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“Fame, insetti e tentati suicidi. È un inferno”: la denuncia di un ex trattenuto del Cpr di Potenza

A Fanpage.it la testimonianza di un ex trattenuto che, uscito dal Cpr di San Gervasio (Potenza) grazie a una sentenza “storica”, ha denunciato “fame, sporcizia e tentativi di suicidio. Era un inferno”.
L’entrata del Cpr di San Gervasio (Potenza)
L’entrata del Cpr di San Gervasio (Potenza)

È rimasto nel Cpr di San Gervasio, in provincia di Potenza, solo per pochi giorni. Eppure, quel tempo è bastato ad Aldin (nome di fantasia, ndr) per conoscere una realtà che ha descritto a Fanpage.it come "disumana", fatta di "privazioni, degrado e disperazione".

Oggi Aldin è libero e sta tornando a casa grazie a una decisione giudiziaria destinata a lasciare il segno. Una sentenza che il suo legale, l'avvocato Stefano Afrune, ha definito "storica" perché mette un argine a una prassi consolidata: quella di considerare i precedenti penali come una sorta di lasciapassare automatico per il trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio.

Il giudice ha, infatti, recepito i principi espressi dalla recente sentenza n. 96 del 2025 della Corte costituzionale che ha ribadito un concetto fondamentale: il trattenimento nei Cpr costituisce a tutti gli effetti una limitazione della libertà personale. Non si tratta, quindi, di una semplice misura amministrativa da applicare in modo automatico, ma di una restrizione che richiede rigorose garanzie e una valutazione concreta del singolo caso.

Nonostante la pronuncia rappresenti una luce nuova sul piano giuridico, il racconto di Aldin riporta, però, alla dura realtà quotidiana vissuta all'interno delle strutture di trattenimento. "Mi ha detto che lì dentro era un inferno", ha commentato a Fanpage.it l'avvocato Afrune.

"Tentati suicidi, insetti e sporcizia": il racconto di Aldin

"Bruttissimo, non lo augurerei a nessuno", ha esordito Aldin a Fanpage.it. "Il Cpr è molto peggio del carcere. In carcere almeno esistono delle tutele. Nel Cpr vieni abbandonato, nessuno si interessa di te. Ti lasciano lì a soffrire".

Parole pesanti che si aggiungono a quelle riferite a Fanpage.it dal suo avvocato. Secondo Afrune, infatti, il suo assistito avrebbe ricevuto "per intere giornate" soltanto "un panino e dell'acqua", senza altri pasti. Un quadro che, se confermato, sarebbe incompatibile con qualsiasi standard minimo di dignità umana. "Mi ha pregato di poter uscire il prima possibile perché non resisteva più dalla fame e dal caldo insopportabile", ha aggiunto il legale. "Mi ha detto che lì dentro era un inferno".

Anche la testimonianza diretta di Aldin descrive una situazione allarmante. "Il cibo arriva quando potevano portarlo, non quando le persone ne avevano bisogno. A volte passavano molte ore senza mangiare nulla". Poi, c'è anche il tema delle condizioni igieniche. "Il centro era pieno di insetti. Sporco. Qualsiasi insetto si possa immaginare, lì c'era", ha rincarato Aldin a Fanpage.it. Tuttavia, è soprattutto il clima di sopraffazione psicologica a emergere con forza dal suo racconto: "Nel poco tempo che sono stato dentro ho visto tantissime persone che volevano togliersi la vita, impiccarsi. Ho visto persone completamente disperate a causa delle condizioni che erano costrette a vivere. Se fossi rimasto lì un'altra settimana sarei impazzito".

A differenza sua, però, molte persone trattenute sono costrette a vivere tali condizioni per molte settimane, a volte anche diversi mesi. Per questo la sentenza ottenuta da Afrune va oltre il singolo caso, perché ricorda un principio fondamentale in uno Stato di diritto: nessuna esigenza amministrativa può giustificare trattamenti degradanti o compressioni automatiche della libertà personale. "E solo partendo da qui si può provare a immaginare oggi un possibile cambiamento", ha concluso il legale a Fanpage.it.

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