9 Ottobre 2017
15:31

Caso Yara, parla il difensore di Bossetti: “Forse la 13enne è stata vittima di una setta”

Dopo l’arresto per pedofilia dell’impiegato 53enne trovato con un dossier di quaranta pagina sulla ragazzina assassinata, interviene Ezio Denti, consulente del pool difensivo del muratore di Mapello: “Approfondire il nesso tra quell’uomo Rimini e l’omicidio di Yara Gambirasio”. Intanto i sostenitori di Bossetti sono scesi in piazza a Bergamo.
A cura di Biagio Chiariello

“Bisogna approfondire il nesso tra il pedofilo di Rimini e l’omicidio di Yara Gambirasio ma dubito che la Procura abbia voglia di farlo”. A dirlo è stato Ezio Denti, criminologo e consulente del pool difensivo di Massimo Giuseppe Bossetti, intervenuto ai microfoni di ‘Radio Cusano Campus’ e poi sentito dal Resto del Carlino. Il riferimento di Denti è all’impiegato 53enne arrestato qui qualche giorno e trovato in possesso di un dossier sulla 13enne di Brembate di Sopra: 40 pagine con in ognuna una foto della giovanissima assassinata associate a filastrocche blasfeme, dove alle parole delle preghiere venivano sostituite oscenità d’ogni tipo. “Quel dossier su Yara è molto interessante. Devo capire con chi l’arrestato si interfacciava e se quella gente può essere legata a Massimo Bossetti, o se ci sono zone di collegamento con quella in cui la ragazzina è stata uccisa” spiega il criminologo che evidenzia come invece nel computer del suo assistito “non sia mai trovato un accesso ad un sito pedopornografico. Gli accessi non si sono mai verificati, è stata fatta una ricerca eccellente e non c’è stato alcun tipo di accesso”.

Ipotizzate che la ragazzina possa essere stata vittima di una setta?

«È una pista che abbiamo sempre seguito, e che con questa indagine su una rete di pedofili prende ancora più consistenza. Anche all’epoca gli inquirenti hanno indagato nell’abito della pedofilia. Sul corpo della giovane vittima sono stati trovati strani segni a croce, sembravano simboli che dovessero rappresentare chissà cosa.E non erano ferite vitali. E poi c’erano quei tagli sui polsi. Sembravano quasi delle ‘firme’ nell’ambito di una setta».

Rimini cosa può entrarci?

«Non Rimini, ma il gruppo di cui quel’impiegato faceva parte. A distanza di sette anni, ora si trova un soggetto con in mano un fascicolo sulla povera ragazzina che viene associata a tutte quelle porcherie. E’ strano. Yara Gambirasio era pulita e candida, e ora ce la ritroviamo descritta in quel modo da un gruppo di malati di mente che inneggiano a colui che l’ha uccisa come se fosse un eroe. Come se, appunto, si fosse trattato di un sacrificio. In quel dossier viene descritta come una ragazzina che è stata sacrificata da qualcuno. Se è Bossetti il colpevole, devo pensare che faccia parte della catena. Ma, ripeto, su di lui non è mai stato trovato nulla di collegabile alla pedofilia».

Una setta implica più persone.

Infatti. Abbiamo sempre pensato che in quel campo a morire di freddo e di stenti, sia stata lasciata da più persone».

Nonostante il Dna incastri Bossetti, condannato all’ergastolo in due gradi di giudizio, il suo difensore pare intenzionato ad andare avanti con questa pista. “Spero che la procura di Rimini inoltri alla procura di competenza questo materiale, è giusto che venga fatto. Vorremo ottenere qualcosa fuori da quelli che sono i crismi legali, finché si parla di ritagli di giornale è un conto, ma qui si parla di foto e questo è molto strano. Troppo strano” dice Denti.

Dopo l’arresto dell’impiegato trovato con un dossier sulla 13enne

Sabato pomeriggio a Bergamo, in piazzale Marconi, antistante alla stazione ferroviaria, si sono radunati un centinaio di sostenitori di Bossetti. Presente anche l’avvocato Claudio Salvagni, che difende il muratore di Mapello con Paolo Camporini. Il legale ha risposto a varie domande. “Ci sono troppi elementi anomali nell’inchiesta che ha portato in carcere il mio assistito – le parole di Salvagni – . E sono emerse tutte nel corso del processi di primo e secondo grado. Per questo abbiamo rifiutato il rito abbreviato. Chiediamo ancora che venga fatta una nuova prova del Dna: quella scagionerebbe Massimo. Se la Cassazione confermerà la condanna, sarà come essere tornati nel Medioevo, quando non c’era possibilità di difendersi da accuse anche ingiuste”.

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