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Mattia Berveglieri, come non farsi fregare dalle etichette dei vestiti: “La gente non guarda come spende e cosa mette addosso”

Intervistato da Fanpage.it l’influencer esperto in etichette e acquisti responsabili ha spiegato come orientarsi in negozio per fare spese in modo consapevole.
A cura di Giusy Dente
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Mattia Berveglieri
Mattia Berveglieri

Quando entriamo in un negozio di abbigliamento per acquistare un paio di jeans o una T-shirt, sappiamo davvero cosa ci stiamo mettendo addosso? Il più delle volte, presi dall'entusiasmo di una new entry nell'armadio o dalla fretta o ancora ingolositi da un prezzo basso, finiamo col portare a casa merce di cui potremmo fare a meno. Non significa solo spendere soldi per qualcosa di non necessario, ma anche di potenzialmente dannoso: per la nostra pelle, per l'ambiente. Le etichette riportate sui capi racchiudono tutte le informazioni necessarie per capire cosa stiamo mettendo nel carrello, ma è l'ultima cosa che guardiamo. C'è ancora molta ignoranza in materia, poca consapevolezza eppure il tema della salute e della sostenibilità ambientale sono due questioni cruciali. Ed è proprio lì che si insinua Mattia Berveglieri, è lì la chiave del suo successo sui social. L'influencer sul suo canale mostra la verità che si nasconde dietro un cardigan pagato 10 euro: i materiali di scarsa qualità, la manodopera sottopagata, i costi umani della fast fashion, lo sfruttamento scellerato delle risorse. Quando mostra qualcosa sul suo profilo Instagram, spiega se è qualcosa che merita l'acquisto, se è un capo spinto unicamente da marketing e greenwashing. Insomma, la sua analisi serve a rendere l'acquirente più consapevole, più allineato ai bisogni attuali, in un mondo che ci chiede tregua. Intervistato da Fanpage.it ha spiegato da dove deriva la sua competenza in materia e come bisogna orientarsi in negozio per fare acquisti responsabili.

Per tutti sei "l'influencer delle etichette": la tua competenza in questo senso da dove arriva?

La mia esperienza lavorativa del mondo dell'abbigliamento nasce da autodidatta. Avevo un sogno alle Superiori: quello di avere un brand mio e al compimento dei 20 anni ho iniziato questa esperienza, ma senza aver fatto scuole, non avevo alle spalle una famiglia nel settore. È stato molto difficile, perché appunto ero ero solo carico di buona volontà, ma non di competenze e quindi durante il percorso mi rendo conto di avere delle grosse lacune. Allora decido (già avendo brand, già avendo la partita IVA attiva) di tornare a scuola la mattina e frequento questi due anni di corsi che mi danno un'infarinatura, qualche competenza in più a livello proprio teorico e pratico. Poi rilevo un piccolo laboratorio specializzato nel confezionamento di T-shirt e felpe. Oggi ho 39 anni e sono un Product manager, il mio brand di abbigliamento si chiama Numb.

Sei sempre stato attento alla questione della sostenibilità ambientale o ti ci sei avvicinato di recente?

È una cosa recente. L'estate scorsa ho dovuto fare due traslochi. Uno era della mia attività: avevo due sedi e ho riunito tutto in una sola. Andando in discarica a portare tutto questo materiale (cassoni pieni di tessuti, accessori) mi sono detto: quanto spreco! E mi sono chiesto: ma come verranno smaltiti? Nella vita di tutti i giorni vedi sì i sacchi dell'immondizia che produci, ma non ci dai peso. Il fatto di aver riempito interi cassoni mi ha fatto riflettere. In più in concomitanza faccio anche il trasloco di casa. Chiaramente lavorando nell'abbigliamento ho una passione per i vestiti, direi una bugia se ti dicessi che non compro niente. Negli anni ho comprato tanto. Ho riempito sette scatoloni, c'erano ancora capi con il cartellino attaccato. Ho pensato al portafogli, allo spreco di soldi, ma anche a cosa ne farne. Fortunatamente ho una zia che lavora alla Caritas di Firenze, quindi sono riuscito a fare una buona azione, però di base mi sono chiesto: sto gestendo bene questa parte della mia vita?.

Il sogno di un tuo brand lo hai realizzato quindi, ma come ti muovi in ottica sostenibile, visto che è un tema ora che ti sta così tanto a cuore?

Ti dico la verità: per quanto riguarda il famoso Made in Italy, purtroppo solo una parte delle delle lavorazioni vengono veramente fatte da italiani. Il costo del lavoro non permette di farlo in laboratori italiani che cuciono. Io stesso 3-4 anni fa ho dovuto fare i conti con la realtà e ho dovuto smettere questa attività di produzione interna, perché i costi erano troppo elevati. Oggi cerco di lasciare la parte produttiva tutta in Italia, avvalendomi il più possibile di aziende italiane che hanno una grossa percentuale di dipendenti ancora italiani. Ci sto riuscendo per un buon 80%. Il mio tagliatore è completamente italiano, il mio tintore pure.

Sicuramente oggi si parla di più di greenwashing, riciclo, sostenibilità: tu che riscontro hai quando pubblichi i video, c'è ancora gente che si stupisce? C'è ancora ignoranza in materia?

Da 3 anni parlo del mio lavoro sui social e ogni tanto spiego le fibre, i tessuti, come sono composti, le etichette. Ho capito che c'è un grosso interesse oggi verso questi argomenti soprattutto da parte dei giovani, ma anche tanta ignoranza in uguale misura. Resto sconvolto dai commenti e dai messaggi che ricevo. Mi scrivono: "Mi hai cambiato la vita, da quando ti seguo guardo le etichette". Ma io mi chiedo: fino a oggi cosa avete fatto? Come spendete i vostri soldi? Solo acquisti di impulso, senza pensare cosa vi mettete addosso. La gente è distratta, si è focalizzata sui brand, ma non guarda davvero a come spende i soldi, se il rapporto qualità-prezzo vale la pena, non si chiede cosa mette sulla pelle. Al di là dell'approccio economico, è questione di investimento. Quanto mi durerà una maglietta pagata 3 euro? E non si pensa mai al dopo. Come le smaltiranno queste magliette? Dove finiranno? Io stesso non me lo chiedevo. E poi vedi che in certi Stati africani ci sono dei campi da calcio con montagne di vestiti ammassati, discariche a cielo aperto: ma quella è roba nostra, anche la roba nostra arriva là. È questione di consapevolezza, di ragionare, proprio come facciamo per le scelte alimentari.

Come si legge un'etichetta?

L'etichetta della composizione ti aiuta poco. L'unica cosa che ti può aiutare è la percentuale dei filati o dei tessuti e quindi quanta fibra naturale c'è. Poi puoi guardare il Made in per fare un primo ragionamento di massima. Però l'etichetta di per sé dice poco, servirebbero cartellini con le certificazioni. Alcuni lo fanno. Altri ti mettono 50% cotton organic e tu pensi di acquistare un buon capo: in realtà è marketing. Idem quando leggi cotone riciclato.

E quindi per reperire queste informazioni?

Dovresti prendere tu il capo, portarlo in un laboratorio di analisi e farlo analizzare. Al momento non ci sono obblighi per le aziende. Loro devono fare profitti, cosa gliene frega di essere etici o di offrire capi che siano in linea con certi parametri in modo che non risultino nocivi. Loro guardano i numeri: finché nessuno si impone, continuano così.

Mattia Berveglieri
Mattia Berveglieri

Materiali: quali sono quelli da cui stare alla larga?

Ovviamente il poliestere è quello da cui dico di stare alla larga, ma mi rendo anche conto che per fare sport un completo di cotone non sarebbe funzionale. In alcuni casi è inevitabile usare tessuti tecnici che derivano da fibre non naturali. Però per quanto riguarda la quotidianità, potremmo fare più attenzione su camicie, T-shirt, pantaloni: comprare capi con 95%-98% di fibra naturale. Quando andiamo a comprare un maglione 100% acrilico o un maglione 100% poliestere, allora non vogliamo proprio bene a nessuno, né è a noi stessi né all'ambiente.

Entro in un negozio di abbigliamento: come faccio un acquisto responsabile, quali fattori devo valutare?

Innanzitutto io suggerisco di fare attenzione a certi passaggi etici. Se una maglietta la pago 3 euro, vuol dire che c'è un operaio che ha guadagnato solo pochi centesimi su quel capo. Quindi già stiamo sfruttando una persona e questo dovrebbe far riflettere. Poi dovremmo guardare alla salute personale. Anche se compro una T-shirt in cotone, questo cotone chi me lo dice che non è stato prodotto in un campo cresciuto a pesticidi, tinto con tinture nocive? E poi terza considerazione da fare è: oggi spendo 3 euro per questa maglietta, ma poi la lavo una volta e diventa uno straccio quindi la devo buttare e spendere altri soldi. Io suggerisco di spendere un po' di più ma una volta sola e prendere un capo che duri nel tempo. Siamo frenetici nella nostra vita personale e siamo figli del marketing. Vale anche per me. Zara recentemente ha fatto questa collaborazione con Chavarria e io stesso mi sono lasciato ingolosire, ho preso dei capi: qualcuno l'ho tenuto, di qualcuno ho fatto il reso.

Mattia Berveglieri
Mattia Berveglieri

Perché H&M chiude e Zara no?

Perché Zara ha capito che si è creata una voragine. L'Alta Moda ha preso per il culo tutti per anni, ma è stata scoperta, la gente non è più ignorante, quindi l'Alta Moda è in crisi, non vende. La semplice appartenenza al brand non accontenta più nessuno. Per anni la gente era convinta di acquistare capi di lusso, poi è venuto fuori che ci sono grandissime problematiche con questi capi molto costosi che hanno una durevolezza veramente molto bassa, i pellami durano poco. A me è successo con un paio di mocassini di Prada. Quindi i marchi hanno alzato i prezzi e abbassato la qualità e la gente se n'è accorta. Zara, invece, che aveva un posizionamento da fast fashion, sta stupendo la concorrenza dei cinesi (TEMU, Shein, Primark), perché ha capito che non può giocare la gara del basso. Allora dice: cerco di vendermi come un marchio non dico di Alta Moda, ma di avere un percepito medio alto, così da catturare tutta quella gente che non compra più Prada, Gucci eccetera. Ha preso per esempio John Galliano, ogni due mesi chiama un designer di punta per fare delle capsule. H&M è rimasta schiacciata.

Ma parallelamente l'azienda ha migliorato la qualità o quello che pago è sostanzialmente lo stipendio di Galliano?

No, stai pagando le vacanze sullo yacht di Galliano. Fanno sì piccoli miglioramenti, ma sono uno specchietto per le allodole, tipo le capsule con tessuti italiani. Comprano la lana a Prato per fare i cappotti, i trench, ma fanno comunque un 70% lana e 30% poliestere a 170 euro, riempiendosi la bocca con l'etichetta della Tessitura Manteco Made in Italy. Ma il taglio e la confezione li fanno in Egitto. Il percepito è che stai comprando un ottimo capo con un po' di italianità dentro. Il gioco è quello lì.

Colossi cinesi hanno ancora un futuro?

Purtroppo sì. La gente ha sempre meno soldi, ma la missione anche la mia è far capire alla gente che oggi se Zara ti fa un cappotto a 150 euro con solo 80% lana, magari un piccolo brand italiano emergente con 220 euro te lo dà al 100% lana e fatto in Italia, con tessuti nettamente migliori. Questo è l'invito che vorrei fare ai consumatori: invitarli ad essere più responsabili delle loro azioni. È anche questione di coscienza.

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