Negli ultimi anni la riforma scolastica è stata una delle questioni più accese e discordanti tra quelle messe in atto dalla politica. In quanto figlio di insegnante, ho visto ogni volta prendere posizioni diverse dai diretti interessati (docenti, famiglie e alunni) con le motivazioni più disparate. La mancanza di una linea comune, talvolta, non ha fatto altro che accentuare la confusione. Ho deciso così di dare voce a Cristina, sicuramente un’insegnante come le tante che ogni settimana mi scrivono, che però con la sua lettera ha posto in modo chiaro l’accento su un aspetto non irrilevante: la tutela dei nostri ragazzi.

Cristina è una docente di sostegno specializzata che “ama infinitamente il suo lavoro, frutto non solo di conoscenze e preparazione teorica, quanto di anima, coinvolgimento e passione”, per citare le sue parole. Un lavoro che le ha permesso di coltivare i semi dai quali germoglierà il futuro di molti alunni e, in particolar modo, di quelli con disabilità: un’attività così difficile, da un lato, ma anche così piena di emozioni e soddisfazioni dall’altro. Una scelta quotidiana e una promessa d’impegno che si rinnova giorno dopo giorno.

È in nome di questa promessa che Cristina mi ha scritto, per parlarmi della scuola inclusiva italiana che, purtroppo, pur essendo decantata in tutta Europa come modello da imitare e potenziare, rischia sempre più di risolversi in un banale “parcheggio" di certi alunni nelle classi frequentate dai loro compagni cosiddetti “normodotati”. Parliamo, anche o soprattutto, di disabilità cognitive che prevedono un supporto didattico maggiore, con un piano dell’offerta formativa personalizzato.

La legge 107 del 2015 (la famosa "Buona Scuola") per la prima volta nella storia italiana ha indetto un concorso pubblico per l'assunzione dei docenti di sostegno specializzati: apparentemente si configurava come un definitivo riconoscimento dell'importanza di questa figura professionale, dando l’impressione di voler investire realmente nell'inclusione scolastica degli alunni disabili. Per questo, tra la primavera e l'estate del 2016, si è tenuto tale concorso: ai primi di settembre dello stesso anno erano già pronte le graduatorie dei vincitori (per quanto riguarda il sostegno nelle scuole superiori della Toscana, la graduatoria era composta da 90 vincitori, tra questi anche Cristina).

Ben presto, però, la soddisfazione degli insegnanti si è trasformata in sgomento: per l'anno scolastico 2016/2017 il MIUR ("Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca") ha deciso di non assumere in ruolo nessuno dei 90 vincitori per la Toscana. In altre parole, ha preferito continuare a servirsi di docenti di sostegno precari, assunti con contratto a tempo determinato a settembre/ottobre per poi licenziarli a fine giugno: tutto questo malgrado i vertici del governo avessero più volte dichiarato di voler eliminare per sempre la “supplentite”.

Poi, nell’estate del 2017, il MIUR ha assunto in ruolo solo 20 persone in tutta la Toscana delle 90 vincitrici, mentre altri 25 sono stati stabilizzati nella propria materia: per farla breve, sono rimasti solo in 45 a dover essere assunti come docenti di sostegno. E adesso però, a due mesi dalla fine delle lezioni, ha dichiarato (con la Nota 16041 del 29 Marzo 2018) che non effettuerà nessuna nuova assunzione sul sostegno in tutta Italia, mentre stabilizzerà 3530 cattedre su posti comuni. Perché questa disparità di trattamento? La classe di concorso del sostegno è meno importante delle altre? I vincitori di questo concorso non dovevano essere tutti assunti nel triennio di validità delle graduatorie di merito? 

In conclusione, l'amministrazione scolastica si rifiuta di trasformare in organico di diritto le quarantamila cattedre che attualmente sono in organico di fatto (assegnate cioè a supplenti annuali: oltre tremila in tutta la Toscana), così da risparmiare sfruttando quegli stessi vincitori di concorso che si sono guadagnati con impegno, fatica e merito il diritto alla stabilizzazione in ruolo, mentre i ragazzi con disabilità continuano a restare privi della continuità didattica che tanto gioverebbe ai loro processi di apprendimento.

È un' ipocrisia considerare in soprannumero questi posti di sostegno quando poi essi sono destinanti a supplenze, rinnovate puntualmente di anno in anno. L'amministrazione scolastica non può motivare la mancata stabilizzazione dei vincitori del concorso sul sostegno appellandosi alla necessità di non aumentare la spesa pubblica, perché il Ministero dell'Economia decide sì il numero delle assunzioni, ma la loro ripartizione è frutto di una scelta del MIUR. Ci sono, ripetiamo, oltre tremila cattedre in deroga per il sostegno in tutta la Toscana: come si può, con questi numeri, non assumere in ruolo 45 docenti che ne hanno diritto e che porterebbero solo professionalità alla scuola dell'inclusione?

A fare le spese di questa assurda situazione, infatti, sono soprattutto gli studenti con disabilità che vedono di fatto depotenziato un loro diritto costituzionalmente garantito, quello all'istruzione in una scuola inclusiva, in nome di una mal celata volontà a risparmiare: in questo modo finiscono spesso per non essere seguiti dall'insegnante di sostegno nei primi mesi dell'anno scolastico (in attesa che vengano attribuite le supplenze annuali) e, non di rado, si ritrovano assegnati docenti privi di formazione, nonostante ci siano insegnanti specializzati vincitori del concorso che attendono solo di poter lavorare con la continuità e la serenità che spetterebbe loro, in virtù di quelle capacità e competenze che essi hanno ampiamente dimostrato superando le prove necessarie.

Ditemi voi come possiamo formare dei cittadini attivi e consapevoli se non sappiamo neanche riconoscere il ruolo fondamentale di un insegnante, e il valore che esso assume nel combattere l’indifferenza che spesso si crea attorno alla disabilità. Negare tutto questo significa ignorare i diritti dei ragazzi, il loro progetto di vita e il loro futuro, insieme a quello di tutta la nostra scuola.