Gianluca Pozzi: “Norman equilibrato e tranquillo, nel team di Sinner non porterà solo il bagaglio da giocatore”

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Gianluca Pozzi si racconta in un’intervista a Fanpage.it tra passato e presente del tennis. L’ex numero uno italiano analizza l’impatto di Jannik Sinner sul movimento azzurro, il possibile arrivo di Magnus Norman nel suo team e le differenze tra il tennis di ieri e quello di oggi. Spazio anche ai ricordi su Roger Federer, al paragone tra Sinner e Nadal, alle pressioni sui giovani e al possibile futuro di Juan Carlos Ferrero al fianco di Ben Shelton.

Gianluca Pozzi ha offerto uno spaccato affascinante sul mondo del tennis in esclusiva per Fanpage.it, mettendo a confronto lo sport della sua epoca e degli anni ’90 con il panorama attuale dominato da Jannik Sinner, Carlos Alcaraz e Alexander Zverev. Ex numero uno italiano e pioniere di un gioco moderno adatto a tutte le superfici, Pozzi ha riflettuto sull'evoluzione dello sport, dalla minore copertura mediatica dei suoi tempi all'attuale sovraesposizione social. L’ex giocatore barese ha raccontato le sfide di una carriera longeva, la gestione quasi autonoma della stessa e i ricordi dei match contro leggende come Federer e Agassi. Da formatore, ha analizzato anche l’attuale momento storico sottolineando le pressioni sulle nuove generazioni e l'importanza di un ambiente familiare equilibrato, commentando la recente scelta di Sinner di affidarsi a Magnus Norman, a meno di colpi di scena.

Gianluca, lei è stato un precursore con un gioco moderno che andava bene su tutte le superfici e che le ha permesso anche di essere il numero uno italiano. Si è sentito sottovalutato, o era il tennis che aveva una cassa di risonanza minore rispetto a oggi?
"Adesso c'è Sinner, che ha cambiato radicalmente il modo di vedere il tennis. Poi insieme a lui sono venuti tanti altri fortissimi giocatori. Certo, prima  c'è stata gente come Fognini e come Berrettini che sono stati top ten, ma con Jannik è stato diverso. La copertura mediatica oggi è enormemente più grande rispetto a quello che era una volta. Non c'erano i social, i giocatori non pubblicavano da soli. È diverso. Tutti gli eventi oggi hanno un'attenzione molto particolare. Per esempio, nessuno veniva a guardarti in allenamento, come fanno adesso. Adesso pubblicano qualsiasi cosa facciano".

Può comunque ritenersi decisamente soddisfatto per quanto fatto in carriera, soprattutto per i risultati sul cemento che all'epoca erano una novità per gli italiani forse.
"Tutta l'attenzione è molto superiore. Il tennis è sicuramente lo sport più trainante in questo momento, anche perché giustamente abbiamo tanti fortissimi giocatori ai vertici mondiali, non solo Sinner, e quindi ha un grandissimo seguito. Le mie grandi soddisfazioni me le sono tolte anche io. Io giocavo sul cemento, ma poi sono venuti fuori anche altri. Si iniziava a cambiare un po' la mentalità in quegli anni lì e quindi ci si è resi conto che poi, in effetti, i tornei più grandi sono su superfici dure e bisognava gestire tutto per bene".

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Gianluca Pozzi in azione a Roma

Era un altro mondo, insomma.
"Non c'era tutta questa attenzione mediatica. Poi non eravamo tantissimi, c'erano anche Gaudenzi, Furlan, Camporese, insomma, un po' di ragazzi che hanno fatto risultati di valore li abbiamo avuti. Certo, non erano così tanti come adesso e poi si vedeva un po' meno. Abbiamo disputato anche una finale di Coppa Davis. C'era attenzione quando abbiamo giocato a Milano, perché era la prima finale che si disputava in Italia nella storia, però anche lì, non come ora".

Nella sua carriera ha avuto la possibilità di affrontare grandi campioni, come Federer, Agassi, Sampras e così via. Cosa pensa dei paragoni tra il livello dell'epoca e quello attuale che si dice più appiattito?
"Fare paragoni non è mai indicato. Ed è difficile. Sono più cose che vengono fuori da alcuni giornalisti. Si fa un po' di movimento intorno allo sport e quindi indicare chi è più forte in tempi diversi non ha senso. Sono diverse anche le superfici, quindi nessuno è più forte a tutto tondo. È una cosa che non ha tanto senso. Ai miei tempi il tennis era abbastanza veloce specialmente a metà anni Novanta, quando sono cambiate ulteriormente le racchette. Cioè, Sampras tirava abbondantemente oltre i 200-220".

Comunque il gioco era diverso per tanti fattori, non crede?
"Il tennis era un po' più vario, perché c'erano più giocatori con stili diversi: c'era chi veniva a rete, chi giocava da fondo. Quindi adesso è appiattito, perché giocano tutti praticamente uguali. Nel senso che a rete non ci viene quasi più nessuno. Vengono ogni tanto e l'unica differenza è che qualcuno gioca un po' più vicino alla riga e qualcuno un po' più lontano, quindi è un tennis abbastanza uguale. Sono in pochi quelli che hanno qualche variazione in più. Anche Sinner non è un giocatore che viene a rete spessissimo, però si vedono le variazioni che fa da fondo, insomma, è molto interessante da vedere. È tutto un po' più monotono, quello sì. C'era più contrasto di stili ed era più divertente. Quando fanno tutti e due la stessa cosa, non va molto bene a parte i casi di giocatori di altissimo livello".

Tornando sul confronto con Federer, come lo ricorda? Si rese conto di quello che sarebbe diventato?
"Che fosse fortissimo già si sapeva, perché io ci ho giocato quando aveva 18 anni, però è impossibile dire esattamente dove arriverà un giocatore, perché dipende molto anche dalla testa che ha. Può avere anche una grandissima qualità, però poi deve avere qualcosa in più per arrivare a fare quello che ha fatto lui, o comunque per diventare uno dei primi del mondo. Lui ha dimostrato di avere anche questa parte qui più mentale, la capacità di applicazione, la dedizione allo sport, al lavoro, perché non basta avere qualità e talento. Ho giocato anche con Roddick quando aveva 18 anni, vinsi anche con lui, però si vedeva che aveva qualcosa di diverso. Non magari la stessa facilità di gioco di Federer, però sarebbe diventato molto forte anche lui".

Lei mi sembra molto riservato e ricordo anche la sua umiltà, si rivede caratterialmente in Sinner?
"Se riesci ad essere un esempio anche qua, o comunque a comportarti in un certo modo anche fuori dal campo, puoi diventare un modello anche per gli altri. È positivo. Infatti Sinner è seguito non solo per i risultati eccezionali, ma anche perché si presenta in un certo modo positivo, come una persona tutto sommato umile, nonostante abbia gli occhi addosso di praticamente tutto il mondo. Così un po' come era anche Nadal: comunque proiettava, al di là delle capacità sportive, anche un'immagine di persona seria, educata. Sono sempre così in in campo, rispettano l'avversario. Quindi questi sono comunque dei valori positivi, al di là di quanto sia bravo nel suo sport".

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Sinner pronto per il rientro in campo al Six Kings Slam

Si dice che lei si sia gestito un po' da solo durante la sua carriera, come se a volte non avesse un coach?
"Io ho giocato da solo perché ho una storia un po' particolare. Erano tempi diversi, non c'erano queste attenzioni e possibilità, questi appoggi. Sono stato all'interno del circolo fino ai 19 anni ed ero seguito. Poi ho iniziato a girare da solo e, insomma, alla fine ho trovato la mia strada e sono rimasto così. Però non è che non conoscessi allenatori, cioè anche Piatti lo conosco benissimo, da quando eravamo giovani. C'era un interscambio con i coach. C'è da dire che anche allora c'era l'allenatore, ma non era così diffuso. Quindi c'erano solo quelli che magari facevano il circuito ATP e avevano la possibilità di avere un allenatore, non a livelli più bassi. C'era gente come Sampras, Agassi, che comunque avevano cinque o sei persone che li seguivano. Adesso è diffuso a tutti i livelli, anche ragazzi che iniziano a giocare hanno magari figure di supporto. È diventato un po' più diffuso. La mia è una storia un po' particolare, quindi alla fine mi sono arrangiato da solo, però fino a un certo punto".

Lei ha avuto una carriera molto lunga, qual è il segreto per restare competitivi fino in fondo?
"Nel mio caso sì. Poi ognuno ha la sua storia. Ho iniziato a girare un po' più tardi: ero forte anche a livello junior, però non mi sono mai consacrato tanto. Ho finito la scuola normalmente, il liceo, ho iniziato l'università. All'inizio facevo i campionati, il circuito… Quindi ci ho messo un pochino di più. Altri invece sono maturati presto, tipo Canè, che ha la stessa età mia, era forte a 18-19 anni. Ho giocato anche molto perché non ho mai avuto infortuni. Quello dipende un po' dalla genetica e un po' anche dalla capacità di gestire bene il fisico, di essere seri, ordinati, di allenarsi in un certo modo, quindi di cercare di fare tutte le cose per bene. Gli infortuni fanno parte dello sport a livello agonistico, e quindi non si possono prevedere. Pensate a Berrettini, ma questo non vuol dire che non sia serio negli allenamenti".

Quindi non è certo sorpreso dagli stop di Sinner e Alcaraz, ci può stare dunque?
"Si facevano male anche prima e, come dicevo, adesso c'è molta più attenzione. Se succede qualcosa in allenamento, c'è subito qualcuno che scrive o lo fanno gli atleti stessi. Prima non succedeva spesso. Gli sforzi sono notevoli così come i traumi che si subiscono. Anche Sampras ad inizio carriera ha dovuto fare i conti con qualche problema, ma quando si fermava non c'era tutta questa attenzione. Gente come Krajicek, che si è operato un paio di volte e che ha smesso anche prima. Penso a Kuerten, Murray e così via".

Lei adesso è un formatore, come vede i ragazzi che si avvicinano al tennis in questo momento storico? C'è ansia per i risultati?
"Direi che c'è questo problema. È un cambiamento che c'è all'interno della società, perché chiaramente la società cambia, si evolve, insomma, i tempi sono molto diversi. Se prima uno ci faceva caso al risultato, però iniziava a giocare perché gli piaceva e poi si vedeva. Adesso iniziano sin da subito e c'è molta più attenzione. C'è un circuito anche a livello giovanile che prima non esisteva era un po' più ridotto. Quindi spesso e volentieri iniziano già a pensare al risultato, se diventare agonisti o non agonisti, o degli atleti professionisti. Si concentrano troppo su quello  anche le famiglie. Si caricano di troppe aspettative e quindi di troppo stress. Dovrebbero giocare più per la passione di giocare a tennis, per fare sport, che comunque è una cosa positiva, insegna tanti valori anche al di fuori, e poi eventualmente concentrarsi su un'attività a livello professionale".

Non è un caso se Sinner, Alcaraz e non solo arrivino da famiglie sane con solidi principi?
"Sicuramente sì. Infatti, come dicevamo, il supporto conta molto, rispetto a un'attività come il tennis, che è un po' particolare rispetto agli sport di squadra, dove magari hai una gara la domenica, ti puoi affidare di più alla società. Quindi, se non c'è la vicinanza della famiglia, che si dà un pochino da fare per portarti al torneo… Il torneo lo devi giocare per tanti giorni. Un minimo di supporto della famiglia ci vuole, però non deve sconfinare, non deve essere esagerato. Quindi queste famiglie sicuramente hanno saputo dare supporto senza essere troppo invadenti, senza soprattutto caricare di aspettative il ragazzo. A quell'età lì non ha senso, perché deve avere tempo di crescere e di maturare".

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Magnus Norman pronto per diventare il nuovo coach di Sinner

Lei conosce bene Norman, che potrebbe essere il nuovo coach di Sinner. Lo ha affrontato 3 volte in carriera e lo ha avuto di fronte anche in finale di Coppa Davis, cosa può dirci di Magnus giocatore?
"Come giocatore lo conosco da quando era un ragazzino. Lui è del 1976 e ha undici anni meno di me e ho seguito sia i suoi inizi nel circuito sia la sua ascesa. Era un giocatore fortissimo, parlano i risultati: è arrivato al numero due del mondo e in finale al Roland Garros. C'erano lui e Thomas Johansson, più o meno della stessa età. Niente da dire, un bravissimo ragazzo e persona molto seria ed equilibrata, anche in campo. La parte tennistica vale anche dal punto di vista umano".

E di Magnus Norman come coach, invece? 
"Equilibrato e tranquillo, anche quando ha smesso di giocare ha fatto delle esperienze di altissimo livello. Infatti è stato tanti anni con Wawrinka, con il quale ha vinto degli Slam. Bene anche nell'esperienza in panchina, e non ha solamente portato con sé il bagaglio da giocatore. Quindi è sicuramente una figura che potrebbe essere positiva nel team di Jannik Sinner".

A proposito di abbinamenti, l'ha stupita il nuovo sodalizio tra Shelton e Ferrero?
"Un po' sì, perché non sembrava che si frequentassero più di tanto. Forse anche per il fatto che Ferrero, dopo aver smesso di giocare, è sempre stato in Europa. C'è la sua accademia, che cura, che ha base in Spagna. Avranno approfondito la conoscenza nel circuito anche con il papà di Ben, che conosco bene, visto che giocava, così come Juan Carlos. Qualche contatto, dunque, anche come giocatori loro due l'hanno avuto, anche se in realtà si pensava che Ferrero avrebbe allenato un europeo. Sicuramente Ben stava cercando qualcuno da affiancare al papà, che potesse magari viaggiare e alternarsi. È una figura di spicco come lo spagnolo, che intriga".

Comunque due scelte di grande livello.
"È un altro di altissimo livello, anche lui come Norman, sia come giocatore sia come allenatore. Ha fatto altrettanto. Poi è una persona molto tranquilla, come il padre di Ben, mentre Ben dal canto suo è un po' più esuberante. Potrebbero essere complementari, con Ferrero che a quel livello aggiungerà qualcosa".

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