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Il papà di Beatrice Belcuore, carabiniera suicida: “Non l’hanno tutelata, se nell’Arma chiedi aiuto sei marchiato”

Il caso di Beatrice Belcuore, allieva 26enne morta nella Scuola Marescialli di Firenze, è stato archiviato come suicidio nel 2025. Ma i dubbi della famiglia restano. A Fanpage.it parla il padre Stefano, ex brigadiere dei carabinieri, che denuncia le anomalie sui rilievi investigativi e il tabù della salute mentale all’interno dell’Arma: “Nelle accademie militari ti impostano per essere un robot, se mostri fragilità vieni giudicato inadatto”.
Beatrice Belcuore
Beatrice Belcuore

La mattina del 22 aprile 2024, all'interno della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze, un colpo di pistola calibro 9 ha causato la morte di Beatrice Belcuore, allieva ventiseienne al terzo anno di corso. Il caso, catalogato come suicidio, è stato archiviato definitivamente dal GIP nel giugno del 2025, respingendo le opposizioni della famiglia e ritenendo "esplorativi" gli ulteriori accertamenti richiesti. Al di là del percorso giudiziario, rimangono i verbali, i rilievi tecnici e le valutazioni espresse dai consulenti della difesa. Fanpage.it ha potuto visionare i documenti relativi a questa inchiesta: le ordinanze di archiviazione, la relazione tecnica della Cyber PG sui dati del telefono della ragazza e la perizia balistica e medico-legale firmata dai consulenti di parte. Si tratta di atti che contengono sia la ricostruzione ufficiale delle autorità sia gli elementi tecnici sollevati dai periti della famiglia.

A rimettere in fila questi documenti è il padre Stefano Belcuore, ex brigadiere capo dei carabinieri oggi in pensione, che ripercorre le tappe di una vicenda che, dal suo punto di vista, presenta aspetti da chiarire sul piano investigativo e sulla gestione del benessere degli allievi all'interno delle scuole di formazione. Una denuncia, la sua, che tocca quello che definisce un tabù istituzionale: "Se varchi la porta dello psicologo sei immediatamente marchiato, scattano i sospetti e ti vengono tolti pistola e tesserino. Tutti lo sanno, quindi si preferisce tenere tutto dentro per non distruggersi la carriera". Ma i dubbi investono anche la dinamica stessa dei fatti e la fretta con cui, secondo la famiglia, sono stati condotti gli accertamenti: "Il foro d'entrata del proiettile è alla tempia sinistra, ma Beatrice era destrimana. Eppure non è mai stata disposta l'autopsia, le prove materiali sono andate perdute".

Stefano, ci parli del percorso militare di Beatrice.

Nel maggio del 2019 è entrata in Marina come VFP1. Dopo il corso a Taranto, è stata imbarcata per un anno e poi trasferita a Roma, come segretaria di un ammiraglio. Ma il suo obiettivo erano i carabinieri. Io ho alle spalle una vita nell'Arma e credo che Beatrice ne sia rimasta ispirata fin da piccola. Le consigliavo di restare in Marina, convinto fosse un ambiente meno gravoso rispetto al confronto quotidiano con i problemi dei cittadini. Lei, però, ha voluto provarci: ha fatto il corso di sei mesi a Campobasso nel 2021 e a ottobre è stata destinata alla stazione di Camucia, vicino a Cortona.

Fino a quel momento non aveva mai mostrato segni di insofferenza verso la divisa?

No, le è sempre piaciuto questo mondo. Durante i mesi in servizio faceva i suoi turni, era serena, non sentiva l'oppressione militare che si respira all'interno di una scuola di formazione. Tutto è cambiato quando ha fatto il concorso per marescialli, l'ha vinto ed è andata a Firenze.

Beatrice Belcuore in servizio alla Stazione di Camucia
Beatrice Belcuore in servizio alla Stazione di Camucia

Com'è stato l'impatto con la Scuola per Marescialli e Brigadieri?

È un'accademia rigida e per Beatrice l'impatto è stato traumatico. Lei era già un carabiniere, era abituata a lavorare sul campo e a essere partecipe, mentre lì ha trovato un ambiente disfunzionale che annullava l'iniziativa e la personalità individuale. Il primo giorno voleva mollare tutto per la frustrazione. Poi ha reagito con tenacia, ha fatto amicizia e ha ottenuto ottimi voti, ma ripeteva sempre una cosa: "Qui, dalla mattina alla sera, ci insegnano a fare i soldatini ubbidienti".

Negli atti emerge un episodio avvenuto nell'ottobre del 2023, quando Beatrice ha contratto il Covid all'interno della scuola. In quell'occasione lei è intervento telefonicamente. Perché?

Sono intervenuto perché mia figlia mi raccontava che, pur essendo malata e isolata per il Covid, alle sei del mattino doveva comunque fare l'alza bandiera da sola, a distanza dagli altri. Inoltre, non le portavano il pranzo a orari regolari, arrivava tardi e a volte le davano solo una mela. Volevo semplicemente capire il motivo di quel trattamento. Beatrice mi aveva supplicato: "Papà, ti prego, non chiamare nessuno, altrimenti qui me la fanno pagare". Ma io ho telefonato ugualmente. Ho parlato con il suo comandante di plotone, ma non ha reagito bene. Ha detto che lo stavo disturbando, che non dovevo chiamare direttamente e che avrei dovuto seguire la linea gerarchica. Mi sono arrabbiato e gli ho detto chiaramente quello che pensavo.

A seguito di quell'alterco lei si è scusato. Teme che quell'episodio abbia avuto ripercussioni su Beatrice?

Sì, mi ha chiamato il maggiore per via di questo scontro con il comandante. Non volevo assolutamente che mia figlia subisse conseguenze durante il corso e, per questo, ho deciso di mandare una mail di scuse, che sono state accettate. Tuttavia, sono convinto che da quel giorno Beatrice sia stata "attenzionata" dai suoi superiori.

Arriviamo al giorno prima della tragedia, il 21 aprile 2024. Agli atti dell'inchiesta ci sono i messaggi scambiati con un collega in cui Beatrice scriveva di essere stanca di tornare a scuola, di sentirsi "annullata". Quella sera stessa, a casa vostra, ha avuto una crisi di pianto prima di prendere il treno di ritorno.

Sì, ha avuto una crisi d'ansia e di pianto, ma poi si è calmata e ha voluto ripartire comunque. Noi le avevamo proposto di rimanere a casa a riposare, dato che non stava bene e soffriva anche di forti dolori per il ciclo. L'indomani avrebbe dovuto sostenere un esame. Ci disse: "Lo faccio e poi valuto se chiedere qualche giorno di riposo medico". Lo stress le stava provocando problemi fisici evidenti: stava perdendo i capelli e soffriva di infezioni urinarie.

Beatrice Belcuore insieme a suo padre Stefano
Beatrice Belcuore insieme a suo padre Stefano

Nonostante questo malessere, non aveva mai espresso l'intenzione di ritirarsi?

No, diceva che quella vita non le piaceva, ma sapeva che il periodo più duro era ormai alle spalle. Eravamo arrivati alla fine del percorso: a giugno ci sarebbe stata la cerimonia e a livello giuridico i ragazzi erano già considerati marescialli. Mancava pochissimo. Beatrice aveva già pianificato tutto il futuro prossimo: la domenica prima di partire mi aveva inviato per mail delle dispense universitarie da stampare, così da riprenderle il mercoledì successivo. Il sabato precedente l'avevamo accompagnata ad acquistare dei tailleur da indossare per la libera uscita, aveva prenotato tutti i biglietti del treno fino a giugno. Inoltre, aveva appena pagato quattro mesi anticipati di abbonamento in piscina con una collega. Una persona che organizza la propria vita con questa precisione non mostra il profilo di chi premedita un simile gesto. Se è successo, deve essere stata un'azione improvvisa, d'impulso.

Cosa è accaduto il 22 aprile, il giorno in cui ha perso la vita?

La mattina presto, intorno alle 6:30, ha fatto una videochiamata a mia moglie e mio suocero in cui sembrava serena. Quella stessa mattina, sua nonna ha avuto un incidente ed è stata ricoverata d'urgenza in ospedale. Beatrice lo ha saputo da noi. Poco dopo, verso le 9:30, un'addetta alle pulizie l'ha sentita parlare al telefono a voce molto alta, prima di vederla entrare nei bagni con un assorbente e il cellulare. Con chi parlasse non lo sappiamo. I tabulati telefonici non sono mai stati acquisiti perché il magistrato non ha concesso il nulla osta, nonostante i carabinieri stessi ne avessero fatto richiesta il giorno successivo.

Quella mattina, sua figlia ha accusato forti dolori ed è stata esonerata dall'attività fisica, ma le è stato detto che poteva seguire le lezioni in aula. Alle 10:20 ha chiesto di potersi assentare per prendere un analgesico. Da quel momento è scomparsa.

Nessuno l'ha cercata per ore, ed è questo l'aspetto che riteniamo gravissimo sul piano della vigilanza. In una scuola militare un allievo deve essere monitorato, specialmente se dichiara di non stare bene. Dalle 10:20 fino alle 13:15 è rimasta sola. Intorno a mezzogiorno una collega le ha mandato dei messaggi, ma lei non risultava più attiva dalle 11:35. Solo dopo pranzo sono andati a cercarla e hanno visto del sangue colare da sotto la porta del bagno comune. Hanno forzato l'ingresso e l'hanno trovata. Il cuore, secondo quanto riferito dal medico legale, ha ceduto intorno alle 14:00. Se l'istruttore, non vedendola tornare, avesse mandato subito qualcuno a cercarla, forse l'esito sarebbe stato diverso. Invece c'è stato un vuoto di ore.

Beatrice aveva con sé la pistola d'ordinanza. Com'è regolata la custodia delle armi all'interno della scuola?

Al primo anno l'arma viene custodita in armeria, mentre al secondo gli allievi la tengono in camera, in cassaforte, completa di caricatore. In altre scuole militari, come a Velletri, viene lasciata ma senza munizioni. So che dopo questa tragedia le regole interne sono state cambiate anche a Firenze. Se un allievo manifesta un malessere, non lo si può lasciare girare da solo con un'arma addosso. I responsabili avrebbero dovuto ritirare la sua pistola, portarla in infermeria e farla visitare, come previsto dalle procedure di riposo medico. È stata fatta solo una valutazione a voce per l'esonero dall'attività fisica. Questa, per noi, è un'anomalia procedurale.

La vostra famiglia ha sollevato perplessità sulla conduzione dei rilievi. Quali sono gli elementi che contestate?

Riteniamo che non siano stati condotti con il dovuto rigore. Il nostro medico legale, esaminando il fascicolo fotografico, ha evidenziato che il foro d'entrata del proiettile è alla tempia sinistra e quello d'uscita a destra. Ma Beatrice era destrimana. Come fa una persona destrimana a spararsi alla tempia sinistra? Inoltre, sulle nocche della mano sinistra presentava ecchimosi e abrasioni, compatibili sia con dei pugni contro un muro sia con una colluttazione. Nonostante questo, non è mai stata disposta l'autopsia. Sul momento, non è intervenuto un medico legale per l'ispezione cadaverica, ma solo il 118. Il medico dell'ASL ha visionato la salma solo l'indomani all'obitorio, limitandosi a compilare il modello Istat con la dicitura "colpo d'arma da fuoco alla testa", senza muovere il corpo o verificare la presenza di altre lesioni. In tre ore la scena è stata sgombrata, i vestiti non sono stati sequestrati per gli accertamenti balistici e non è stato eseguito lo stub per cercare tracce di polvere da sparo sulle mani. Le prove materiali sono andate perdute.

Dagli atti emergono nodi anche sul telefono di Beatrice.

Sì, nelle foto dei rilievi scientifici scattate alle 13:40 il telefono appare per terra, sotto lo scovolino del WC. In uno scatto successivo delle 16:19, il telefono non c'è più. Solo in seguito alla nostra opposizione, i carabinieri hanno redatto una nota spiegando di essere tornati nel bagno dopo due ore per cercare un bossolo e di aver rimosso il cellulare per repertarlo. Ma nel verbale di sopralluogo principale non c'è traccia di questa operazione. Se alteri la scena e rimuovi un elemento, devi metterlo a verbale in tempo reale, non a posteriori.

Avete fatto opposizione richiamando l'articolo 2087 del Codice Civile sulla tutela della salute dei lavoratori. Può spiegare il motivo?

Riteniamo che ci sia una precisa responsabilità datoriale. Se un dipendente, o in questo caso un allievo, manifesta un malessere tale da compromettere la sua lucidità, l'amministrazione ha il dovere di intervenire attivamente per tutelarlo, non di lasciarlo solo. È una responsabilità che andrà chiarita anche in sede civile.

Beatrice Belcuore
Beatrice Belcuore

In base alla sua esperienza nell'Arma, crede che la salute mentale sia ancora un tabù per chi indossa una divisa? Perché si fa ancora così tanta fatica a chiedere aiuto?

Perché lo psicologo della scuola non è indipendente: è un ufficiale dei carabinieri inserito nella catena gerarchica e ha l'obbligo di riferire ai superiori. Non esiste riservatezza. Se varchi quella porta sei immediatamente marchiato, scattano i sospetti e ti vengono tolti pistola e tesserino. Se sei un allievo rischi l'esclusione; se sei in servizio attivo vieni messo in aspettativa per stato ansioso-depressivo e difficilmente la commissione medica ti riterrà idoneo al rientro. Tutti lo sanno, quindi si preferisce tenere tutto dentro per non distruggersi la carriera. Beatrice conosceva bene queste dinamiche e si documentava molto sui casi di suicidio nell'Arma. Eppure il GIP, nell'ordinanza di archiviazione, ha interpretato quelle ricerche sul telefono come la prova di una sua predisposizione al suicidio, anziché come un interesse per un problema reale dell'istituzione.

Avete ricevuto sostegno dai superiori della scuola dopo la tragedia?

No, siamo stati completamente isolati. Nei giorni successivi sono venuti due ufficiali psicologi dell'Arma per offrirci supporto a Roma, ma dietro la rigidità della divisa non abbiamo percepito alcuna reale empatia. Dopo una settimana sono spariti tutti, persino il cappellano militare, dopo una sola telefonata di circostanza. Il giorno dopo la tragedia, mia moglie ha affrontato il generale della scuola, spiegandogli che nostra figlia stava male per l'ansia, per il terrore continuo di subire rapporti disciplinari. La sua risposta è stata: "Signora, ho duemila allievi. Se tutti quelli che perdono i capelli venissero da me, come farei a gestirli?". Per loro siamo solo numeri.

Alcuni allievi vi avevano riferito di aver udito un rumore simile a un tonfo quella mattina, poi hanno ritrattato. Crede che possa esserci stata una forma di condizionamento?

Sì, inizialmente alcuni colleghi di Beatrice ci hanno detto di aver sentito un forte tonfo intorno alle 11:50, orario perfettamente compatibile con lo sparo, dato che lei non rispondeva più ai messaggi dalle 11:40. Poi hanno ritrattato, sostenendo che si trattasse di operai al lavoro nel cortile. C'è un evidente condizionamento interno: meno si parla di queste cose, meglio è. Si cerca di coprire per evitare che escano notizie. Avevano persino proposto di conferire a mia figlia il grado di maresciallo a titolo onorifico ma, appena abbiamo avanzato delle rimostranze tramite il sindacato Unarma, si sono tirati indietro come forma di ritorsione.

Il GIP ha archiviato il caso definendo le vostre richieste come "indagini esplorative". Cosa vuole che rimanga di questa storia?

Voglio che si sappia che ci sono state delle gravissime mancanze. Con gli allievi bisogna parlare. Nelle scuole militari ti impostano per essere un robot: devi solo obbedire e avere rispetto del tuo superiore. Se hai una fragilità non la esterni per timore di essere giudicato inadatto, accumuli tutto finché il cervello non va in tilt. Ho servito l’Arma in modo encomiabile per oltre quarant'anni e a loro avevo affidato mia figlia, ma non è stata tutelata.

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