Migranti appiccano incendio al Cpr di Macomer, sindacato di polizia denuncia: “Nessuno vuole stare chiuso lì”

Domenica 12 luglio nel centro per il rimpatrio (Cpr) di Macomer, in Sardegna, alcuni migranti hanno appiccato un incendio, distruggendo una parte della struttura, andando a ridurre sempre di più lo spazio disponibile per trattenuti e operatori. A denunciare l'accaduto è il Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori polizia) della Sardegna, che denuncia il malfunzionamento del centro dovuto alla carenza del personale, alle procedure non rispettate e ad una mal gestione dell'ente responsabile privato, tutti fatttori che aumentano il pericolo per lavoratori e trattenuti del centro."Non è accettabile che episodi di questa natura si ripetano con una frequenza tale da rischiare di essere considerati fisiologici", con queste parole il segretario regionale Giuseppe Caracciolo denuncia l'accaduto.
Per capire cosa può spingere una persona a dare fuoco al luogo in cui è rinchiusa, bisogna fare un passo indietro. Le motivazioni hanno radici nella storia del Cpr di Macomer e nelle condizioni che da anni vengono denunciate da medici, associazioni, garanti e, più recentemente, dallo stesso sindacato di polizia.
L'incendio nel Cpr di Macomer non racconta solo una rivolta: racconta un sistema malato
Macomer è un comune italiano della provincia di Nuoro, in Sardegna. Un luogo del tutto isolato, con strade dissestate attorno e uno spopolamento che continua a crescere. Qui il 20 gennaio del 2020 nasce il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Macomer, primo centro di detenzione per migranti in Sardegna. Il centro nasce inizialmente come carcere di massima sicurezza, come carcere duro, destinato ai detenuti del 41-bis, ma non è stato mai usato per questo, perché non possiede i requisiti minimi richiesti dalla legge. A partire dalla sua apertura, la gestione del centro è stata oggetto di discussione, partita da una gara d'appalto vinta al ribasso, risparmiando sui diritti dei lavoratori e sulla qualità pur di vincere. Così nel 2019 si aggiudica il bando la società ORS Italia, società che gestisce centri di accoglienza e centri per il rimpatrio in Europa da più di 30 anni. Da tempo è al centro di inchieste giornalistiche che hanno cercato di capire chi ci sia dietro l'organizzazione. Amnesty International ha indagato e denunciato questo ente gestore per l'amministrazione di un Cpr in Austria, dove il numero dei trattenuti (4.800) superava di gran lunga il numero di capienza massima (1.800). Oggi la gestione del Cpr di Macomer è passata a Officine Sociali, cooperativa che amministra anche i Cpr di Palazzo San Gervasio e Trapani. Secondo il rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione del 2026, Officine Sociali è uno dei principali gestori dei Cpr in Italia. Nonostante nel tempo siano state sollevate delle problematiche nella gestione di diversi centri da parte della cooperativa, questa continua ad aggiudicarsi gare d'appalto, mandando avanti un sistema privato e disfunzionale. Ma alla fine a pagarne le conseguenze sono i migranti che vengono trattenuti nel centro, già reduci da esperienze critiche per le loro condizioni psicologiche e di salute.
Le testimonianze di chi è entrato nel centro di Macomer in Sardegna
La storia del Cpr di Macomer non è fatta soltanto di cambi di gestione e gare d'appalto. È fatta soprattutto delle condizioni in cui vivono le persone trattenute, condizioni che, secondo chi negli anni ha potuto entrare nel centro, contribuiscono ad alimentare una spirale di tensione e violenza destinata periodicamente a esplodere.
Tra le persone che sono entrate nel Cpr di Macomer c'è anche Nicola Cocco, medico infettivologo della Rete Mai più lager – No ai CPR e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Nel 2023 ha partecipato all'accesso di monitoraggio nel centro, da cui è nato il report pubblicato nel 2024 sulla gestione e le condizioni di trattenimento. Nell'intervista rilasciata a Fanpage.it, il medico ripercorre quanto osservato durante quella visita e spiega perché, secondo lui, l'incendio di questi giorni non può essere letto come un episodio isolato.
"L'incendio non è il problema, è il sintomo", spiega Cocco, "Quando una persona arriva a dare fuoco al luogo in cui è rinchiusa, la domanda non dovrebbe essere perché abbia acceso un incendio, ma cosa l'abbia portata a considerarlo una possibilità". Secondo Cocco, quella violenza non nasce all'improvviso con un incendio, ma è già insita nella struttura del centro e nelle condizioni della detenzione. Per questo, sostiene che il primo elemento da osservare è proprio il luogo.
"Non mi sorprende l'incendio, Macomer è uno dei Cpr più remoti e isolati d'Italia. Era stato progettato come carcere di massima sicurezza e poi trasformato in Cpr. Le sue caratteristiche sono quelle tipiche di quella che definisco un'architettura violenta", afferma Cocco, "È il Cpr con le mura più alte che abbia visto. Alcune persone ci raccontavano che in certi punti non arrivava mai il sole".
I problemi di cui parla Cocco trovano un punto di contatto con le parole del Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia (SIULP). Pur venendo da una prospettiva diversa, quella di chi opera quotidianamente all'interno del centro, anche il sindacato descrive un sistema che alimenta un clima di tensione. A parlarne qui a Fanpage.it è Giuseppe Caracciolo, segretario Regionale per la Sardegna del SIULP. "Il problema è che c'è una carenza di mediatori culturali e di personale dell'ente gestore. Ogni volta che cambia la cooperativa ci ritroviamo punto e a capo". Quando il segretario si focalizza sulla carenza di mediatori, solleva un problema molto grave. Queste figure fungono da cuscinetto tra i trattenuti e l'esterno, venendo a mancare è come se si togliesse uno strumento con il quale potersi esprimere e chiedere anche aiuto. Perché anche come sottolinea il segretario, "Nessuno vuole stare lì dentro".
Per Caracciolo questo è un sistema che continua a funzionare in emergenza. Il sindacato sostiene di aver segnalato più volte queste problematiche, "Sono criticità che denunciamo da anni. Abbiamo scritto al prefetto, al questore e alle istituzioni competenti". Purtroppo le risposte che arrivano dal governo, sono di natura diversa. Nel 2024, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, parlando delle condizioni dei Cpr, attribuiva il degrado delle strutture ai migranti trattenuti dentro i centri, "Molto spesso non sono nelle condizioni migliori perché proprio l'opera di vandalizzazione che viene fatta dalle persone che sono dentro non consente sempre che siano in condizioni migliori". La differenza tra ciò che dice il ministro Piantedosi e le denunce da parte di chi lavora quotidianamente dentro il centro, sta nella volontà di ricerca dell'origine e risoluzione del problema.
Quando le fiamme si sono spente, a Macomer è stata distrutta un'altra parte del Cpr, l'ennesimo incendio in uno dei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Si potrebbe liquidarlo come un semplice atto di vandalismo o come un problema di ordine pubblico. Ma le testimonianze che abbiamo raccolto, i report di monitoraggio, le ispezioni e le denunce degli stessi operatori raccontano una storia diversa. Medici, associazioni, garanti e persino il sindacato di polizia partono da prospettive differenti, ma finiscono per descrivere lo stesso quadro: un luogo segnato da problemi strutturali, isolamento, che culmina in una spirale di violenza dalla quale è difficile uscire.
Se gli incendi continuano a ripetersi, forse non basta interrogarsi sulle fiamme. Bisogna interrogarsi sul sistema che continua ad alimentarle. Qui l'incendio diventa il sintomo, ma la malattia è il sistema.