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Opinioni
11 Dicembre 2021
09:33

Perché non sarà il nucleare a salvarci dalla crisi climatica

Periodicamente si torna a parlare di energia nucleare per contrastare la crisi climatica, ma è una risposta sbagliata.
A cura di Fabio Deotto
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Photo by Sean Gallup/Getty Images
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L'abbiamo visto succedere quest'estate, quando vedevamo manifestarsi ricadute della crisi climatica in ogni angolo del globo; è successo di nuovo a fine ottobre, con l'avvicinarsi del summit di Glasgow; e sta succedendo in queste ore, dopo che il vice-presidente della Commissione UE Valdis Dombrovskis ha dichiarato che l’energia nucleare rientrerà (insieme al gas) nella Tassonomia Ue sulle tecnologie considerate sostenibili. D'un tratto sembra di essere tornati indietro di 40 anni, quando ancora non erano stati fatti due referendum sullo sfruttamento dell’energia nucleare su suolo italico. Il problema è che, ogni volta che la parola “nucleare” viene lanciata sul tavolo delle discussioni, puntualmente riesce a catalizzare tutte le attenzioni, tanto da far sorgere il dubbio che qualcuno lo utilizzi per dirottare l'attenzione dalla necessità di ridurre le emissioni e dunque adottare misure per un abbandono rapido delle fonti fossili.

Recentemente, il ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha mostrato ancora una volta segni di apertura verso i nucleare, specificando che “i referendum hanno vietato tecnologie di trent'anni e dieci anni fa. Se ci sono nuove tecnologie, e ci dovessero dire che sono buone, potrebbe valere la pena di farsi qualche domanda?”. Ne vale sicuramente la pena, anche perché le risposte esistono già e puntano in una direzione ben chiara: non sarà il nucleare a tirarci fuori dalla crisi climatica. E non si tratta tanto una questione ideologica, quanto pratica.

Il nucleare tradizionale

Alcuni degli svantaggi dello sfruttamento dell’energia nucleare appaiono lampanti già oggi, e sono una delle ragioni per cui, anche in paesi ben disposti nei confronti di questa tecnologia, gli impianti a fissione non hanno soppiantato quelli a combustibili fossili. Innanzitutto c’è un problema di tempistiche e costi: per allestire e avviare una nuova centrale servono dai 5 ai 10 anni, con costi di realizzazione e mantenimento enormi che, uniti a quelli di smaltimento delle scorie, fanno schizzare il prezzo dell’energia atomica oltre i 150 dollari per Megawattora (per capirci, il solare e l’eolico si assestano attorno ai 40). In molti casi, è stato calcolato che nella migliore delle ipotesi un impianto nucleare riuscirà appena a rientrare nei costi.

C’è poi, naturalmente, una questione di sicurezza: i reattori tradizionali vengono raffreddati usando un flusso d’acqua continuo che, se interrotto o rallentato, espone il reattore al rischio di fusione, con conseguenze disastrose che conosciamo piuttosto bene (del resto sono passati solo 10 anni da Fukushima). Non solo: poiché i reattori tradizionali utilizzano solo l'1% dell'uranio contenuto nel carburante nucleare, il resto diventa rifiuto radioattivo che impiega migliaia di anni a esaurire la propria carica e deve essere dunque accuratamente stoccato. Il che è un problema già oggi, dato che l'Italia ancora si trova a non sapere dove stoccare i materiali radioattivi prodotti ogni anno: quelli derivanti dagli strumenti di diagnostica e dalla medicina nucleare, ad esempio, ma anche scarti industriali, e soprattutto, i rifiuti derivanti dalle attività di smaltimento e decontaminazione dei vecchi impianti. I recenti mal di pancia attorno all'opportunità di creare un deposito nazionale di rifiuti radioattivi a Corchiano, nella Tuscia, fa capire quanto problematico sia gestire i costi (economici e non) di una produzione energetica nucleare.

Il nucleare di nuova generazione

I promotori di un ritorno al nucleare spesso sono i primi a riconoscere i limiti degli impianti tradizionali, ma insistono nell’affermare che le nuove tecnologie (il cosiddetto “nucleare di IV generazione”) garantiscono miglioramenti tali da essere sicure e competitive. Le cose però non stanno proprio così.

Molti dei reattori di IV generazione impiegano un liquido di raffreddamento diverso dall’acqua, che può essere un sale o un metallo fuso, o acqua supercritica (ossia acqua gestita in condizioni di pressioni e temperatura particolari). Questi liquidi di raffreddamento consentono di assorbire più calore, riducendo i rischi legati alla fusione del nocciolo.

Ci sono poi reattori di nuova concezione, come gli autofertilizzanti, che promettono una maggiore resa, passando dall’1% di materiale sfruttato dagli impianti tradizionali, a quote del 40 o 50%, il che consentirebbe di ridurre notevolmente la quantità di rifiuti radioattivi da smaltire.

Un altro orizzonte esplorato è quello degli Small Modular Reactor (SMR), in sostanza dei piccoli reattori a fissione che potrebbero essere costruiti in serie e installati in tempi più brevi e con costi minori. Sarebbero modulari, il che significa che si potrebbe potenziare o depotenziare un impianto a seconda delle esigenze.

Intendiamoci, questi reattori rappresentano sicuramente dei passi in avanti significativi, che però sono tutt’altro che sufficienti a considerare questa tecnologia sostenibile. Basti pensare che anche in questo caso il costo dell’energia prodotta (senza contare i costi di smaltimento delle scorie), si aggirerebbe intorno agli 82 dollari a MWh. Inoltre, chi definisce il nucleare come una fonte di energia verde dimentica le emissioni legate all’estrazione e alla raffinazione dell’uranio necessario ad alimentare i reattori, che si stima comportino produzione media di circa 60 grammi di CO2-equivalente per Kilowattora, con picchi superiori ai 100 grammi, quota dunque superiore sia all’eolico (11 grammi) che al solare (50 grammi).

Ma anche nel caso in cui decidessimo che questi rischi e questi costi siano gestibili, rimane un problema, e cioè che queste tecnologie al momento sono ancora allo stadio embrionale, e persino il più ottimista tra i promotori del ritorno al nucleare ammette che non saranno disponibili prima del 2030 o del 2040. Noi però abbiamo bisogno di attuare una transizione energetica immediatamente. Aspettare altri dieci anni significherebbe avere la certezza di sfondare quota 2 gradi (o anche 3), e assicurarci un mondo enormemente meno vivibile di quello a cui siamo abituati.

Il problema dell’intermittenza

Una delle argomentazioni più ricorrenti tra chi è pro-nucleare riguarda il fatto che le fonti di energia rinnovabili comportino una produzione energetica intermittente; questo vale in particolar modo per il solare, che concentra la produzione nelle ore diurne. Un esempio: in California, uno degli stati americani che più ha investito nelle rinnovabili, l’andamento ondulatorio della produzione elettrica viene compensato da fonti non rinnovabili utilizzate come “stampelle”, varrebbe a dire il gas e il nucleare.

Questo però non significa che la strada scelta dalla California sia l’unica percorribile. Innanzitutto, dobbiamo tenere presente che l’energia solare apre nuove traiettorie nell’ambito della produzione e distribuzione energetica, che aspettano solo di essere percorse. Pensiamo anche solo al ruolo che le blockchain potrebbero avere nella costruzione di una rete elettrica decentralizzata, in cui molti utenti siano allo stesso tempo produttori e consumatori di energia (i cosiddetti prosumer). Già oggi esistono sistemi informatici che consentono di connettere i prosumer in una smart-grid, in cui chi produce energia in eccesso tramite il proprio impianto, e non dispone di un sistema di accumulo, può venderla direttamente al proprio vicino (minimizzando costi e sprechi), oppure riversarla nella rete elettrica (ottenendo una compensazione). Ciò, unitamente a un sistema di accumulo ben congegnato, consentirebbe di sopperire almeno parzialmente all’andamento intermittente della produzione solare.

Un miraggio pericoloso e fuorviante

Anche concentrarsi sul solare come grande panacea energetica però sarebbe sbagliato. La ricetta più sensata per una transizione il più possibile armonica dovrà necessariamente includere tanti ingredienti diversi Ma c’è un motivo, se continuiamo a cercare una grande soluzione al problema energetico, un bottone da premere per rimettere tutto sul binario giusto, ed è che siamo culturalmente abituati a cercare risposte semplici a problemi complessi.

L’energia nucleare è una risposta semplice, e come abbiamo visto sbagliata, a un problema così complesso che ci è difficile inquadrarne tutti gli aspetti in un solo sguardo. Non solo, se il dibattito sul nucleare continua a fare tanta presa sull’opinione pubblica è perché ci presenta un miraggio fin troppo invitante. Mentre fior di scienziati spiegano in modo puntuale come l’unico modo di arginare la catastrofe climatica sia una riduzione delle emissioni, e dunque della crescita dissennata su cui l’intero sistema economico mondiale è incardinato, chi preme per un ritorno al nucleare fornisce una risposta molto più consolante: non preoccupatevi – si legge tra le righe degli annunci dei nuclearisti – c’è un modo per risolvere questo gran casino in cui ci siamo cacciati, e se non lo adottiamo è solo per colpa di vecchi pregiudizi.

Si tratta di una narrazione tossica già ben sedimentata, ma purtroppo disonesta e fuorviante. La realtà è che la vera sfida di questa epoca non è trovare il modo di rendere sostenibile questo sistema produttivo (non è mai stato sostenibile, e non lo sarà mai), quanto piuttosto modificare strutturalmente questo sistema affinché non richieda quantitativi forsennati di energia per funzionare. Sarà un sistema più efficiente e sostenibile, e probabilmente garantirà anche una qualità della vita migliore, ma renderà molto più difficile sfruttare le risorse naturali per creare ricchezza monetaria. Ed è questo, per quanto sia sconfortante riconoscerlo, l’ostacolo principale che ci impedisce di realizzarlo.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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