Carcere dell'Ucciardone, Palermo: la peggio gioventù siciliana della mafia, tra affiliati di bassa lega e pezzi grossi, stiracchia l'eterna noia della cattività nelle celle oppresse dall'odore acre della galera. Fa caldo. Nella monotonia di quel sabato pomeriggio di fine primavera, in un posto dove niente può succedere, un applauso scrosciante rompe il silenzio. Un vociare di festa corre di cella in cella e si alza fino a diventare coro da stadio. Sono le 19 del 23 maggio 1992. I detenuti seguono la tv come si fa quando la squadra del cuore gioca il campionato.

Sull'autostrada A 29 un'ora prima di quella scena, il cielo è diventato tutto nero, i contadini piegati nelle campagne, da lontano, sono stati sorpresi da un rumore assordante, come il rombo di un tuono. All'altezza dello svincolo per Capaci salgono fumo e fiamme. La strada in quel pomeriggio caldo è arroventata dall'incendio di tre auto, completamente sventrate. In una ci sono, agonizzanti, il magistrato Giovanni Falcone e sua moglie, il magistrato, Francesca Morvillo. La Fiat Croma blindata dove viaggiavano gli agenti della scorta è stata sbalzata a un centinaio di metri dal luogo della tragedia. Trecento chili di tritolo piazzati sotto un condotto stradale e fatti deflagrare con un telecomando, hanno ucciso Vito Schifani (28 anni), Antonino Montinaro (30) e Rocco Dicillo (30). Una decina di persone sono rimaste ferite nella devastante deflagrazione che ha squassato l'autostrada Trapani-Palermo. I due giudici muoiono poco dopo in ospedale.

Dall'oscurità dei nascondigli dei boss, dalle celle anguste delle carceri, Cosa nostra ride. Con la strage che ha ucciso Falcone, l'indomito giudice che aveva spezzato le reni ai Corleonesi, la ‘piovra' sferra un colpo terribile allo Stato, che si palesa vulnerabile. I giornali danno la notizia della Strage di Capaci a un'Italia incredula, quella che stava assistendo all'operazione ‘Mani pulite' di Antonio Di Pietro, che aveva stanato il ‘marcio' mettendo in galera politici e imprenditori corrotti, quella che lanciava monetine contro Craxi, quella che si sentiva a un passo dal rinnovamento.

Così, ferita e sotto choc, l'Italia del '92 piange Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta. Ai funerali di Stato, poco prima di svenire, sorretta dal parroco che le tiene il leggio dove appoggia il foglio con il discorso già scritto, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani, diventa protagonista di una scena che rimarrà alla storia.

Rivolgendomi agli uomini della mafia –  perché ci sono qua dentro –  ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio se avete il coraggio di cambiare…. loro non cambiano!

‘Io vi perdono, ma dovete avere il coraggio di cambiare'

‘Loro non cambiano' dice Rosaria mandando all'aria le parole pensate prima e scritte sul foglio, quelle giuste, quelle di circostanza, quelle che ci si aspetta. In quella chiesta stracolma, abbandona il ruolo che si era imposta è lascia spazio alla disperazione che se, non è cristiana, è certamente umana. Due mesi dopo il giudice Paolo Borsellino verrà assassinato insieme agli uomini della scorta.

Perché Falcone fu ucciso

Per capire chi avesse premuto il detonatore il 23 maggio 1992, i magistrati inquirenti di Caltanissetta decisero di esaminare tutto il lavoro svolto da Falcone con il pool Antimafia, negli ultimi dieci anni. Gli assassini andavano cercati lì, nelle carte del ‘maxiprocesso' a Cosa nostra istruito grazie al lavoro del pool che aveva messo insieme, nel 1982, dopo l'uccisione del giudice Rocco Chiccini, il magistrato Antonino Caponnetto. Fu lui a volere nel team che avrebbe combattuto la mafia, Giovanni Falcone, al quale affiancò, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello.

Tommaso Buscetta

Nell'ottobre del 1983, un anno dopo l'inizio dei lavori del gruppo, fu arrestato in Brasile, Tommaso Buscetta. Latitante da tre anni, il mafioso era affiliato a una delle cosche uscite perdenti dalla guerra che aveva visto i Corleonesi affermare il proprio predominio militare ed economico sulle altre cosche. Fu la sua posizione minoritaria di forte debolezza all'interno del nuovo assetto che lo spinse a collaborare con la giustizia diventando il supertestimone del maxiprocesso ai clan di Palermo. Buscetta decise di rivelare i segreti dei delitti mafiosi degli ultimi anni e la nuova struttura di Cosa nostra ma solo a Giovanni Falcone. Grazie alle dichiarazioni del pentito il pool riuscì a programmare una maxioperazione che portò all'arresto di diverse centinaia di affiliati a Cosa nostra. Tra il 28 ed il 29 settembre 1984, il maxiblitz andò in scena suscitando forti reazioni nella stampa.

Il maxiprocesso

Un anno dopo gli imputati andarono a processo. Per la prima volta fu ordinata la costruzione di un'aula apposita per la celebrazione del processo in quanto, nessun'aula esistente poteva accogliere una tale mole di persone tra imputati e addetti ai lavori. Nacque l'aula bunker dell'Ucciardone, edificata nella struttura del carcere palermitano. Alla prima udienza del dibattimento dove sarebbero stati giudicati reati di omicidio, associazione mafiosa, estorsione e traffico di droga, c'erano 600 giornalisti. Tra gli imputati Luciano Liggio (il boss ‘Lucineddu' che nel 1971 aveva fatto uccidere Pietro Scaglione, il primo giudice ucciso dalla mafia) Pippo Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Montalto. Assenti perché latitanti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Il processo si concluse nel 1995 con la conferma della condanna all'ergastolo per tutti gli imputati. Una sentenza storica. 

La reazione

Dopo la sentenza e in ragione del conflitto con altri interessi, Cosa nostra decise di reagire. La cosiddetta "Commissione" guidata dal boss Savatore Riina detto ‘Totò', pianificò una serie di attentati il cui scopo era prima di tutto quello di bloccare le attività di indagine e di dichiarare apertamente guerra a quegli apparati dello Stato che avrebbero contrastato gli affari della mafia. Il 23 maggio 1992 andò in scena il più feroce di quegli attacchi allo Stato.

Chi uccise Falcone

Attraverso una serie di intercettazioni telefoniche avviate dopo la strage, la Procura di Caltanissetta individuò e arrestò tre esecutori del massacro: Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Una volta scoperto, Gioè si uccise in carcere mentre Di Matteo subì il rapimento e l'uccisione del figlio Giuseppe. Il ragazzo, che aveva solo 13 anni, fu sequestrato da Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, che così intendevano costringere il padre a non collaborare. Il piccolo Giuseppe fu ucciso e il suo corpo sciolto nell'acido e Di Matteo andò avanti permettendo di arrestare gli altri responsabili. Il processo, che a un certo punto fu accorpato con una parte di quello istruito per via D'Amelio, terminò con la condanna all'ergastolo dei i capi della ‘commissione regionale' e mandanti Totò Riina, Piddu Madonia e Nitto Santapaola e quelli della ‘commissione di Palermo'. Bernardo Brusca, Pippo Calò e Raffaele Ganci. Condannati anche Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca, colui che premette il telecomando sulla collina di Capaci.

I mandanti ‘occulti'

Accanto all'indagine principale la Procura di Caltanissetta condusse una seconda d'indagine chiamata ‘Capaci bis' che ipotizzava il concorso di mandanti esterni alla mafia e provenienti da ambienti politico-imprenditoriali i cui interessi erano minacciati dall'attività di Falcone e Borsellino nell'ambito dell'inchiesta "mafia e appalti". Vennero iscritti nel registro degli indagati anche Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, le cui posizioni verrano poi archiviate. Il secondo filone di indagine ipotizzava, nella strage, anche il ruolo di apparati deviati dello Stato. Nel 2013 la Procura di Caltanissetta archiviò, per mancanza di riscontri,  l'inchiesta sui "mandanti occulti".

All'epoca della sua collaborazione con la giustizia, Tommaso Buscetta, la principale fonte delle inchieste di Giovanni Falcone, aveva posto il veto su un solo tema: i rapporti tra mafia e politica.