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Opinioni
1 Dicembre 2021
16:10

Da Beccaglia a Varriale, l’insopportabile tendenza a colpevolizzare la donna che denuncia

Enrico Varriale e Andrea Serrani sono due facce della stessa medaglia: quella di un mondo maschile che si autoassolve e che se la prende con chi lo denuncia.
A cura di Maria Cafagna
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Il giornalista Enrico Varriale ha scelto di parlare a Repubblica delle accuse mosse dalla sua ex compagna contro di lui. Quello che sappiamo per certo è che c’è stata una lite tra Varriale e quella che allora era la sua compagna. Da quel momento in poi le versioni differiscono: lei ha denunciato il giornalista per stalking e per averla picchiata (ha una prognosi di cinque giorni dell’ospedale Gemelli), lui respinge le accuse e ha scelto di raccontare a Repubblica la sua versione dei fatti.

“Ho fatto qualcosa che non andava fatto” inizia così l’intervista realizzata da Marco Mensurati in un colloquio in cui il giornalista lo incalza punto per punto. Varriale racconta la storia avuto con la donna e dei problemi di lei con l’ex marito – una scelta poco elegante, a mio avviso – per poi passare alle dinamiche che hanno portato alle accuse contro di lui: un litigio violento motivato dalla gelosia di lei verso di lui; i due, questa è la versione del giornalista, vengono entrambi alle mani, Varriale sostiene di esserne venuto fuori con un occhio nero, la donna si rivolge alla autorità e scatta contro di lui una misura restrittiva. Poi le indagini e il processo per direttissima per violenza e stalking perché da quanto riportato sempre su Repubblica contro Varriale ci sarebbero “prove schiaccianti”. La Rai nel frattempo ha sospeso il giornalista che ha scelto di rompere il silenzio e raccontare la sua verità: “Io non sono una persona violenta, non ho mai picchiato una donna. Sono della scuola che nemmeno un fiore. Questo è stato il primo 25 novembre in cui non ho moderato o partecipato a qualche evento importante in difesa delle donne”.

Dopo aver dato la sua personale solidarietà alla giornalista Greta Beccaglia, Varriale ha proseguito la sua difesa e ha parlato del suo rapporto tormentato con la donna. Repubblica, forse per prevenire eventuali polemiche, ha scelto di pubblicare l’intervista insieme a un articolo di Elena Stancanelli sulla violenza di genere in cui la scrittrice racconta che ogni donna è consapevole che durante un litigio violento con il suo partner, quest’ultimo potrebbe ucciderla: “Non stiamo dicendo che Enrico Varriale aveva intenzione di uccidere la donna che lo ha denunciato per violenza, […] c’è un eco in quei momenti, una specie di ricordo ancestrale che si risveglia quando le mani di un uomo stringono il collo di una donna, o la colpisce con uno schiaffo, un pugno” questa convinzione, dice Stancanelli, non è frutto dell’immaginazione, ma trova conferma nella cronaca che riporta crimini efferati nati proprio da liti violente e furibonde, la stessa che da cui secondo le testimonianze è partita la denuncia a Varriale.

L’intervista al per ora ex giornalista Rai viene pubblicata all’indomani del caso che ha coinvoltola giornalista di Toscana Tv Greta Beccaglia che a sua volta è avvenuta a ridosso del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza maschile contro le donne. In quei giorni si è detto molto sulla impreparazione di personale giudiziario e forze dell’ordine nel trattare casi di violenza di genere, lo stesso motivo porta poi molte donne a non sentirsi al sicuro e a scegliere di non denunciare, come ha riportato un rapporto recente della commissione bipartisan sul femminicidio della Camera dei Deputati.

Ma c’è dell’altro. Uno dei motivi per cui le donne non solo non denunciano ma non parlano di violenza è il generale clima di impunità che circonda questi fatti, come è evidente anche nel caso clamoroso che ha coinvolto Beccaglia. Anche davanti a una violenza avvenuta in diretta davanti a una telecamera (nessuno può appellarsi a tagli di montaggio o può richiedere famigerate cento ore di girato) in queste ore è possibile trovare ovunque ritratti benevoli della persona che ha usato violenza contro la giornalista: c’è chi minimizza il caso parlando di un gesto goliardico, molte testate si sono prodigate nel descrivere Andrea Serrani come un uomo buono, un bravo padre di famiglia e, sia chiaro, non è detto che lo sia, ma questo non dovrebbe depotenziare la gravità del suo gesto. Il Resto del Carlino ha anche pubblicato un’intervista a Natascia Bigelli, compagna di Serrani, in cui lei lo definisce “un burlone” sempre disponibile per gli altri, un gran lavoratore, e aggiunge di sentirsi braccata dal clima pesante di questi giorni.

È evidente quindi che oltre ai problemi con la giustizia, c’è un problema culturale che mette le vittime sempre in condizione di difendersi anche davanti all’evidenza delle prove; si tratta della così detta vittimizzazione secondaria o victim blaming, quando la versione della persona che ha subito l’aggressione o la violenza prima viene messa in dubbio, poi si passa a giustificare in tutti i modi possibili i presunti assalitori o assassini.

Avrete certamente letto o sentito tutti i “se l’è andata a cercare” oppure “lo fa solo perché cerca visibilità” e anche i “chissà come era vestita” del caso, la stessa Greta Beccaglia ha detto al Corriere di essersi chiesta se i jeans aderenti che indossava quella sera non avessero in qualche modo provocato il gesto di Serrani. Ecco perché non basta dire di essere contro la violenza o di non aver picchiato mai una donna per essere dalla parte delle donne, chiunque, maschio o femmina, deve chiedersi come reagisce quando si imbatte in episodi come questi e se ha mai delegittimato volontariamente la testimonianza di una vittima per proteggere aprioristicamente l’accusato.

Il processo contro Enrico Varriale si celebrerà tra poco e la giustizia farà il suo corso; la sua ex compagna ha denunciato e nel suo caso pare che le forze dell’ordine abbiano agito con tempestività, ma anche se la giustizia è intervenuta, nessuno ha potuto risparmiarle quell’intervista. Intanto migliaia di donne là fuori avranno avuto conferma dei loro timori: anche se dovessero decidere di parlare, non verranno credute.

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Maria Cafagna è nata in Argentina ed è cresciuta in Puglia. È stata analista di TvTalk e oggi lavora come consulte politica e per la televisione. Vive e lavora a Roma.
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