È una di quelle accuse che dovrebbe rimbombare dappertutto perché mina la credibilità dello Stato fin dalle fondamenta e perché riguarda la morte di Paolo Borsellino, uno dei giudici più amati: la Procura di Caltanissetta, diretta da Amedeo Bertone, ha chiuso le indagini sul depistaggio che ha riguardato la strage di via d'Amelio e si prepara a rinviare a giudizio un funzionario di Polizia (Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia), e due ispettori (Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo) con la gravissima accusa di avere fabbricato false prove per ottenere una rapida condanna del falso pentito Vincenzo Scarantino partecipando, di fatto, a un "depistaggio di Stato" che per anni ha allontanato la verità sulla morte di Borsellino. Tra gli accusati manca l'elemento più importante, l'ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, che coordinò le indagini e che è deceduto nel 2002.

Nel provvedimento di sette pagine il sostituto procuratore Stefano Luciani e i procuratori aggiunti Gabriele Paci e Lia Sava ipotizzano che gli agenti abbiano indotto Vincenzo Scarantino a spacciarsi per pentito raccontando di avere partecipato alla preparazione dell'attentato di via d'Amelio e accusando Salvatore Profeta, Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana e Giuseppe Urso. Solo le dichiarazione del (vero) pentito Gaspare Spatuzza hanno permesso di arrivare ai veri esecutori materiali dell'attentato e hanno smascherato le false conclusioni a cui erano arrivati i magistrati per cui, alcuni, hanno anche scontato molti anni di carcere da innocenti.

Scarantino ha raccontato di essere stato imbeccato dai poliziotti con appunti "scritti a penna" che avrebbe dovuto ripetere davanti ai magistrati aggiungendo anche che durante gli interrogatori uno di loro fosse "nel bagno" a disposizione per eventuali suggerimenti e come nei giorni successivi ci fossero delle vere e proprie riunioni per aggiustare le eventuali incongruenze. In più in carcere a Scarantino sarebbe stato fatto studiare anche «il libro di Buscetta – dice Scarantino – che spiegava le regole dell’affiliazione a Cosa nostra e altri argomenti che non conoscevo». Secondo la ricostruzione della Procura sarebbe stato Mario Bo a coordinare tutte le attività di condizionamento del falso pentito che, tra le altre cose, ha già dichiarato più volte di essere anche stato malmenato per obbedire.

Mario Bo è già stato indagato dalla Procura di Caltanissetta (allora insieme a Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera) ma allora la sua posizione venne archiviata perché secondo il GIP non c'erano abbastanza elementi per sostenere il processo. In quell'occasione Bo, interrogato insieme al collega Ricciardi, fu autore di una serie tale di amnesia da far perdere la pazienza all'allora pm Stefano Luciani che sbottò:  “Trovo inaccettabile che funzionari dello Stato vengano in aula a dire una fila interminabile di non ricordo”.

Ora, con il nuovo processo, si riapre la possibilità di fare luce ma rimane sempre la domanda più grave e importante: chi e perché volle costruire una falsa indagine? Per coprire chi? E su questo la strada appare ancora lunga.