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Cambiamenti climatici

Chi sta usando COP28 per salvare il sistema dei combustibili fossili

COP28 rischia di trasformarsi in un meeting d’emergenza per capire come salvare il sistema fossile e regalare qualche altro anno (se non decennio) di vita agli idrocarburi. Ma per evitare il collasso climatico servono date precise per l’abbandono dei combustibili .
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A cura di Fabio Deotto
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Cambiamenti climatici

Un errore che chi si occupa di crisi climatica spesso fa è quello di sottovalutare il cinismo e la spregiudicatezza di chi oggi stringe le redini del sistema fossile. Per dire, quando lo scorso gennaio abbiamo appreso che a presiedere la 28esima Conferenza delle Parti sul clima sarebbe stato un petroliere, siamo subito corsi ai ripari: sarebbe stata una COP ancora più difficile, ci sarebbero stati più esponenti della lobby del petrolio, i meno ottimisti tra noi già si preparavano all’ennesimo accordo all’acqua di rose che avrebbe rimandato di un altro anno gran parte dei problemi.

Quello che quasi nessuno si aspettava, però, è un tavolo internazionale come questo, che dovrebbe trovare la quadra su come liberarsi collettivamente dei combustibili fossili, avrebbe potuto trasformarsi in un meeting d’emergenza per capire come salvare il sistema fossile e regalare qualche altro anno (se non decennio) di vita agli idrocarburi.

Eppure è quello che sta succedendo.

Salvare i fossili, costi quel che costi

Lo scorso giovedì, il presidente petroliere di COP28, Sultan Al Jaber, ha inaugurato i lavori mettendo sul tavolo uno dei temi più antichi e dibattuti, ossia la creazione di un fondo Loss&Damage che preveda donazioni a fondo perduto da parte dei paesi più ricchi (e inquinanti) per riparare ai danni che la crisi climatica già sta procurando ai paesi più poveri (e spesso meno inquinanti). La creazione di questo fondo, approvato di fatto alla COP27 dell’anno scorso, è stata presentata come un trionfo, e a livello di principio in effetti è un traguardo importante: significa ammettere in modo chiaro e incontrovertibile che i paesi responsabili delle maggiori emissioni climalteranti hanno avuto un ruolo nelle devastazioni climatiche che ogni anno subiscono i paesi più vulnerabili. Il problema è che per il momento questo fondo non supera i 500 milioni di euro, quando per tamponare effettivamente i danni climatici oggi in essere ne servirebbero 500 miliardi ogni anno.

Il dubbio che un simile fondo, approvato in tutta fretta il primo giorno di negoziati, servisse come foglia di fico per mascherare altro si è tramutato in certezza questa domenica,quando è emerso il video di una livedello scorso 21 novembre, in cui Al Jaber, parlando con l’ex-inviata delle Nazioni Unite Mary Robinson, dichiarava che “Non esiste alcuna evidenza scientifica, né alcuna proiezione, che mostri come l’eliminazione graduale dei combustibili fossili sia ciò che permetterà di mantenerci al di sotto degli 1,5°C.” Una dichiarazione spudoratamente falsa, che nega di fatto la stessa letteratura scientifica che invece dovrebbe informare i lavori della COP.

Il fatto che il CEO di un’azienda petrolifera come Adnoc, ossia una di quelle più aggressive per quanto riguarda nuovi piani di esplorazione e di estrazione, utilizzi la trita retorica negazionista per ritardare l’azione climatica, non è una novità. Il fatto che lo faccia il presidente di una COP, invece, è gravissimo, e rischia di compromettere uno strumento che per quanto farraginoso e spuntato, negli anni ha prodotto anche risultati concreti; a partire dall’Accordo di Parigi.

Ma il problema è più ampio di così. La dichiarazione di Al Jaber, infatti, non è probabilmente lo scivolone negazionista di un petroliere, quanto il segnale consapevole di una strategia che ha come obiettivo il mantenimento di un sistema economico e produttivo che è oggi è sotto attacco.

Il punto è che in gioco non c’è soltanto la volontà di continuare a sfruttare la gallina dalle uova d’oro del fossile, c’è in atto un progetto più subdolo e lungimirante, un’ambizione che mette d’accordo molti dei capi di stato e dei ministri che oggi siedono al tavolo di Dubai, compresi alcuni di quelli che a parole sostengono di voler tutelare gli equilibri ecologici e la vivibilità del pianeta.

I fossili come stampelle del nucleare

Lo scorso sabato, durante la terza giornata di lavori, un gruppo di 22 paesi, tra cui Stati Uniti, UK, Francia, Giappone ed Emirati Arabi Uniti, hanno firmato una dichiarazione congiunta che certifica l’intenzione di triplicare la capacità nucleare installata a livello globale di qui al 2050, sostenendo che l’energia atomica possa avere un ruolo cruciale nel mantenimento delle temperature al di sotto degli 1,5 gradi.

Ora, che il nucleare possa essere utile, in prospettiva, alla transizione ecologica, è un tema molto dibattuto. Ma una cosa sicura è che non possa esserlo nel breve termine. Non è un’opinione mia, lo mostrano i dati che abbiamo a disposizione sulle tempistiche e sui costi.

Stabilizzare il clima è urgente, la tecnologia nucleare è lenta; inoltre non soddisfa alcun bisogno tecnico e operativo che i suoi competitor rinnovabili non possano soddisfare con meno dispendio e più rapidità” si legge sull’ultimo World Industry Status Report. “Il denaro investito per migliorare l'efficienza energetica ha permesso di risparmiare quattro volte di più, in termini di emissioni, di quello speso per l'energia nucleare; l'eolico ne ha risparmiato il triplo e il solare il doppio.”. Il discorso vale anche per tanto celebrati SNR (Small Nuclear Reactors), che a conti fatti si stanno rivelando molto più problematici di quanto molti sperassero.

Chi vagheggia una “transizione nucleare” dimentica spesso di rivelare che gli impianti nucleari richiedono in media dai 5 ai 17 anni di tempo in più per essere resi operativi rispetto a quelli solari o eolici. E sto usando il verbo “dimenticare” per un motivo: chi oggi spinge per affidare un ruolo di primo piano all’energia nucleare sa bene che quegli investimenti non daranno frutti prima di decine di anni, ed è per questo che spesso sono gli stessi che nicchiano di fronte alla prospettiva di abbandonare completamente i combustibili fossili.

A tutto questo va aggiunto che nucleare e rinnovabili non si integrano facilmente in un mix energetico. L’energia nucleare prevede un sistema di produzione e distribuzione dell’energia centralizzato, proprio come gli idrocarburi, mentre le rinnovabili hanno bisogno di un sistema più flessibile, basato più su reti intelligenti e capacità di stoccaggio. Un sistema molto meno controllabile, e anche per questo motivo, meno appetibile per chi punta a macinare profitti nel settore energetico. Come ha dichiarato, Toby Couture di E3 Analytics, think tank con base a berlino: “L'incapacità dell'energia nucleare di ridurre in modo efficace il proprio carico di base per fare spazio all'eolico e al solare a basso costo è una delle ragioni principali per cui lo sviluppo delle energie rinnovabili in Francia è rimasto indietro rispetto agli altri Paesi".

Diventa allora più chiaro perché chi punta a un futuro nucleare non abbia tanta fretta di liberarsi dei combustibili fossili. Per chi ha come interesse principale quello di salvaguardare i propri profitti nel settore energetico, la staffetta [combustibili fossili oggi + nucleare domani] è la soluzione più allettante. Peccato sia anche quella che non ci consentirà di mantenere il riscaldamento globale entro la soglia della vivibilità.

Un tavolo da salvare

Ma per fortuna a Dubai non ci sono solo picchettatori dello status quo ed emissari delle lobby petrolifere (anche se sono tantissimi), ci sono migliaia delegati che hanno seriamente a cuore il futuro del pianeta, e che lotteranno fino all’ultimo per impedire che questo tavolo internazionale si ribalti a colpi di scandali. In questi giorni 116 paesi hanno dichiarato il proprio impegno a triplicare la propria capacità di energia rinnovabile entro il 2030. Di qui al 12 dicembre si affronteranno tematiche fondamentali, a partire dal futuro del sistema agroalimentare, alla tutela della biodiversità e degli habitat naturali, alla gestione dei finanziamenti per l’adattamento alla crisi climatica, e soprattutto, alle soluzioni possibili per ridurre drasticamente le emissioni climalteranti.

Si sentiranno tante belle parole, e tante belle promesse, a maggior ragione ora che l’immagine di COP28 (e degli Emirati Arabi Uniti con essa) è stata pesantemente compromessa. Si raggiungeranno anche risultati importanti, come succede a ogni COP28, ma questo non deve distrarci da quella che è la vera sfida di questo tavolo: trovare il modo di alimentare le nostre attività senza dover più bruciare combustibili. È una sfida enorme, che richiede una trasformazione sistemica trasversale, nonché un ripensamento radicale del nostro modo di abitare questo pianeta.

Ma richiede prima di tutto trasparenza sullo stato delle cose. Siamo nel mezzo di un’emergenza che causa decine di migliaia di morti ogni anno, e che è destinata a peggiorare molto rapidamente mettendo in crisi ogni equilibrio e ogni settore della nostra esistenza. Prenderne atto è il vero realismo, parlare di “transizione morbida” o di “allarmismo”, invece, è l’ideologia di chi si ostina a credere nel mito della crescita infinita.

Magari COP28 sancirà un’impennata degli investimenti nelle rinnovabili e dei finanziamenti climatici senza precedenti, ma se non prevederà anche date precise per l’abbandono dei combustibili fossili significherà che non avremo ancora imboccato la direzione di un autentico cambiamento. E quei traguardi che verranno mostrati come risolutivi, potrebbero servire come operazione di cosmesi per nascondere il cantiere di un mondo futuro ancor meno equo e vivibile di questo, ma con l’atomo al posto degli idrocarburi.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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