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Opinioni
24 Novembre 2022
16:40

La violenza nel linguaggio sessista: solo perché si è sempre detto, non significa che vada bene

Da “Se l’è cercata” a “Com’eri vestita?”, da “Hai le palle” a “Ma hai il ciclo?”: quante frasi sessiste pronunciamo ogni giorno? Questo linguaggio carico di odio e discriminazione è violenza vera e propria.
A cura di Giusy Dente
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Il sessismo e la discriminazione nei confronti delle donne non trovano terreno fertile solo nei gesti: è il nostro linguaggio quotidiano a essere intriso di violenza. E il 25 novembre, il giorno in cui si grida un po' più forte il "no" contro la violenza sulle donne, è giusto ribadire quanto anche la violenza verbale sia un comportamento su cui fermarsi a riflettere. La nostra lingua ha assorbito certe mentalità, certi stereotipi, certi pregiudizi sociali, che hanno trovato nelle parole un modo per manifestarsi con forza. Perché le parole sono sì importanti, ma sono anche potenti: possono ferire e possono essere pericolose, sono un'arma.

Il linguaggio violento si nutre di odio

Il sessismo linguistico dell'italiano riflette in modo sottile una serie di concezioni che a fatica si sta cercando di superare, figlie di una tradizione patriarcale. Si fa leva su caratteristiche che nel tempo sono state attribuite alle donne e che sono state tramandate come immutabili. Si sa: inquadrare la realtà in scompartimenti fissi e dare ai ruoli una forma ben precisa è una modalità di controllo efficace. Significa fissare una normalità da cui è impossibile discostarsi. Ma è proprio questo, che si sta cercando di fare, portando le donne su un terreno dove non debbano essere viste unicamente come mogli e madri o come figure professionali e sociali subalterne a quelle maschili, da relegare in secondo piano o sottomettere.

Il linguaggio sessista ha creato una narrativa tossica che contribuisce ad accrescere il clima di violenza che c'è attorno alle donne. Certe espressioni, certi appellativi, certi commenti fanno parte della quotidianità e sono certamente duri a morire. Ma il solo fatto che sia così da tempo, non significa che sia giusto e che debba continuare a essere così. Per offendere una donna la parola "puttana" o l'espressione "poco di buono" sono le più gettonate: la sfera sessuale e intima è quella dove è più facile mortificare e mettere in imbarazzo, giocando su senso di colpa e vergogna.

Il linguaggio dei media: da "Se l'è cercata" a "Salutava sempre"

Chi, se non i media, possono contribuire a dare vita a un linguaggio inclusivo e rispettoso, dove non ci siano discriminazione e sessismo, dove non regnino il maschilismo, l'odio e la misoginia? La narrazione che la cronaca nera fa dei femminicidi e dei casi di violenza è spesso inadeguata e priva di tatto. Anche in questo caso, si tende purtroppo a usare un linguaggio poco accurato che più o meno consapevolmente svilisce la donna. Indugiare in maniera morbosa su certi dettagli finisce col colpevolizzare la vittima: non manca mai la descrizione dell'abbigliamento o del bicchiere di troppo.

In questo modo si dà voce al grande classico del "se l'è cercata", che deresponsabilizza l'aggressore/assassino e colpevolizza proprio chi il reato lo ha subito. A proposito dell'aggressore, viene spesso descritto puntando su dettagli positivi: magari una persona di successo sul lavoro, o un vincente nello sport, o un carattere particolarmente mite e tranquillo. Tutto questa genera empatia nei suoi confronti, come se la donna avesse in qualche modo il ruolo di "guastafeste": è colei che lo ha rovinato, che lo ha incitato, che lo ha provocato e ne ha scatenato le ire. Impossibile non notare un altro grande classico della narrazione di questo tipo: il "salutava sempre" dell'aggressore, elevato invece a bravo ragazzo della porta accanto.

I grandi classici: da "Stai zitta" a "Hai il ciclo?"

Da "Donna al volante, pericolo costante" a "Te la cavi bene per essere una donna", da "Sei acida, hai il ciclo?" a "Come mai ancora single?" fino a "Hai le palle", ci sono tante frasi che in modo sottile giocano proprio su un meccanismo di sottomissione: donna colpevolizzata in quanto tale (persino per il fatto di avere le mestruazioni), che deve stare un passo indietro, che può ambire al massimo a trovare un buon partito da sposare e con cui mettere al mondo dei figli. Ma non per tutte le donne maternità e matrimonio sono priorità, darlo per scontato significa continuare a considerare come unici giusti e possibili, dei modelli non più rappresentativi della società attuale. E nella società attuale, benché ci sia ancora tanto lavoro da fare, le donne vogliono essere libere, rispettate, trattate al pari dei colleghi, degli amici e dei parenti maschi, senza subirne l'odio gratuito.

Sradicare il linguaggio sessista è una battaglia di tutti

Il luogo di lavoro, le mura domestiche, per strada (basti pensare al catcalling): non c'è luogo dove la violenza verbale non possa attecchire. Il mondo è fatto di gesti e parole, queste ultime hanno un potere e un significato: usarle in un modo piuttosto che in un altro può fare la differenza, può dare una direzione. La frasi sessiste imprimono solo odio, discriminazione e umiliazione: tutto questo danneggia psicologicamente e può portare a gesti estremi. Il linguaggio verbale aggressivo e violento va sradicato: è una battaglia culturale, umana, sociale.

E coinvolge nell'impegno donne e uomini indistintamente, perché sono entrambi a usare certe espressioni. Questo passo fa parte del quadro più grande che ha come obiettivo l'equità e la parità di genere, un mondo dove le donne possano sentirsi al sicuro: libere di indossare una minigonna per strada, di bere un cocktail al bancone di un bar, di dire no ad un uomo, di lasciare un compagno, di assumere cariche prestigiose senza che questo le faccia diventare bersaglio di ingiustificata violenza.

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Giornalista dal 2018, laureata in Lettere ed Editoria e Scrittura, consegue al termine degli studi universitari il master in Critica giornalistica presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio d'Amico di Roma. Qui, oltre a portare avanti la formazione accademica e a fare esperienze di redazione, coltiva la passione per la radiofonia, collaborando con emittenti web e seguendo corsi di dizione e conduzione. Attualmente a Milano scrive per Fanpage.it, nell'area Stile e Trend, occupandosi prevalentemente di storie e interviste, questioni di genere, storie di donne.
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