. "Più che di un coordinamento operativo diretto tra Iran e Houthi, è utile parlare di convergenza degli effetti strategici", sottolinea l'esperto. "Hormuz e Bab el-Mandeb costituiscono i due grandi accessi marittimi che delimitano la Penisola Arabica. L’Iran dispone di strumenti per esercitare pressione sul primo, mentre gli Houthi hanno progressivamente sviluppato capacità per condizionare il secondo. Una loro simultanea instabilità produrrebbe quindi una sorta di compressione geostrategica della Penisola Arabica, costringendo Stati Uniti e partner regionali a distribuire capacità navali, intelligence e sistemi di difesa lungo un arco molto più ampio, dal Golfo Persico al Mar Rosso". Per Teheran, infiammare il Mar Rosso significa aumentare i costi per l'Occidente, costringendo Washington a disperdere le proprie risorse.

Il possibile effetto domino su Arabia Saudita, Egitto e Corno d'Africa

Questa morsa rischia di soffocare in primis l'Arabia Saudita, mandando in fumo anni di investimenti. "Questa evoluzione riguarda direttamente l’Arabia Saudita, che rischia di vedere crescere la propria vulnerabilità sui due versanti della Penisola Arabica", illustra Dentice. "A est, Hormuz rimane tradizionalmente esposto alla pressione iraniana; a ovest, il Mar Rosso rappresenta invece lo spazio che Riyadh ha cercato di valorizzare anche come alternativa strategica al Golfo Persico. L’East-West Pipeline e il terminal di Yanbu consentono infatti di trasferire una parte delle esportazioni energetiche saudite verso la costa occidentale, riducendo la dipendenza dal passaggio attraverso Hormuz". Ma se anche il Mar Rosso finisce sotto il ricatto dei droni Houthi, "la vulnerabilità che Riyadh cerca di ridurre a est rischia, in altre forme, di ripresentarsi a ovest". Riyadh si trova quindi davanti a un bivio: "Da un lato, permettere agli Houthi di consolidare ulteriormente la propria posizione […] significherebbe accettare una loro crescente capacità di pressione sul Mar Rosso. Dall’altro, un ritorno a un coinvolgimento militare su larga scala rischierebbe di trascinare nuovamente il Regno in una guerra yemenita dalla quale negli ultimi anni ha cercato faticosamente di disimpegnarsi".

Ma le ripercussioni investiranno a cascata tutto il quadrante mediorientale e africano. Come chiarisce l'analista dell'Osmed: "Per l’Egitto, la crescente insicurezza del Bab el-Mandeb significa maggiore vulnerabilità del traffico attraverso Suez, con ricadute economiche e strategiche. Per Arabia Saudita ed Emirati riguarda la sicurezza energetica, i porti, le infrastrutture e l’accesso al Mar Rosso. Per Gibuti, Eritrea e più in generale il Corno d’Africa aumenta il valore strategico delle basi, dei porti e delle infrastrutture costiere".

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Le conseguenze per l'Italia e l'Europa

Una chiusura, seppur parziale o "modulabile", del Bab el-Mandeb, combinata con una crisi a Hormuz, avrebbe effetti dirompenti sulle nostre vite quotidiane. "I due stretti hanno funzioni complementari: Hormuz è uno snodo fondamentale per gli approvvigionamenti energetici globali, mentre Bab el-Mandeb è la porta meridionale del sistema Mar Rosso-Suez e quindi una delle principali direttrici commerciali tra Asia ed Europa".

I numeri delineano lo scenario: "Nel primo semestre 2025 attraverso Hormuz transitavano circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre dal Bab el-Mandeb ne passavano oltre 4 milioni; nel secondo trimestre 2026 i flussi petroliferi attraverso quest'ultimo erano risaliti a circa 8 milioni di barili. Inoltre, circa il 20% del commercio mondiale di GNL transitava attraverso Hormuz nel 2024". Una crisi simultanea farebbe impennare i prezzi di gas e petrolio. Ma non è solo l'energia a essere a rischio. Tra il 12 e il 15% del commercio marittimo mondiale e circa il 30% del traffico containerizzato utilizzano la rotta del Mar Rosso. "Una riduzione significativa dei transiti costringerebbe molte navi a circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza", avverte Dentice. Questo significa "viaggi più lunghi – per alcune rotte energetiche verso l’Europa anche circa 15 giorni aggiuntivi – maggiore consumo di carburante, costi assicurativi più elevati e minore disponibilità di capacità navale. Per consumatori e imprese europee ciò potrebbe tradursi in prezzi più elevati e ritardi nell’arrivo di componentistica, prodotti industriali e beni provenienti dall’Asia".

C'è poi una pesante ricaduta specifica per noi: "Per l’Italia c’è poi una vulnerabilità specifica: una crisi prolungata della rotta Suez-Bab el-Mandeb ridurrebbe anche la centralità logistica del Mediterraneo e dei suoi porti. La combinazione con Hormuz sarebbe ancora più problematica, perché metterebbe contemporaneamente sotto pressione l’approvvigionamento energetico dal Golfo e la principale arteria commerciale tra Asia ed Europa".

È possibile un intervento militare europeo?

Di fronte allo strangolamento dei commerci, alcuni Paesi europei decideranno di intervenire militarmente? Su questo Dentice traccia una linea netta tra difesa e attacco. "Una presenza europea nel Mar Rosso esiste già attraverso l’operazione EUNAVFOR ASPIDES, che ha un mandato essenzialmente difensivo". In caso di peggioramento, lo scenario più probabile è un suo rafforzamento, con "più navi militari, scorta dei mercantili, intelligence e maggiori capacità di difesa antimissile e antidroni".

Ma passare all'attacco vero e proprio accenderebbe una polveriera incalcolabile. "Un intervento diretto contro infrastrutture Houthi sarebbe un salto di livello politico e militare. Ancora più delicato sarebbe intervenire contro l’Iran a Hormuz, perché significherebbe rischiare un coinvolgimento diretto nel conflitto".

Insomma, conclude l'esperto, stiamo assistendo al "cambiamento geopolitico più significativo. La crisi mediorientale sta assumendo una dimensione sempre più marittima e trans-regionale. […] La posta in gioco non riguarda quindi soltanto chi controlla territori nello Yemen o chi riesce a prevalere militarmente nel Golfo. Riguarda sempre più la capacità di condizionare gli accessi marittimi della regione e, attraverso questi, esercitare pressione sugli avversari, sulle economie regionali e sui flussi del commercio globale".

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