Storie di viaggio e avventure in giro per il mondo

Gianmaria in bici a Capo Nord: “Pioggia ogni giorno per dieci ore di fila, poi ho pedalato col sole di mezzanotte”

Immagine
Gianmaria in bici durante il suo viaggio
Quasi 5.000 chilometri in bici in soli 16 giorni, attraversando l’Europa del Nord tra pioggia, freddo, sole di mezzanotte e un’invasione di zanzare. Gianmaria racconta a Fanpage.it il viaggio verso Capo Nord, la fatica e la scelta di fermarsi a 200 chilometri dalla meta.

Immagina di uscire di casa alle quattro del mattino, quando è ancora buio, salire in sella e iniziare a pedalare senza sapere esattamente dove dormirai quella sera. Davanti a te non c’è soltanto una strada, ma quasi 5.000 chilometri da percorrere in appena 16 giorni, attraversando l’Europa fino a Capo Nord. È quello che ha fatto Gianmaria nel 2022, partendo dalla sua città in bicicletta e affrontando il viaggio con una filosofia precisa: pedalare tanto, portare con sé pochissimo e sfruttare al massimo i pochi giorni di ferie concessi dal lavoro. Un viaggio nato quasi per caso, durante una vacanza a Maiorca, davanti al nome di un ristorante, Buscando el Nord, e diventato poi una sfida con sé stesso. Tra giornate da 300 chilometri, una tappa record da 614, pioggia, freddo, strade interminabili, zanzare e momenti in cui mollare sembrava davvero l’opzione più semplice, Gianmaria è arrivato a circa 200 chilometri dalla meta. Non ha raggiunto Nordkapp, ma è tornato a casa con la sensazione di aver comunque portato a termine qualcosa di enorme. A distanza di anni, quel viaggio continua a essere per lui un’esperienza importantissima. Gianmaria ha raccontato a Fanpage.it cosa significa affrontare quasi 5.000 chilometri in bicicletta, viaggiando da solo e conciliando un’impresa del genere con un lavoro "normale".

Immagine
La mappa del percorso di Gianmaria

Da dove nasce l’idea di raggiungere Capo Nord in bicicletta?

Capo Nord è una meta che, per un cicloturista o un cicloviaggiatore, prima o poi viene voglia di raggiungere. È un po’ come per i motociclisti: è una destinazione che rimane lì, come un desiderio. Il problema principale, però, è sempre il tempo: la maggior parte di noi lavora e riuscire ad avere più di due settimane di ferie non è semplice. Per me era diventato quasi un sogno che avevo messo da parte, pensando: “Non potrò mai andarci”. Poi una sera, mentre ero a Maiorca, sono entrato in un ristorantino che si chiamava Buscando el Nord. Tra un bicchiere di vino e l’altro, quell’idea ha iniziato a prendere forma nella mia testa e mi sono detto: “Alle brutte, ci provo. Male che vada mi fermo da qualche parte e torno a casa”. Alla fine, anche se avessi fatto la metà dei chilometri, sarebbe stato comunque un bellissimo viaggio. L’importante era averci provato e non lasciare nulla di intentato.

Come ti sei preparato concretamente per affrontare una traversata di questa portata in così pochi giorni?

Da quando ho iniziato ad andare in bicicletta, dieci anni fa, ho sempre preferito un modo di viaggiare molto leggero e veloce. È la filosofia del bikepacking: fast and light. Porti con te soltanto lo stretto necessario, a volte anche meno. Nel mio caso avevo circa tre, massimo quattro chili di materiale: un cambio per la sera e poche altre cose. Ci sono anche due foto della bici e di tutto il materiale che avevo preparato, che secondo me spiegano bene questa filosofia. A un certo punto, quando sono arrivato nella zona del circolo polare artico, dove le temperature erano parecchio basse, avrei voluto mettermi i pantaloni lunghi da ciclismo. Peccato che non li avessi portati! Per me, comunque, la parte fondamentale della preparazione è l’allenamento. Bisogna essere abituati a stare tante ore in sella e a percorrere lunghe distanze. Il mio ragionamento è sempre stato: più mi alleno, più pedalo; più pedalo, più riesco a vedere.

Immagine
Gianmaria durante il suo viaggio

Quanti chilometri percorrevi mediamente ogni giorno e come organizzavi tappe, soste e pernottamenti?

Avevo preparato una sorta di traccia attraverso un’app, ma era indicativa. Durante un viaggio del genere il percorso cambia continuamente, perché bisogna adattarsi a quello che succede. L’unico passaggio obbligato in traghetto è stato quello dalla punta settentrionale della Danimarca verso la Norvegia, per arrivare nella zona di Larvik, a una quarantina di chilometri da Oslo. In media percorrevo circa 300 chilometri al giorno, ma un certo punto ho anche fatto una tappa di 614 chilometri, perché cercavo di recuperare tempo. Era previsto nel viaggio pedalare durante la notte con il sole di mezzanotte e ho finito per unire due tappe. Per dormire, invece, era abbastanza casuale. Quando fai giornate così intense arrivi alla sera che non hai più molte energie per cercare l’hotel perfetto: trovavo il primo disponibile e mi fermavo lì. Usciti dall’Italia i prezzi iniziavano a salire e in Norvegia e Svezia erano particolarmente alti. In totale, tra viaggio, pernottamenti, cibo e tutte le altre spese, ho speso circa 3.000 euro. Per mangiare invece mi fermavo dove capitava: alcuni giorni nelle aree di sosta, altri in posti decisamente migliori. Era tutto abbastanza casuale.

Partire da solo per un viaggio così lungo significa affrontare non soltanto la fatica fisica, ma anche la solitudine e gli imprevisti. Qual è stato il momento più difficile dei 16 giorni?

In realtà ce ne sono stati due in particolare. Il primo è stato proprio il momento della partenza. Alle quattro del mattino del 24 giugno, festa del patrono San Giovanni Battista, sono uscito di casa. A farmi compagnia nelle prime pedalate c’erano soltanto il buio e i colpi che, secondo la tradizione, al mattino presto indicano alla popolazione che di lì a poco si sarebbe celebrata la Santa Messa sul fiume Liri. Per la nostra comunità è un momento di forte partecipazione, un rito che affonda le radici nel tempo. E ripensare proprio in quel momento a quei giorni di festa collettiva, alla mia casa e a quella sensazione di tranquillità, mi ha fatto pensare: “Ma chi me lo fa fare?”. Per qualche minuto ho davvero desiderato mollare tutto e tornare indietro. È durato poche centinaia di metri. Poi ho guardato davanti a me e ho iniziato a vedere il profilo delle prime montagne di casa. Pensare che oltre quelle sagome mi aspettavano quasi 5.000 chilometri di ignoto, fatica e chissà cos’altro mi ha fatto quasi ridere.

Immagine
Il viaggio di Gianmaria

E ho sentito un brivido dalle gambe alla testa, questa volta nel vero senso della parola. Il secondo momento difficile è arrivato in Norvegia, sulla E6, nella regione di Grong. Pioveva forte, ero bagnato e infreddolito e dovevo affrontare un traffico abbastanza pesante. In quel periodo la strada era piena di turisti e, non essendo particolarmente larga, si creavano situazioni di forte ansia. I norvegesi sono molto rispettosi dei ciclisti, ma proprio per questo a volte mi ritrovavo con decine di auto in coda dietro di me che non riuscivano a superarmi. A un certo punto mi sono rifugiato in una stazione, credo nella località di Snåsa. Sono rimasto lì per circa un’ora a pensare e ho deciso di tornare un po’ indietro e passare in Svezia, dove sapevo che il meteo sarebbe stato più favorevole e le strade più larghe e meno trafficate. Quella decisione si è rivelata vincente. Ho attraversato luoghi selvaggi, senza praticamente incontrare nessuno, che in alcuni punti mi ricordavano i paesaggi dei film americani, con grandi fiumi impetuosi come quelli delle Montagne Rocciose. La deviazione, però, mi è costata circa 200 chilometri in più. Avevo preventivato 4.700 chilometri per arrivare a Nordkapp e quei chilometri aggiuntivi hanno inciso parecchio sul risultato finale.

E c’è stato invece un momento in cui hai pensato “Ne vale assolutamente la pena”?

Quello, fortunatamente, è successo quasi tutti i giorni. Quando stai tante ore da solo diventi molto più sensibile a quello che ti circonda. La mente viaggia tantissimo: pensieri ricorrenti, ricordi, riflessioni. In particolare, pedalare di notte nel Nord, anche se in realtà notte non era perché c’era sempre la luce del sole di mezzanotte, è stato qualcosa di stranissimo. C’era luce, ma non vedevi praticamente nessuno. Per il 90% del viaggio è stata proprio la mente la cosa più importante. Ogni giorno mi svegliavo come se il giorno prima non avessi fatto nulla: ero sempre carico e pronto a ripartire. Solo negli ultimi due giorni è diventato tutto più faticoso, anche perché in Norvegia pioveva praticamente ogni giorno, anche per dieci ore di fila.

Immagine
La bici di Gianmaria

Quali sono stati i paesaggi, i Paesi o gli incontri che ti sono rimasti più impressi lungo quei quasi 5.000 km?

Mi è piaciuta tantissimo la Danimarca, tutta. Non saprei nemmeno spiegare bene perché, ma attraversarla è stato un piacere. Poi ci sono stati alcuni luoghi molto selvaggi e particolari, soprattutto quando sono passato dalla Norvegia alla Svezia attraversando uno di quei valichi poco frequentati. La deviazione in Svezia è stata davvero bellissima. Gli incontri con le persone, invece, sono stati pochi. Facendo tappe così intense c’erano pochissime occasioni per fermarsi a parlare. E, devo dire, alcuni incontri con altri cicloturisti sono stati anche abbastanza freddi: a volte già ricevere un saluto era tanto. L’incontro che ricordo meglio è avvenuto mentre aspettavo il traghetto. C’era un altro cicloviaggiatore, un francese sulla cinquantina, che viaggiava praticamente tutto l’anno e aveva una bicicletta enorme, stracarica di tende e materiale. Abbiamo aspettato insieme per un paio d’ore ed è stata probabilmente la chiacchierata più lunga e piacevole del viaggio.

C’è un episodio invece che ti ha sorpreso?

L’incontro con le zanzare. Avevo letto che in Lapponia sarebbe stato utile portare dei prodotti repellenti, ma pensavo: “Ma quante potranno mai essercene?”. E invece la cosiddetta räkkä, la vera e propria “invasione delle zanzare”, si è rivelata un flagello. Erano ovunque e ti prendevano d’assalto in continuazione. Però, per coerenza con la mia filosofia fast and light, non ho comprato nulla per difendermi nemmeno una volta.

Alla fine ti sono mancati circa 200 km per raggiungere Capo Nord. Come hai vissuto quel momento, sapendo che il giorno dopo alle 8 avresti dovuto tornare al lavoro?

Il dispiacere iniziale c’è stato, perché ero lì a un passo. Avevo già percorso 4.700 chilometri e me ne mancavano soltanto 200. Prima di partire avrei voluto chiedere un giorno di ferie in più, ma poi non me la sono sentita e ho deciso di provarci con i giorni che avevo a disposizione. Una volta arrivato lì, però, ho fatto anche un ragionamento molto pratico: quei 200 chilometri avrei dovuto poi rifarli per tornare indietro e sarebbero diventati 400. Magari fisicamente i 200 chilometri per arrivare a Capo Nord li avrei anche fatti, ma i 400 complessivi no. Avrei perso il treno, l’aereo e, a cascata, sarei arrivato tardi al lavoro. Alla fine, quindi, non ho avuto nessun vero rammarico. Ero arrivato allo stremo e non ero più lucido. Dopo quella tappa da 614 chilometri, la mente era completamente annebbiata dalla stanchezza. Ho capito da solo che non ero più in grado di stare in strada. A quel punto il viaggio non doveva diventare un obbligo o una forzatura.

Immagine
Una foto della bici e di una delle strade panoramiche percorse da Gianmaria

Quanto bisogna essere organizzati per riuscire a conciliare un lavoro “normale” con imprese di questo tipo?

Nel mio caso ho fatto di necessità virtù. Avendo poche ferie ho iniziato a organizzare viaggi sempre più intensi. Il primo, se non ricordo male, durava appena otto giorni ed è stato un vero massacro. Poi, piano piano, impari ad arrangiarti. L’organizzazione diventa quasi paradossalmente minore perché impari cosa ti serve davvero: ogni volta porti qualcosa in meno e parti un po’ più all’avventura. La cosa fondamentale, però, è l’allenamento: per affrontare distanze del genere bisogna essere preparati. Molti magari guardano uno che fa 300 chilometri e pensano: “Sì, ma alla fine cosa vede?”. È perché proiettano i propri limiti su un’altra persona, se uno è abituato a fare 30 chilometri, 300 sembrano impossibili. Io sono abituato ai 300 e ti assicuro che, anche facendo 300 chilometri in un giorno, di cose ne vedi tantissime.

Dopo un’esperienza così particolare, cosa ti è rimasto davvero? E oggi rifaresti un’impresa simile?

Mi è rimasto tantissimo. Per i primi due anni è stato quasi un pensiero fisso: ripensavo alle tappe, alle situazioni, a tutto quello che avevo vissuto. È stata un’esperienza totalizzante, nel vero senso della parola. Oggi non so se rifarei esattamente una cosa del genere, ho altre idee in mente. Negli anni sono passato dall’essere principalmente un ciclista e cicloturista all’appassionarmi anche alle maratone. Adesso i miei viaggi hanno spesso un doppio focus: bicicletta e corsa. A marzo, per esempio, sono andato a Los Angeles per correre la Maratona di Los Angeles e poi mi sono spostato a San Francisco, dove ho fatto un giro in bici. Invece di fare dieci giorni tutti dedicati alla bicicletta, magari ne faccio tre o quattro. Per il prossimo anno ho già qualche idea in cantiere, ma è ancora tutto da vedere e da organizzare.

Immagine
Uno dei luoghi visitati da Gianmaria

Durante quel viaggio hai anche deciso di affiancare una raccolta fondi. Com’è nata questa iniziativa?

È nata perché in quel periodo un mio caro amico si era ammalato di leucemia. Abbiamo deciso insieme di inserire nel viaggio anche una raccolta fondi.È stata un’esperienza un po’ a doppio taglio, perché mi ha fatto anche riflettere molto sulle persone che mi stavano intorno. Alla fine, comunque, siamo riusciti a raccogliere quasi 2.000 euro. Quella parte del viaggio, quindi, ha avuto per me un significato ancora diverso: non era soltanto una sfida personale, ma anche l’occasione per provare a trasformare quello che stavo facendo in qualcosa di utile per qualcun altro.

Anche tu hai fatto un viaggio avventuroso o hai una storia da raccontare? Condividila con noi cliccando qui.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views