"Noi lo avevamo chiesto fin da subito, ma sulla base del profitto l'azienda si è rifiutata di chiudere il magazzino e di fare i test, quindi c'è una responsabilità". Simone Carpeggiani, coordinatore provinciale di Bologna del sindacato SiCobas, introduce così, giovedì 2 luglio, il presidio organizzato davanti al Comune, per chiedere (senza successo) un incontro con sindaco e giunta sul tema dei lavoratori della Bartolini e di diverse altre realtà importanti del comparto logistico locale, dove continua a salire il numero dei positivi da Covid-19. "Abbiamo denunciato tutto già dal 15 luglio, quando ci sono stati i primi due casi – continua Carpeggiani-, facendo uscire in sciopero i lavoratori alla Brt". Il magazzino in questione, da subito attenzionato dall'Asl bolognese, non si è però mai fermato, sebbene l'azienda si sia subito attivata coi test, mentre la cooperativa alla quale era affidato il servizio di facchinaggio all'interno del sito è finita interamente in quarantena, sostituita da un'altra. "Brt continua a lavorare con cooperative di supporto e questo crea ulteriore caos – prosegue il rappresentante di SiCobas -. Che si assumessero, anche le altre, dei lavoratori diretti: questo, per noi, creerebbe una dinamica più corretta". Nel mirino del sindacato, quindi, c'è anche il tema ben più ampio di tutto il settore della logistica, con centinaia di lavoratori, almeno per quanto riguarda il polo bolognese, alle dipendenze di cooperative e agenzie interinali che spostano operai da un magazzino all'altro. "E questo può creare problematiche anche per quanto riguarda l'epidemia – aggiunge Carpeggiani – perché i lavoratori che lavoravano in Brt a Roveri poi sono andati all'interporto".

Proprio sull'importante snodo merci nei pressi di Bentivoglio, a pochi chilometri da Bologna, si sta concentrando adesso l'attenzione del sindacato, perché diversi magazzinieri interinali lavorerebbero in entrambe le sedi della Bartolini, nonostante i casi di positività già emersi. La paura, dunque, è che il focolaio possa allargarsi, tanto che SiCobas ha già chiesto all'azienda di effettuare a tutti i tamponi. Ma non è tutto. Secondo quanto riferisce il sindacato, sarebbero stati trovati anche altri "due casi positivi tra gli addetti della Sda e oggi dovrebbero iniziare i test" sui lavoratori (circa 800 in tutto). "Nessuno si prende la responsabilità di tutelare la salute tranne noi – continua Simone Carpeggiani -: abbiamo denunciato la situazione a tutte le istituzioni e chiesto la chiusura, ma c'è un rimpallo, è questo il problema. Chiediamo quindi che il Comune di Bologna si assuma questa responsabilità".

In presidio con SiCobas, alcuni lavoratori, spaventati per questa situazione esattamente come i loro colleghi, anche di Dhl e Tnt. Nel primo magazzino, in base a quanto racconta un driver presente alla manifestazione, dopo un'assemblea i lavoratori hanno chiesto all'azienda di fare i test. "Anche noi abbiamo paura" confessa il lavoratore. Poco dopo un altro autista, della Tnt, aggiunge: "Non ci siamo mai fermati dal lockdown e siamo sempre stati in prima linea, ora siamo stanchi e timorosi. Per fortuna abbiamo raggiunto un accordo con l'azienda, per cui non entriamo in magazzino e non facciamo firmare ai clienti, ma non so se basta per far capire alla gente che non siamo degli untori". 

A giugno, sottolinea infine il coordinatore di SiCobas, "sono aumentati del 30% i lavoratori interinali che vengono spostati da un magazzino all'altro, creando un ampliamento dell'epidemia. Noi avevamo chiesto almeno di ridurre a metà i lavoratori, in modo da garantire il distanziamento che già di per sé è impossibile da applicare in magazzino – conclude Carpeggiani -. L'Asl non si prende la responsabilità di chiudere un magazzino quando ci sono due casi; l'azienda se ne frega e continua a lavorare e alla fine nessuno si prende la responsabilità di tutelare la salute. Cioè per loro è meglio avere due morti che chiudere un magazzino. Per noi è una cosa assurda".