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31 Ottobre 2021
13:26

Meredith Kercher, 14 anni dall’omicidio di Perugia: un’indagine piena di errori

Sono passati 14 anni dalla morte di Meredith Kercher e per il suo omicidio è stato condannato in via definitiva Rudy Guede. Ma per gran parte dell’opinione pubblica, e anche per la Corte di Cassazione, la sera della mattanza l’ivoriano non era solo nella villetta di via della Pergola.
Anna Vagli
Criminologa Forense
A cura di Anna Vagli
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È la notte tra il 1 e il 2 novembre del 2007. Siamo a Perugia e in via della Pergola si consuma un omicidio efferato. La vittima si chiama Meredith Kercher, ha 21 anni, è originaria di Southwark nel Regno Unito ed è studente all’Università per stranieri del capoluogo umbro. Il suo cadavere viene rinvenuto nella camera da letto in una pozza di sangue e i primi ad essere attenzionati dagli investigatori sono una delle coinquiline di Meredith, Amanda Knox, ed il fidanzato, Raffaele Sollecito. Ultimo a comparire sulla scena, ma l’unico mai ad uscirne, è Rudy Guede.

I tre saranno processati con l’accusa di concorso in omicidio e, l’ultimo, anche per il reato di violenza sessuale. Dopo una lunga e complicata vicenda giudiziaria caratterizzata da perizie e consulenze, Amanda e Raffaele verranno assolti in applicazione del principio dell’oltre ragionevole dubbio. Guede, invece, dopo la scelta dell’abbreviato, sarà condannato ad anni 16 di reclusione per i reati di violenza sessuale e concorso in omicidio con ignoti. Ma c'è una quarta protagonista in questo caso così complicato ed è sicuramente l’indagine. Un’indagine fatta di errori e contaminazioni che, in mancanza di quella che si definisce in gergo tecnico “pistola fumante”, hanno reso ancor più complessa la ricostruzione dei fatti. Ad oggi, un’unica certezza. Meredith aveva solo 21 anni. Ma ripercorriamo insieme tutti i passaggi salienti della vicenda.

 

Il cadavere di Meredith e l’ora della morte

Meredith è morta in conseguenza di un doppio meccanismo asfittico ed emorragico. Il suo cadavere riportava 47 ferite e la frattura dell’osso ioide, tra mento e laringe. Intorno a naso e bocca sono state riscontrate numerose ecchimosi, provocate verosimilmente nel tentativo di tapparle la bocca per impedirle di urlare.  Ecchimosi e ferite più blande sono state rinvenute anche sulle braccia, sulle mani, sull' addome e sulle gambe. Tali lesioni da minaccia e da difesa, indicano verosimilmente che Meredith si è opposta con tutte le sue forze per non andare incontro alla tragica fine. Il colpo letale le è stato inferto sul lato sinistro del collo, ove è stata rinvenuta una ferita lunga 8 cm che ha determinato l’accumularsi del sangue nelle vie aeree e le ha così impedito di respirare. In termini concreti, la ragazza inglese è morta annegata nel suo stesso sangue.

Vittima e carnefice si conoscevano

Terminata la mattanza, il corpo di Meredith è stato coperto sommariamente con un piumone. Per chi si occupa di ricostruzione della scena del crimine, quest’ultimo rappresenta un elemento non di poco conto. Difatti, dal punto di vista criminologico, l’atto di coprire un cadavere non costituisce un tentativo di occultamento dello stesso (che sarebbe altrimenti stato portato altrove). Al contrario, rappresenta un modo per riservare un ultimo gesto di rispetto. Un tentativo dell’offender di ridurre le conseguenze psicologiche derivanti dal delitto. Come se, in questo caso, il piumone rappresentasse un sudario sul corpo massacrato di Meredith. Sempre per chi fa profiling, tale comportamento è un chiaro indicatore del fatto che vittima e carnefice si conoscessero.

Amanda e Raffaele

Amanda Knox era una delle coinquiline di Meredith. Americana di Seattle era arrivata a Perugia nel 2007, frequentava la facoltà di lingua e letteratura creativa e con la ragazza inglese aveva instaurato un buon rapporto. Almeno inizialmente. Proprio una settimana prima del delitto, le due avevano assistito ad un concerto di musica classica. E proprio lì Amanda aveva conosciuto Raffaele Sollecito. Raffaele, classe 84, avrebbe dovuto laurearsi in informatica il 16 novembre 2007. Ma venne arrestato dieci giorni prima. All’epoca dei fatti frequentava Amanda da una sola settimana.

“The truth is, I’m unsure about the truth”

“La verità è che non sono certa della verità” è una delle frasi più inquietanti scritte da Amanda Knox nel memoriale redatto il 6 novembre nella solitudine della Questura. Dopo aver scoperto che Raffaele aveva dichiarato di aver mentito e che, in realtà, la ragazza non aveva trascorso con lui tutta la sera dell’omicidio, Amanda descrive incredibilmente quanto sarebbe accaduto nella villetta di Via della Pergola. E lo fa collocandosi sulla scena del crimine insieme a Patrick Lumumba, proprietario del bar dove Amanda lavorava.

[…] “Non ricordo precisamente se Meredith fosse già in casa, quello che posso dire è che Patrick e Meredith si sono appartati nella camera di Meredith, mentre io mi pare sono rimasta nella cucina". Nega però di essere lei l’esecutrice dell’omicidio. […] "Posso solo dire che a un certo punto ho sentito delle grida di Meredith ed io spaventata mi sono tappata le orecchie. Non sono sicura se fosse presente anche Raffaele quella sera ma ricordo bene di essermi svegliata a casa sua”. Le pesanti accuse a carico di Lumumba però non reggono perché l’uomo ha un alibi di ferro. Per quelle dichiarazioni, la Knox verrà condannata in via definitiva a tre anni di reclusione per calunnia.

Rudy Guede, agnello sacrificale?

Unico condannato in via definitiva per la morte di Meredith Kercher, Rudy Guede è stato arrestato in Germania poco dopo la liberazione di Patrick Lumumba. Ad incastrarlo la mano imbrattata di sangue sul cuscino di fianco al cadavere, le impronte e il suo profilo genetico dentro sul corpo di Meredith. Rudy era presente quando la ragazza inglese veniva uccisa. Ce lo dice la scienza.  È stato però l’unico a chiudere il conto con la giustizia.

Il movente e l’arma del delitto

Il movente è stato individuato inizialmente in vecchi attriti tra Meredith e Amanda. Ma l’originale tesi accusatoria è caduta in poco tempo e si è convertita nel movente di matrice sessuale. L’aggressore, verosimilmente a fronte al timore di essere denunciato dalla vittima, si sarebbe determinato nella scelta di ucciderla.

Quanto all’arma del delitto, questa, a quattordici anni di distanza, non è stata ancora ritrovata. In una prima fase era stata rintracciata in un coltello da cucina repertato a casa di Sollecito. Difatti, secondo i periti del primo processo, era stato possibile isolare sull’impugnatura dell’utensile il DNA di Amanda e sulla lama tracce di sangue di Meredith. Tale utensile, secondo i primi giudici, sarebbe stato compatibile con la ferita mortale inferta sul lato destro del collo della vittima. Il coltello sarebbe stato poi ripulito e riposto nel cassetto.

Questa ricostruzione è stata però capovolta nel processo bis. Le nuove perizie, la cui valenza è stata consacrata in Cassazione, hanno escluso che su quel coltello vi fossero profili genetici misti riconducibili a Meredith ed Amanda.

Il gancetto del reggiseno

Altrettanto controversa è la questione inerente al gancetto del reggiseno di Meredith. Secondo i primi periti sullo stesso sarebbe stato presente DNA di Sollecito. DNA che quindi lo avrebbe inconfutabilmente collocato sulla scena del crimine. Nel processo bis, ancora, successive perizie hanno affermato la contaminazione dello stesso. Difatti, questo sarebbe stato repertato oltre 40 giorni dopo il primo sopralluogo della scientifica. Versione confermata anche dalla seconda Cassazione.

A quattordici anni di distanza dall’omicidio forse ancora qualcosa non quadra. Mancano le prove schiaccianti, quelle capaci di individuare un colpevole (o i colpevoli) al di là di ogni ragionevole dubbio. E allora non resta che ricordare Meredith, unica vera vittima di questa drammatica vicenda.

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