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14 Gennaio 2022
15:11

Djokovic vuole sfruttare i no vax per evitare l’espulsione: trovato un “errore giurisdizionale”

Novak Djokovic ha impugnato il provvedimento di espulsione del ministro per l’Immigrazione. La strategia difensiva dei legali è fondata su un vizio di fondo: lo vogliono fuori dal Paese perché temono il potenziale impulso al sentimento anti vaccini che potrebbe deflagrare in caso di vittoria in sede giudiziale.
A cura di Maurizio De Santis
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Novak Djokovic ha presentato e vinto il ricorso contro il provvedimento di espulsione dall’Australia. Ma la battaglia legale per il visto non è ancora finita.
Novak Djokovic ha presentato e vinto il ricorso contro il provvedimento di espulsione dall’Australia. Ma la battaglia legale per il visto non è ancora finita.

Un martire no vax. La vittima da colpire per educarne cento ed evitare che il suo esempio faccia proseliti. La strategia degli avvocati di Novak Djokovic è chiara: dimostrare che dietro il provvedimento di espulsione firmato dal ministro per l'Immigrazione, Alex Hawke, ci sia dell'altro. E nell'impugnare l'atto hanno sottolineato il concetto definendolo un "chiaro errore giurisdizionale", "irrazionale" perché scaturito non sulla base di violazioni oggettive ma di valutazioni politiche sull'effetto che potrebbe avere l'ingresso in Australia del campione di tennis.

Secondo la tesi dei legali lo vogliono fuori dal Paese perché temono il potenziale impulso al sentimento anti vaccini che potrebbe deflagrare in caso di vittoria in sede giudiziale. Lo vogliono cacciare perché il suo caso non è più nel solco del diritto e della legge ma è tracimato, col rischio di provocare situazioni (e danni) fuori controllo. Lo vogliono fuori dal Paese perché uno contro tutti, Davide contro Golia e quant'altro occorra a restituire al pubblico l'immagine di un uomo solo, libero e giusto che lotta contro la dittatura di un pensiero dominante e di uno Stato che fa la voce grossa serve ad alimentare la pressione mediatica. A radicalizzare la convinzione che Djokovic viene punito per le sue idee e ciò che rappresenta non perché abbia infranto la legge o costituisca un pericolo per la salute pubblica a causa della superficialità con la quale – come da lui stesso ammesso – ha gestito la propria salute anche quando è stato positivo al Covid.

Djokovic no vax, secondo il suo avvocato il Governo lo avrebbe bandito per il potenziale rischioso della sua figura sulle posizioni anti vaccinali nel Paese
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Djokovic sarebbe "vittima" di se stesso, della propria fama e nei suoi confronti sarebbe in atto una sorta di processo sommario, istruito senza alcun fondamento legale. E per rafforzare il concetto che non esistono prove tangibili e attendibili ma contro Novak c'è solo un castello accusatorio fondato su un'incongruenza Nick Wood – il capo del suo ufficio legale – ha sottolineato un particolare che ritiene dirimente. È il grimaldello che userà per scardinare, un pezzo alla volta, le accuse nei confronti del suo assistito: le motivazioni esposte dal ministro Hawke sono "in netto contrasto" con quelle elencate dai funzionari di frontiera nel rapporto per l'annullamento del visto.

Non è vero, ha spiegato Wood al giudice Kelly che ha accolto il ricorso, che Djokovic è stato trattenuto e messo in isolamento dal momento del suo arrivo per il timore che "infettasse altre persone perché non vaccinato". Non è vero che il ministro ha emesso quel provvedimento "per motivi di salute e buon ordine, sulla base del fatto che ciò era nell'interesse pubblico". Lo ha fatto solo per il timore della reazione che avrebbe scatenato sul sentimento no vax l'ingresso in Australia, senza considerare che proprio la sua decisione e la detenzione del campione rappresentavano un boomerang, a livello mediatico e di consenso popolare, per l'ordine pubblico, per se stesso e per il governo. I tempi del ricorso saranno ristretti, per domenica è fissata l'udienza definitiva.

Ecco perché il signor Wood sfuma l'autorità e l'autorevolezza del ministro bollando come "binaria e irrazionale" l'emissione del verdetto. Binaria perché nasconde motivazioni malcelate, irrazionale perché non insiste su fondamenta legali. Tutto pur di vincere il braccio di ferro, questa battaglia che va oltre gli aspetti normativi e mira "all'allontanamento forzato e obbligatorio di quest'uomo di buona reputazione che ha rispettato la legge, che rappresenta un rischio trascurabile per la comunità". E che fosse un ‘bandito' negare non si può. Però non era il solo.

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