Quanto ci vuole per guarire un cuore spezzato, lo psicologo “Cambia in base allo stile di attaccamento emotivo”

Quando finisce una relazione, una delle prime domande che ci facciamo (e che spesso facciamo anche al nostro psicologo) è quanto tempo servirà per stare di nuovo bene. Nel tempo si sono diffuse diverse teorie, alcune più psicologiche e altre più popolari. C’è chi sostiene che serva la metà della durata della relazione per riprendersi, chi invece parla di un tempo pari alla relazione stessa per dimenticare davvero un ex partner. Altri ancora ritengono che si vada avanti solo quando arriva una nuova persona. Idee diverse che raccontano un punto in comune: il cuore spezzato ha un tempo di guarigione che non è uguale per tutti e che dipende da fattori emotivi, pratici e personali. Ne abbiamo parlato con il dott. Antonio Catarinella, psicologo psicoterapeuta specialista in psicologia clinica e consulente delle identità sessuali, che ci ha aiutato a fare chiarezza su questo tema tanto popolare quanto intricato e delicato.
Che cosa significa, dal punto di vista psicologico, avere il cuore spezzato?
Avere il cuore spezzato è da sempre un tema molto gettonato non solo in ambito psicologico ma anche nel dialogo comune. Per fortuna oggi è più semplice parlare di relazioni interrotte, anche e soprattutto durante le sedute di terapia. Il cuore spezzato è a tutti gli effetti una rottura, un legame significativo si interrompe e questo legame funzionava spesso come sistema di regolazione emotiva, contribuendo al senso di identità, sicurezza e continuità personale e relazionale. Quando una relazione finisce perdiamo non solo una persona, ma anche abitudini, progetti e una rappresentazione di noi stessi. Questo può generare conseguenze emotive come tristezza, paura, senso di vuoto, smarrimento o rabbia, in una dinamica che a volte ricorda un vero processo di lutto.
Si parla spesso delle famose cinque fasi del lutto, si applicano anche alle rotture? E sono davvero sequenziali?
Le fasi del lutto, o di Kübler-Ross, sono un modello teorico nato per descrivere il periodo immediatamente successivo a lutto che avviene nelle nostre vite. Idealmente comprendono negazione, incredulità, rabbia, negoziazione e accettazione, ma non sono per forza sequenziali e non c’è un ordine rigido. Alcune fasi possono non emergere affatto oppure manifestarsi in modo diverso. Per quanto riguarda le relazioni, non esiste un tempo "giusto" per riprendersi da una rottura. È importante diffidare dalle idee del tipo "la relazione è durata tre anni quindi ci metterai tre anni a superarla". Quello che conta è l’intensità del legame e come ci siamo relazionati al rapporto in questione. Pensare a un tempo ideale può essere controproducente perché può aumentare il senso di colpa e inadeguatezza quando la sofferenza dura più del previsto o spingere verso comportamenti riparatori, come tornare insieme per evitare il dolore, prolungando però la sofferenza.
Da cosa dipende la durata della sofferenza dopo una rottura? Perché alcuni si riprendono in pochi mesi e altri impiegano anni?
Non esiste un singolo fattore che determina la durata, è l’interazione tra elementi soggettivi, psicologici, relazionali e contestuali. Un ruolo centrale lo ha sicuramente lo stile di attaccamento, cioè il modo in cui impostiamo le relazioni sulla base delle esperienze con le figure significative. Se la relazione era vissuta come fonte di riconoscimento, stabilità e progettualità, la perdita può rallentare molto il recupero. Anche esperienze pregresse come lutti o abbandoni fisici e percepiti possono riattivarsi, rendendo la rottura più complessa. La sofferenza quindi è solo la punta dell’iceberg, sotto c’è un piano emotivo e identitario da esplorare.
La modalità di rottura può incidere sul percorso di guarigione?
Sì, in modo rilevante. Rotture improvvise, ghosting, tradimenti o modalità confuse creano vissuti intensi e polarizzanti che possono generare confusione, ruminazione continua, perdita di fiducia, paura del futuro, timore di ripetere lo stesso epilogo. Tutto diventa più difficile sul piano emotivo. Dall’altra parte non tutte le separazioni sono traumatiche, se comunicate in modo chiaro e rispettoso, pur restando dolorose, permettono una narrazione coerente dell’accaduto. Dare senso all’esperienza riduce il rischio che dolore e sofferenza restino bloccati e si trasformino in rabbia o svalutazione. In poche parole, conta come la rottura viene vissuta, mentalizzata e comunicata.
Quando è il caso di chiedere aiuto a un professionista?
Quando sofferenza e dolore diventano persistenti e invalidanti. Significa che interferiscono con il funzionamento quotidiano e provocano sintomi importanti come difficoltà a dormire, a lavorare, problemi fisici, alterazioni dell’alimentazione. Oppure segnali più sottili come ritiro sociale, pensieri pessimistici e autosvalutanti, o l’idea che il futuro sia una strada senza uscita. In queste situazioni è importante sapere che si può chiedere aiuto. Un percorso permette di aprirsi, parlare e collegare la rottura a aspetti più profondi. Una separazione può essere traumatica e riattivare vissuti non elaborati e allora in questi casi serve spazio per elaborarli e rimodularli.
Quanto contano l’autostima, il supporto sociale e la consapevolezza nel percorso di ripresa?
Contano molto. La consapevolezza in particolare è una parola chiave nei percorsi psicologici, perché significa riuscire a stare nel dolore senza esserne sopraffatti, riducendo la sintomatologia. Ci permette di riflettere, concentrarci su noi stessi, accettarci e guardare alla situazione con una prospettiva più tollerante. È un passo fondamentale nei processi di guarigione.
Ultima domanda, un po’ provocatoria. Taylor Swift canta in un sua canzone "I’ll forget you but I’ll never forgive you". È possibile andare avanti senza perdonare? O il perdono è necessario?
Il perdono è un tema complesso. Dal punto di vista terapeutico è prezioso perché è prima verso se stessi che verso l’altro, è un modo per dare un epilogo a una storia finita male. Dal punto di vista più artistico e simbolico, la frase della canzone citata è potente perché ricorda che non dobbiamo rimuovere ciò che ci ha fatto soffrire. Ricordare è sicuramente il primo step della consapevolezza, poi però serve anche una parte di integrazione. Quindi sì, si può andare avanti senza perdonare, ma il perdono, inteso come processo verso di sé, aiuta ad alleggerire il peso del passato.