Quando ha tirato le cuoia aveva ottantuno anni e molti lutti alle sue spalle. All’ospedale penitenziario di Devens nel Massachusetts è arrivato direttamente dal carcere di Fairton, costruito sulle rive del fiume Cohansey nel New Jersey, dove è rinchiuso da vent’anni per traffico internazionale di droga con una condanna a quarantaquattro anni di reclusione. Ha un cancro alla prostata che gli ha procurato il collasso dei reni e una brutta epatite. Il cuore, ormai stanco, non ha retto e così Gaetano Badalamenti, detto Tano, è passato a miglior vita. Alla notizia della morte Giulio Andreotti, con lui coinvolto nell'inchiesta relativa all'omicidio del giornalista Mino Pecorelli ed entrambi assolti in sede processuale, ebbe a dire: “In questa vita non l'ho mai incontrato, magari lo incontrerò nell'altra… La Misericordia di Dio è grande: capace che ci sia un posto pure per lui in Paradiso. E, naturalmente, spero anche per me”.  Sono passati dieci anni dalla constatazione del decesso del boss di Cinisi.

Il Mob Museum di Los Angeles, nel 2012, gli ha dedicato una targa: "Gaetano Badalamenti, celeberrimo boss della mafia siciliana, si distinse per essere stato il capo di un giro di traffico di eroina internazionale multimiliardario che andava da Brooklyn alla Sicilia”. Qualcuno ha fatto notare che il vettore del traffico era inverso: dalla Sicilia a Brooklyn, come se fosse necessario attestare la supremazia dei clan insulari rispetto a quelli statunitensi.

Di fronte alle polemiche sollevate in Italia per la celebrazione del padrino il portavoce del Mob Museum, Mike Doria, ha dichiarato: "Non crediamo di irritare la sensibilità di nessuno: i mafiosi sono protagonisti della storia e la gente vuole conoscere la loro storia… Il nostro obiettivo non è affatto la celebrazione della mafia… Abbiamo privilegiato i mafiosi che si ammazzavano tra di loro… Dedicare spazio alla storia della mafia aiuta il turismo. Siamo ai ritmi di mille visitatori al giorno”. Aggiunge, poi, che nella sede distaccata del Nevada è stata inserita una sezione dedicata alle vittime, anzi ha consigliato agli italiani di realizzare una simile galleria permanente, magari in Sicilia a Palermo, per attrarre folle di turisti stranieri entusiasti di conoscere di più e meglio la storia della mafia.

Se proprio volessimo seguire il consiglio di Doria un solo museo non basterebbe, potrebbero prenderla male camorristi e ‘ndranghetisti. Cosicché l’unica soluzione, per non scontentare nessuno, sarebbe l’istituzione a Napoli del museo della camorra e a Milano di quello della ‘ndrangheta. E visto che ci troviamo qualcosa si potrebbe fare pure a Bari per la Sacra Corona Unita.

Al di là delle ciance, dobbiamo ricordare che gli Usa sono la seconda patria di don Tano: già vi si era rifugiato nel 1947 per sfuggire ad una condanna per omicidio. Nel continente d’oltreoceano entra in contatto con i “cugini” americani dai quali apprende che con il business della droga la ricchezza è assicurata. Così, quando nel 1950 è espulso dagli States per immigrazione clandestina, rientra in Sicilia come riferimento di Cosa nostra americana. Nel 1957, infatti, è tra i protagonisti della leggendaria riunione all'Hotel delle Palme che concretizzata l’alleanza dei due mondi attraverso il coinvolgimento dei siciliani nel traffico degli stupefacenti.

La rivoluzione castrista ha fatto saltare la centrale di produzione cubana. È necessario, quindi, riorganizzare il mercato costituendo un cartello che si occupi del ciclo di produzione, raffinazione, taglio e distribuzione delle droghe, in particolare dell’eroina. Le basi operative sono disseminate tra Asia e Africa. La Sicilia, nel centro del Mediterraneo, ha una collocazione strategica. Inoltre, con la fine del banditismo (cioè la morte di Salvatore Giuliano), la mafia gode di una legittimazione politica tale, nel delicato compito di difendere la democrazia da un possibile attacco comunista, da renderla immune da eventuali persecuzioni giudiziarie.

Il dato più rilevante è, però, la trasposizione del modello organizzativo americano nel regno mafioso. Si superava l’autonomia decisionale delle cosche per varare una struttura federativa, orizzontale e verticale, che, mentre conserva la rigida gerarchia territoriale, si apre alle flessibili dinamiche del mercato globale. La mafia diventa Cosa nostra: un’organizzazione centralizzata in cui la “famiglia”, composta da uomini d’onore detti anche “soldati”, è il primo nucleo operativo. A livello intermedio ci sono i “mandamenti” costituiti da tre o più famiglie territorialmente contigue. In alto c’è la Commissione o “Cupola”, alla quale partecipano i capi di mandamento, presieduta da un boss di particolare prestigio, riconosciuto come primus inter pares.

Don Tano è un modernizzatore che unisce in sé le caratteristiche del padrino e del trafficante; è parte integrante di un passaggio storico: dal power syndicate all’enterprise syndicate, cioè dal controllo del territorio alla gestione del narcotraffico. Nella sua figura si sommano i due poteri di Cosa nostra: quello militare e quello economico; tanto è vero che nel 1971 sarà uno dei triumviri della Cupola insieme a Bontade e Liggio. Nel 1978, a causa dello scatenarsi della guerra tra i corleonesi e i palermitani, sarà “posato”, ma, invece di essere massacrato, come accadrà a Bontade per volontà di Riina (che ha sostituito Liggio), gli sarà concessa l’opportunità di andare in esilio.

Deposto il ruolo di boss territoriale non gli rimane che dedicare la sua attività unicamente al narcotraffico. Nel 1984, mentre è a Madrid a curare i suoi affari, la Dea, con l’operazione internazionale “Pizza connection” (che diverrà nel 1985 il titolo di un film sulla mafia di Damiano Damiani, con protagonista Michele Placido), lo cattura e lo processa negli Stati Uniti, sbattendolo in galera fino alla fine dei suoi giorni.

Due anni prima di morire è finalmente condannato all'ergastolo come mandante dell’omicidio di Giuseppe Impastato. Se proprio dobbiamo ricordare l’anniversario della morte di questo mafioso preferisco farlo con le parole di Peppino.